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Il 69% degli americani direbbe sì a obbligare le grandi aziende di Intelligenza Artificiale a cedere metà della proprietà a un fondo pubblico: un dato che stona con decenni di sfiducia verso il governo federale. Il punto non è un amore improvviso per lo Stato, ma un voto “contro” Big Tech, alimentato da un riflesso di sopravvivenza collettiva: licenziamenti nel tech e paura di una tecnologia percepita come ingestibile.Dentro il disegno di legge S.4825 di Bernie Sanders c’è però un dettaglio che molti commenti ignorano: non è un “sequestro” di azioni esistenti, ma una diluizione tramite nuove quote emesse fino a portare il Tesoro al 50%. Da lì emergono i problemi veri: valutazione discrezionale delle partecipazioni non quotate, una soglia secca a 200 milioni di ricavi che incentiva elusioni, e soprattutto governance: una commissione nominata politicamente che esercita voto e controllo nei CDA, con implicazioni dirette su dati, modelli e limiti del codice.Il confronto con Alaska (dividendo come “proprietà”), col fondo sovrano norvegese (partecipazioni senza controllo) e con le mosse dei fondi del Golfo apre la domanda finale: se l’AI deriva valore dall’intelligenza collettiva, chi decide il prezzo della nostra conoscenza e chi siede davvero al tavolo?00:00 Il 69% pro esproprio AI02:25 Alaska: dividendo, non sussidio05:03 Sfiducia nello Stato USA08:02 Polanyi e il doppio movimento10:35 Licenziamenti e paura dell’AI15:28 Dentro la legge S.482516:44 Non esproprio: diluizione quote18:24 Valutazione, soglia e controllo#BernieSanders #S4825 #OpenAI

Il Parlamento europeo ha rimesso in vita ChatControl 1.0 con un voto “fantasma”: stessa deroga del Regolamento (UE) 2021/1232, già respinta a marzo in plenaria, ma rientrata dalla finestra l’ultimo giorno prima delle ferie. In seconda lettura, se non si raggiunge la maggioranza assoluta dei membri (361 su 720) per bloccare il testo del Consiglio, quel testo passa automaticamente.Con l’aula semivuota, quei numeri diventano quasi irraggiungibili: formalmente regolare, politicamente esplosivo.La versione rassicurante dice cinque cose vere:1. è ChatControl 1.0, non la 2.0

Sony conferma che dal 2028 i nuovi giochi PlayStation saranno solo digitali: la parte facile è ridere dei meme sul Walkman. La parte difficile è guardare sotto il cofano: quando premi “Acquista” su uno store, nella maggior parte dei casi non stai comprando un bene, stai ottenendo una licenza d’uso revocabile. E quando la licenza finisce — o l’accordo tra aziende cambia — ciò che credevi “tuo” può sparire.È già successo: su PlayStation Store sono stati rimossi centinaia di titoli tra film e serie di StudioCanal senza rimborso per chi li aveva pagati

Ford “riassume 350 ingegneri perché l’IA ha fallito”: è il classico titolo-abbraccio che conferma ciò che molti vogliono sentirsi dire. Ma basta seguire le fonti per vedere che la storia, così come gira, è confezionata male: due fatti veri vengono incollati in un rapporto causa-effetto che non regge.Da un lato Ford richiama circa 300–350 ingegneri veterani nell’area qualità

Un avvocato prova a “ipnotizzare” l’LLM del tribunale infilando istruzioni invisibili (bianco su bianco) dentro un atto: quando il giudice chiede un riassunto, il modello esegue anche i comandi nascosti e produce un’analisi distorta. Qui non c’è magia: è prompt injection applicata a un contesto ad altissimo impatto, dove un riassunto sbagliato può influenzare decisioni, tempi e responsabilità.Il punto chiave è strutturale: per molti modelli linguistici tutto ciò che entra nel contesto è testo “allo stesso livello”, quindi contenuto e istruzioni diventano indistinguibili. È la versione operativa del problema descritto dall’esperimento della “stanza cinese” di John Searle: manipolazione di simboli senza comprensione semantica e senza un confine affidabile tra “documento” e “comando”. Per questo la prompt injection non è solo un bug: è un pattern che riappare in PDF, email, browser, strumenti di sviluppo e workflow aziendali.La conseguenza pratica è una nuova superficie d’attacco: non vieni colpito tu, viene colpito l’assistente che legge al posto tuo. Se l’abitudine diventa “non leggo l’originale, leggo il riassunto”, allora ogni catena documentale si porta dietro un terzo attore non autorizzato: ciò che il file sussurra al modello mentre tu guardi altrove.00:00 Il trucco bianco su bianco01:20 Cos’è la prompt injection02:08 Il caso in tribunale04:10 Dalla scuola ai paper06:10 Email, IDE, browser, Slack09:12 Perché non si risolve09:45 Searle e stanza cinese14:43 Regola: AI come stagista#PromptInjection #StanzaCinese #LLMSecurity

L’odio online non è (solo) “colpa dei cattivi”: funziona come un branco transitorio che si coagula attorno a un bersaglio, lo travolge e poi si scioglie per riformarsi altrove. Il singolo commento è individuale nell’esecuzione, ma collettivo nel “permesso”: scrivi perché vedi migliaia di altri farlo e ti senti una goccia nel mare. E quando la vittima è trattata come un simbolo, non come una persona, il dolore sparisce e resta soltanto lo scontro tra bandiere.La dinamica è antica: capro espiatorio (René Girard) e massa che cerca un bersaglio (Elias Canetti). I social cambiano soprattutto tre cose: abbassano il costo dell’aggressione (un like, un commento), tolgono la chiusura rituale (l’odio non finisce mai) e - qui sì - introducono un incentivo economico: piattaforme e algoritmi premiano ciò che genera engagement. La compassione è lenta, la rabbia vola.Gli algoritmi non inventano l’odio, ma ne falsano le proporzioni: rendono ipervisibili pochi nodi rumorosi e trasformano la visibilità in contagio, abbassando la soglia di chi era indeciso. Il punto finale è politico e sociale: se mancano spazi reali dove elaborare il conflitto, la rete diventa il luogo in cui lo si scarica, scegliendo una vittima alla settimana.00:00 Dal caso al meccanismo01:14 Le domande chiave03:04 Odio di branco transitorio07:40 Quando una persona diventa simbolo08:55 Disimpegno morale (Bandura)11:46 Girard e Canetti: dinamiche antiche14:29 Cosa cambiano i social18:27 Viralità: rabbia batte empatia#odioonline #algoritmi #psicologiasociale #socialmedia #caproespiatorio

✨ W33K: il Lunedì che fa la differenza!Sono tornato, sono vivo, e parliamo un po' di cosa è successo. Ma parliamo anche di odio...L’odio online non è (solo) una somma di individui cattivi: è un comportamento di branco che si forma, travolge un bersaglio e si scioglie, pronto a ricomporsi sul prossimo pretesto. Il singolo commento è personale nell’esecuzione, ma collettivo nel “permesso”: scrivo perché vedo migliaia di altri farlo e mi convinco di essere irrilevante, quindi innocente.Quando una persona diventa simbolo, smette di essere percepita come individuo: diventa una lavagna su cui proiettare un conflitto più grande. Qui entra il “disimpegno morale” (Albert Bandura): ci si racconta di stare punendo il Male, non infierendo su qualcuno che soffre. Girard (capro espiatorio) e Canetti (massa e potere) descrivevano già dinamiche simili: i social non cambiano la natura umana, ma abbassano il costo dell’aggressione, eliminano la chiusura rituale e soprattutto monetizzano l’engagement.Gli algoritmi non inventano l’odio, ma ne falsano le proporzioni: rendono ipervisibile la minoranza rumorosa e trasformano rabbia e indignazione in carburante. Il risultato è una società che perde spazi fisici di elaborazione del conflitto e delega alle piattaforme una liturgia continua: un bersaglio alla settimana, un linciaggio, poi il prossimo.00:00:00 Sigla e apertura00:03:22 Ritorno in live e saluti alla chat00:03:51 Racconto del grave incidente stradale in moto00:07:09 Spiegazione delle sigle musicali generate con intelligenza artificiale00:13:08 Festeggiamenti per il traguardo di 312.000 iscritti sul canale00:16:12 Novità sul corso e moduli multi-agente00:27:38 Introduzione del tema: l'odio online e il caso Roccella00:31:02 Sociologia del branco virtuale come massa transitoria e indeterminata00:33:05 Teoria dei ''Transit Dogpile Groups'' e gradiente della rabbia00:35:52 Trasformazione delle persone in simboli e bersagli senza colpa00:36:36 Il meccanismo psicologico del disimpegno morale di Albert Bandura00:39:39 Teorie classiche del capro espiatorio e della folla (Girard e Canetti)00:42:25 Effetto disinibizione online e crollo dell'empatia senza contatto visivo00:43:19 Modello economico dei social basato sulla monetizzazione dell'indignazione00:46:40 Algoritmi e viralità delle emozioni negative rispetto alla compassione00:50:41 Analisi dei dati della mappa delle intolleranze di Vox Diritti00:53:51 I premi intangibili del branco: appartenenza e superiorità morale01:00:35 La scomparsa degli spazi fisici di mediazione del conflitto sociale01:06:14 Analisi del caso fake news del falso gruppo Facebook antifemminista01:08:32 Manipolazione dei troll, gaslighting ed esibizionismo morale degli attivisti01:23:00 Chiusura della live, saluti finali

Le “scuse” di Michele Mari, diffuse tramite una nota dell’ufficio stampa Einaudi dopo le frasi attribuitegli su Michela Murgia durante il tour del Premio Strega, sono un caso di scuola di crisi autoinflitta: non tanto per il fatto originario (che resta una questione di testimonianze), quanto per come il testo prova a governare la narrazione e finisce per peggiorarla.Quindi per esercizio facciamo al solito l'analisi:- il canale scelto (nota fredda, non prima persona)- l’ancoraggio iniziale su “voci incontrollate”- la negazione come scommessa quando ci sono testimoni- e soprattutto la contraddizione che annulla tutto: negare e insieme “scusarsi”.Il comunicato sposta il bersaglio delle scuse su Teresa Ciabatti invece che sul pubblico realmente ferito dall’offesa percepita verso Murgia

Cambiare iPhone per passare ad altro è “libero” solo sulla carta: il problema vero è portarsi dietro la propria vita digitale. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha avviato un’istruttoria su Apple perché il backup completo di iPhone e iPad (app, impostazioni, messaggi, preferenze) risulta effettuabile solo tramite iCloud, mentre i servizi cloud concorrenti possono sincronizzare al massimo porzioni dei dati (foto e file), non l’intero dispositivo.Il punto non è un divieto scritto, ma l’assenza di interoperabilità: secondo l’ipotesi investigativa, Apple non renderebbe disponibili API e permessi necessari a terze parti per realizzare un backup “device-level” equivalente. L’AGCM inquadra il tema nel Digital Markets Act (DMA) e nella designazione di Apple come “gatekeeper” per iOS (settembre 2023) e iPadOS (aprile 2024), richiamando gli obblighi di interoperabilità dell’art. 6(7). Essendo il DMA applicato dalla Commissione Europea, il ruolo nazionale è soprattutto istruttorio: raccolta elementi e trasmissione del dossier a Bruxelles.Dietro la tecnica c’è una dinamica di potere: l’infrastruttura del backup è invisibile finché funziona, ma diventa una gabbia quando provi a uscire. La libertà tecnologica si misura sull’exit cost: quanto è facile migrare senza abbandonare dati, memorie e relazioni digitali.00:00 Libertà di uscire da Apple00:00:32 Indagine AGCM: i backup00:01:52 Backup completo: solo iCloud00:02:52 DMA, art. 6(7) e gatekeeper00:04:13 Ruoli: AGCM vs Commissione UE00:05:17 Il potere del design00:06:41 Infrastrutture invisibili, lock-in00:10:29 Sanzioni e costo dell’uscita

A Fondi (LT) qualcuno fascia un armadio della fibra ottica con nastro bianco e rosso e un cartello: “Spostate queste RADIAZIONI…”. Risultato: vandalismi, cabinet danneggiati e connessioni interrotte. Solo che la fibra non è un’antenna: dentro non “corrono onde radio”, ma luce guidata in un sottilissimo filo di vetro