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Narrator/Announcer
Uno sguardo e pensiamo di aver già capito tutto. Ma dietro ogni persona c'è una storia. La Chiesa Valdese sostiene progetti di accoglienza, lavoro, inclusione e diritti. Con la tua firma vai oltre i luoghi comuni. 8x1000 alla Chiesa Valdese. L'altro 8x1000.
Massimo Giannini
Sicuramente è uno scherzo del destino e non l'ultimo uovo del drago depositato dal diabolico buttafuoco, ma fa comunque un certo effetto che la sessantunesima edizione della Biennale di Venezia, accusata di putinismo, apre i battenti nello stesso giorno in cui la Russia celebra l'ottantunesimo anniversario della vittoria sul nazifascismo. all'arsenale il taglio del nastro che apre la rassegna stavolta intossicata dai miasmi sul padiglione russo sulla piazza rossa la parata militare stavolta senza blindati e missili ma con i reduci della seconda guerra e i soldati del fronte ucraino in colonna davanti a uno jar di mosca sempre più impaurito e ora persino disposto a considerare una possibile fine della guerra In mezzo il chi velenoso regolamento di conti tra la nomenclatura di governo e di sottogoverno e l'intelligenza al seguito delle destre al comando. Da quasi quattro anni vaneggiano di nuovo racconto da offrire al paese, che parte dalla storia, abbraccia la religione, incrocia l'arte, attraversa la letteratura e il cinema. Poi, invariabilmente, tutto precipita nella spartizione della RAI e nell'occupazione di tutte le case matte del potere materiale e immateriale. E adesso arrivano pure le purghe giuliane. Più che egemonia, questa è macelleria culturale.
Circo Massimo. Lo spettacolo della politica. Di Massimo Giannini.
Eh sì, purghe giuliane. Non saprei come altro chiamarle, se non così. Laddove per giuliane intendiamo Alessandro Giuli. il ministro della cultura che ancora una volta rivoluziona quel di Castero già terremotato dai tempi dell'uscita di scena del suo predecessore Gennaro San Giuliano. Ora Giuli caccia mezzo ministero in particolare il suo uomo di fiducia in teoria quello che sarebbe il capo della segreteria tecnica Emanuele Merlino esponente diretto del sottosegretario alla presidenza del consiglio il Meloniano Fazzolari poi insieme a lui Elena Proietti, segretaria particolare, sanno già pronti i decreti di irrevoca, è un momento e se ne andranno a casa, pagano l'ignobile vicenda del documentario su Giulio Reggeni che non ha ottenuto, come sappiamo, i finanziamenti che invece sono andati a ha ben altri prodotti assai più scadenti da ogni punto di vista e tuttavia questo è solo l'ultimo anello di una catena di fiaschi ininterrotti sul fronte culturale di questo governo e di questa maggioranza ed è sicuramente Niente come questa sventurata biennale di Venezia certifica questo fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera. Cioè non solo l'abbraccio mortale con Trump, al quale la Premier si è voluttuosamente abbandonata per quasi quattro anni, ma anche quello con Putin, al quale alcuni suoi fratelli e quasi tutti i leghisti non si sono mai sottratti. col fantasma dell'uomo del cremlino che aleggia tra le calli la kermes alla serenissima e la rappresentazione plastica del caos. A partire da Salvini, che tra un comiziaccio da fascio sovranista a Piazza Duomo e una visita da remaggio coi giocattoli alla famiglia del Bosco, scopre che l'arte non ha colore né confini né censura e quindi va con gioia a Padiglione Russo, perché gli assenti hanno sempre torto. Ha detto così il ministro delle infrastrutture e suo collega Alessandro Giuli gli risponde per le rime. Pensavo facesse autocritiche per scusarsi nel fatto che frequenta poco il suo ministero. Una mezza rissa da bar, che ricorda quella tra Andreatta e Formica, ai tempi della Prima Repubblica, quando l'uno dava all'altro del commercialista di Bari e quell'altro gli rispondeva, parli come se fossi una comare di Windsor. Ma questo è puro teatrino della politica. Il 24 maggio Venezia si vota, Vannacci ha messo la freccia e nessuno vuole farsi scavalcare dal partito filorusto del generale. E quindi tutto è macelleria culturale. L'hanno affidata, come sappiamo, a Pietrangelo Buttafuoco, forse l'unico vero intellettuale di una destra radicale, ma colta, libera, per certi versi irregolare. La scelta era anche buona, di quelle che avrebbero potuto e dovuto fare anche in altri abiti, se solo ne avessero avuto il coraggio. Ma non l'hanno fatto, e adesso capiamo bene il perché. Buttafuoco ha deciso di accogliere Russia e Israele, convinto che l'arte debba unire e non dividere i popoli. Alla sua maniera, un po' guascone e un po' d'annunziana, ha citato l'appello di Mattarella ai liberi e agli audaci. Ora, giusto o sbagliato che sia il merito, Buttafuoco ha esercitato il suo ruolo in autonomia, ma è proprio questo che il governo di Giorgia Meloni non accetta, cioè il metodo. Io ti ho messo lì, tu obbedisci ai miei ordini. In un primo momento, senza esplicitare la teoria, Giuli aveva provato a risolvere il problema con la burocrazia. mandando cioè a Venezia gli ispettori. Sperava così di far emergere qualche irregolarità nelle procedure di gestione del padiglione russo, in modo da bloccarlo in questa maniera. La missione è fallita e ora il ministro, pur confermando la sua posizione pro-Ucraina, e della stessa premie, prova a voltare pagina e dice «Pietrangelo ha portato la Russia in mostra alle spalle del governo, così ha fatto un favore a uno Stato belligerante, ma l'autonomia è un confine che non possiamo valicare». Così ha detto, e il metodo sarebbe corretto se solo il governo l'avesse fatto suo fin dall'inizio. Ma lo sappiamo, non è stato così. Da Leonardo, il colosso della difesa, fino ad arrivare al teatro della Fenice, tutti gli incarichi conferiti finora sono ispirati solo dalla fedeltà, l'appartenenza clanica e minoritaria al vecchio MSI di Colleoppio. Proprio perché rinchiusa per anni in quella setta, la sorella d'Italia vinte le elezioni avrebbe potuto stupirci, aprendo porte e finestre del partito, offrendo incarichi di responsabilità a persone capaci, affini ma non organiche. un sparuto drappello di indipendenti di destra, come negli anni 70 e 80 esistevano gli indipendenti di sinistra. Certo, di là non ci sono i Rodotà e gli Sciascia, ma si poteva trovare certamente di meglio dei Mazzi e delle Borgonzoni, oppure dei soliti Paolini in minore, selezionati di volta in volta dall'anima nera di Palazzo Chigi, il solito Fazzolari per l'appunto. «Non tollereremo rendite parassitismi, i soldi dei contribuenti sono sacri», aveva tuonato Giuli appena seduto sulla sedia elettrica che fu di San Giuliano. In quest'ultimo anno, però, la politica culturale della destra è rimasta sempre la stessa. Insulti alla sinistra che non ha più intellettuali ma solo comici, sberleffi agli attori e ai registi che chiedono la riforma del tax credit. pesci in faccia a Elio Germano e a tutti i rappresentanti di una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine, così l'aveva definita lo stesso Giuli. E poi repulisti agli uffizi di Firenze, alla Pinacoteca di Brera, al Museo Ginori di Sesto Fiorentino. Blitz sullo statuto dell'Accademia del Cinema Italiano e sulla governance del Centro Sperimentale Cinematografico. Bordate contro Massini e Saviano, Augias e Scurati, Gruber e Fazio. Sgomento poi di fronte al delinquente Kaufman che prima di massacrare a Villa Panfili la compagna e la figlioletta di sei mesi aveva incassato quasi un milione di euro per un film mai girato. Non permetteremo più che questo accada aveva giurato nel sangue il tivo Giuli. Un anno dopo però purtroppo è tutto uguale anzi è andata persino peggio. E c'è questa vergogna del finanziamento negato al documentario su Giulio Reggeni dalla Commissione Ministeriale che invece l'aveva generosamente concesso a un porno soft con Manuele Arcuri e a una biografia di Gigi D'Alessio. Il ministro ha avuto il buon gusto prima di scusarsi durante la cerimonia dei David al Quirinale di fronte al Capo dello Stato. Mai più ha promesso. E poi adesso ha fatto un passo avanti, cacciando i responsabili di questa ignominia. E anche di questo passo gli va dato pienamente atto. Giuli, ogni tanto, si rivela uomo coraggioso. Ma poi, per tutto il resto, chi si può fidare? Dopo un'intera legislatura di integni traditi, tutto resta cosa loro, poltrone ministeriali e commissioni scientifiche, fondazioni culturali e musei, teatri ed antiviris, premi letterari e bande musicali. altro che appelli alla destra a non vedere la cultura come il terreno di una guerra di trincea in cui eserciti contrapposti si contendono posizioni di potere. Come aveva scritto testualmente lo stesso Giuli nel suo libretto Gramsci è vivo, uscito due anni fa, per strizzare l'occhio alla sinistra e cercare un terreno comune di intesa, al di là degli steccati proprio sul tema culturale. Un terreno mai trovato, ma neanche mai cercato. l'encefalogramma delle nuove iniziative resta piatto. Dimenticate le stantie fiction rai su Fiume e Marconi e archiviate la mostra penosa su Tolkien e quella penosa sul futurismo. In compenso, nel frattempo, è caduta sul campo pure Beatrice Venezi. La bacchetta nera, imposta a ogni costo al teatro della Fenice e dalla nuova egemonia culturale, è davvero tutto.
Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Episode: Caos cultura, tra Biennale e ’purghe giuliane’ al ministero
Host: Massimo Giannini
Date: 11 maggio 2026
Platform: OnePodcast
In questo episodio, Massimo Giannini affronta il caos nel panorama culturale italiano, concentrandosi sul caso della Biennale di Venezia e sulle “purghe giuliane” al Ministero della Cultura. Al centro della riflessione c’è la gestione politicizzata della cultura da parte del governo Meloni, con particolare attenzione alle nomine, agli scandali e alle recenti epurazioni di figure chiave, evidenziando la tensione tra autonomia culturale e controllo politico.
L’episodio dipinge un quadro fosco e critico della gestione culturale italiana, evidenziando come la cultura sia diventata terreno di potere, purghe interne e fedele specchio della linea politica del governo Meloni. Tra azioni scomposte, promesse mancate e opportunità perdute, la cultura appare schiacciata tra logiche di controllo e la mancanza di un reale progetto inclusivo e autonomo.