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Noi, popolo delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà, Abbiamo deciso di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini, istituendo con ciò un'organizzazione internazionale che sarà denominata le Nazioni Unite. Quello che vi ho appena letto è il preambolo dello Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, l'ONU, fondato nel 1945 sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, proprio per, come dice questo preambolo, prevenire tutte le guerre future e risolvere all'in suo interno tutte le controversie internazionali. è quello che l'ONU non è riuscito a fare in questi ultimi anni. E quello che l'ONU, in questo momento, offre al pianeta, ai popoli del mondo, è soltanto avanspettacolo. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
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E l'ho realizzato in soli sette mesi. Non è mai successo. Non c'è mai una cosa così. Sono molto orgoglioso di averlo fatto. è troppo male che avessi dovuto fare queste cose invece che le Nazioni Unite le facessero. Purtroppo, in tutti i casi, le Nazioni Unite non hanno provato nemmeno a aiutare in nessuna di queste. Ho finito 7 guerre, ho trattato i leader di ogni essere di questi paesi e non ho mai ricevuto nemmeno una chiamata telefonica dalle Nazioni Unite offrendo aiuto.
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Nel finalizzare Eccolo qua, Trump 2, la vendetta. The Donald è tornato dunque al palazzo di vetro ed è tornato a parlare alle Nazioni Unite dopo che lo aveva fatto per l'ultima volta in occasione del suo primo mandato. All'epoca aveva fatto soprattutto ridere quella vasta platea di uditori. Questa volta ha fatto piuttosto piangere. Il suo discorso è stato assolutamente penoso. Ha avuto solo un pregio, quello di non durare le famose 4 ore e 29 minuti con le quali Fidel Castro il 26 settembre 1960 fece addormentare la platea delle Nazioni Unite. Donald Trump si è limitato a un discorso di poco meno di un'ora, comunque quattro volte in più la media del tempo consentito a ciascun capo di Stato quando parla in quell'alto consesso. Ma guardate, tutto sommato... Il vecchio Fidel di 65 anni fa è stato molto meglio del Donald di oggi. Trump ha parlato appunto quasi un'ora dicendo ogni tipo di menzogna e di nefandezza con quella sua solita espressione tra l'ironico e l'irridente. Intanto ha esordito dicendo che questa è l'epoca d'oro per gli Stati Uniti, il paese più potente del mondo. Finalmente siamo rispettati ovunque. Non sappiamo se questo sia vero. L'America più che essere rispettata è temuta e in qualche altro caso detestata ormai. Ma al di là di questo, il passaggio che vi ho fatto sentire è quello nel quale il presidente americano dice ho messo fine a sette guerre, nessuno lo ha mai fatto, dicevano che era impossibile ma io l'ho fatto in sette mesi e le Nazioni Unite non ci sono riuscite, io invece sì. Non abbiamo ben chiare quali siano queste sette guerre che Trump ha fatto finire, sappiamo per certo che le uniche due per le quali si era impegnato a farlo, invece vanno avanti in modo sanguinoso, quella in Ucraina e quella in Palestina. Su quelle due guerre trampa ben poco da dire, se non qualche altra nefandezza seminata qua e là. Per esempio, parla della guerra a Gaza, non dice una sola parola di condanna o di critica per la disumanità del governo Netanyahu, E invece si limita a dire dobbiamo fermare la guerra, negoziare e riportare i 20 ostaggi a casa. E poi aggiunge che qualunque tipo di riconoscimento dello Stato palestinese sarebbe solo una ricompensa per Hamas. Non una sola parola di fronte, ripeto, a un auditorio che se lo sarebbe aspettato. Su quei 60, 70, 80, c'è chi dice 100.000 bambini, uomini e donne sterminati dall'esercito israeliano nel corso di questi quasi 800 giorni di barbarie alla quale abbiamo assistito inerti per lo più. L'America di Trump in testa, anzi non solo inerti, attivi nel sostenere lo sforzo militare e criminale di Netanyahu. Ma così è, se vi pare. Trump più di questo non è in grado di fare né di dire. Per il resto, attacchi a tutto spiano. Attacchi sul fronte russo. Ribadisce lo scellifo di Washington che l'uomo del Cremlino lo ha deluso, che doveva vincere la guerra contro Zelensky in tre giorni e invece ha fatto una brutta figura. Anche lì, come se lo sterminio di una popolazione civile inerme, quella ucraina, attraverso i massacri di Buccia, di Mariupol, di Irvin, possa essere ridotto solo a una questione di bella o di brutta figura. Poi, ancora, attacchi all'Europa. Un'Europa devastata dall'immigrazione, ha detto così Trump. Un'Europa che continua a aprire le sue porte e così condanna se stesso. Prima o poi sarà la popolazione europea completamente sostituita dai migranti. Non è tempo di aprire le barriere, è tempo di mettere fine ai confini aperti, ribadisce. E poi l'attacco più sorprendente all'ambientalismo. Dice Trump il cambiamento climatico è la più grande truffa del secolo. Cioè Trump non si limita a contestare le transizioni ambientali che i vari paesi e i vari continenti stanno facendo. Dice che il global warming è un gigantesco blef ed è una grande menzogna. Non è vero che il pianeta si sta surriscaldando. Siamo noi che per ragioni leologiche decliniamo la minaccia climatica e la riversiamo contro i popoli. Dunque l'aumento della temperatura del pianeta, gli accordi di Chioto e quelli di Parigi, tutte gigantesche cavolate. Non c'è nessuna ragione per considerare questa un'emergenza. Per finire l'ultimo attacco all'Europa, che continua a contestare Putin, ma poi continua in realtà a comprare il suo petrolio e il suo gas. Un'accusa così, formulata un tanto al chilo, sparando nel mucchio, senza dire che i paesi che continuano a comprare energia dall'uomo del Cremlino sono quelli guidati dalle destre sovraniste trampiane, una su tutte l'Ungheria e poi tutti gli altri paesi satelliti dell'ex Unione Sovietica. Ma di questo Trump non può parlare perché dovrebbe contestare l'internazionale sovranista alla quale quei paesi aderiscono felicemente e di cui Steve Bannon, principe delle tenebre trumpiane, è il vero regista. Per concludere, forse l'unica cosa vera che ha detto il tycoon di Mara Lago è la critica all'ONU, quando ha detto «Le Nazioni Unite non esprimono al massimo il loro potenziale. Che cosa fanno? L'ONU non fa che parlare con parole vuote e scrivere lettere forti». Una critica realistica e probabilmente fondata, ma quello che ancora una volta Trump non dice è che a rendere l'ONU così inutile e così vacuo è il contributo degli stati come quello che lo stesso Trump governa, che destituiscono di ogni fondamento e di ogni legittimità quegli organismi sovranazionali che ci hanno consentito, faticosamente, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, di raggiungere un accettabile equilibrio planetario, un ordine mondiale geopolitico ed economico che ora, proprio perché vengono destituiti di ogni legittimità con gli organismi sovranazionali, è messo così seriamente a ripentaglio. Dunque, il Palazzo di Vetro fava una spettacola. E come se non bastasse, alla fine dell'intervento trampiano, ci tocca sentire anche gli elogi di Giorgia Meloni. Giunta anche lei al Palazzo di Vetro di New York, dove oggi farà il suo intervento ufficiale, la sorella d'Italia commenta così l'intervento di Donald Trump e dice in maniera esplicita che diverse cose che ha detto il presidente americano lei le condivide. a partire da quello a fondo inaccettabile e insopportabile contro il riscaldamento climatico, contro la truffa del riscaldamento climatico. Ma probabilmente Meloni condivide di Trump anche altre posizioni che lui stesso ha reso esplicite. Tuttavia la vera novità che arriva dalla grande mela, non appena Meloni vi approda, è quella che annuncia ai giornalisti quando dice quello che ora vi faccio ascoltare.
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Io personalmente continuo a considerare che il riconoscimento della Palestina in assenza di uno Stato che abbia i requisiti della sovranità, diciamo non risolve il problema, non produce risultati tangibili, concreti per i palestinesi. Dopodiché si dice che però il riconoscimento della Palestina può essere un efficace strumento di pressione politica e va bene, capisco, però dobbiamo anche capire su chi, nel senso io penso che la principale pressione politica vada fatta nei confronti di Hamas perché Hamas che ha iniziato questa guerra ed è Hamas che impedisce che la guerra finisca rifiutandosi di consegnare gli ostagi. Quindi diciamo che seguo il ragionamento però allora annuncio che la maggioranza presenterà in aula una mozione per dire che il riconoscimento della Palestina deve essere subordinato a due condizioni il rilascio degli ostaggi e ovviamente l'esclusione di Hamas da qualsiasi dinamica di governo all'interno della Palestina perché dobbiamo capire quali sono le priorità. Io non sono contrario al riconoscimento della Palestina però dobbiamo darci le priorità giuste. Penso che un'iniziativa del genere spero che possa trovare anche il consenso dell'opposizione, non trova sicuramente il consenso di Hamas, non trova magari il consenso da parte degli estremisti islamisti, ma dovrebbe trovare consenso nelle persone di buonsenso.
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Dunque, udite udite, la Sorella d'Italia dà il grande annuncio. Nei prossimi giorni la maggioranza presenterà in aula una mozione per il riconoscimento della Palestina, che deve essere tuttavia subordinato a due condizioni, il rilascio degli ostaggi e l'esclusione di Hamas da qualsiasi dinamica di governo all'interno della Palestina. È vera svolta? Come al solito quando Meloni prende posizione sul fronte della politica estera bisogna sempre fargli la tara. Ci ha abituato ad un approccio quantomeno ambicuo, ci ha abituato ad essere un personaggio quasi irandelliano, uno nessuno centomila. Da quando Trump ha rivinto le elezioni la linea di politica estera del nostro governo è a dir poco un divaga. vaghiamo in mezzo all'Atlantico indecisi su quale sia la sponda migliore alla quale attraccare una volta quella europea un'altra volta quella americana comunque sempre più propensi a guardare a Mara Lago piuttosto che a Bruxelles E dunque Meloni fa un annuncio importante, tuttavia, perché fino a due giorni fa la linea del nostro governo era mai riconoscimento dello Stato palestinese. Non è il momento, dicevano la stessa Premier e i suoi due vice Premier, Salvini e Tagliari. Ora perché è arrivato il momento? È chiaro che la Presidente del Consiglio sente una pressione crescente intorno a sé. La sente a livello internazionale, perché gli Stati che hanno proceduto al riconoscimento effettivo o all'annuncio della Palestina sono ormai 150. E anche in Europa, nell'Europa dei paesi fondatori, tutti stanno facendo questo passo, compreso quel Premier inglese Starmer che la scorsa settimana ha ricevuto a Londra con onori regali l'Alleato americà. Sua non di meno è stato in grado di distanziarsene e annunciare a sua volta che la Gran Bretagna riconoscerà lo Stato di Palestina. Quindi Meloni è sempre più sola, in Europa e nel mondo, nel tenere una linea mediana ormai insostenibile. Ma Meloni è sempre più isolata anche all'interno del nostro paese, perché al di là della strumentalizzazione vergognosa che è stata fatta, per i cento facinorosi che a Milano hanno messo a ferro e fuoco la stazione centrale, la manifestazione per la Palestina che ha attraversato tutte le città italiane in uno straordinario lunedì di settembre, testimonia del fatto che ormai è un intero popolo italiano che sente sempre più forte l'angoscia per quello che sta succedendo a Gaza e non è soltanto l'elettorato di sinistra e anche l'elettorato della destra e anche l'elettorato di Fratelli d'Italia. Questo Meloni lo capisce e dunque deve uscire dall'angolo e lo fa con questo annuncio, fissando tuttavia due condizioni che sono a loro volta due bleff perché anche Macron che ha già provveduto al riconoscimento dello Stato di Palestina, così come tutti gli altri capi di Stato che lo hanno fatto, a posto come condizione, strettamente collegata al riconoscimento medesimo, che Hamas non faccia parte del futuro governo non solo della striscia, ma anche della Cisgiordania. Dunque Meloni spaccia come paletto una cosa che si dà ormai per scontata ovunque. È chiaro che è un gesto simbolico, ma è un gesto importante. Tuttavia, ora la palla ritornerà ancora una volta nel campo degli opposizioni. Quando sarà presentata la mozione di Fratelli d'Italia, per riconoscimento sia pur condizionato dello Stato palestinese, come voteranno i Cinque Stelle, come voterà il PD, come voterà l'Alleanza Verde e Sinistra, come voterà la Galassia centrista? Questo è il vero tema sul quale ora bisogna prestare la massima attenzione. In politica estera quel che resta del campo largo si è spesso diviso. Il rischio è che anche di fronte a questa mozione per il riconoscimento della Palestina, le opposizioni tornino a muoversi in ordine sparso. Sarebbe un altro clamoroso regalo a Giorgia Meloni. E su Gaza, visto il modo indegno in cui la sorella d'Italia si è comportata finora, proprio non se lo merita. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Host: Massimo Giannini (OnePodcast)
Date: September 24, 2025
In this episode, Massimo Giannini offers a critical and vivid commentary on recent political developments at the United Nations General Assembly, focusing particularly on the return of Donald Trump and the positioning of Italian Prime Minister Giorgia Meloni. Giannini dissects the performances of both leaders, examining Trump’s divisive speech and Meloni’s diplomatic maneuvering regarding the recognition of a Palestinian state, all while reflecting on the declining influence and effectiveness of the UN in the current geopolitical climate.
This episode is a pointed, engaging breakdown of political spectacle at the UN, starring Trump’s brashness and Meloni’s opportunism. Giannini exposes the hollowness of Trump’s boasts and critiques Meloni’s adaptive, ambiguous diplomacy, all while lamenting the broader erosion of effective international governance. The episode ends with a warning: divisions among Italian opposition parties could render Meloni’s calculated maneuver another undeserved political victory in the ongoing “spettacolo della politica.”