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Come triste venezzi soltanto un anno dopo come triste venezzi se non si ama più si cercano parole che nessuno dirà e si vorrebbe piangere ma non si può più come triste venezzi soltanto un anno dopo come triste venezzi se non si ama più i musei e le chiese si aprono per noi ma non lo sanno che ormai tu non ci sei Viene voglia di citare, parafrasandolo, il vecchio brano di Charles Aznavour, lo chansonnier che dedicò a Venezia una canzone memorabile. Viene voglia di farlo non tanto a proposito della città, quanto a proposito di lei. la direttrice d'orchestra, anzi il direttore d'orchestra Beatrice Venezi, che era stata indicata dal governo come direttrice artistica della Fenice, il meraviglioso teatro lirico di quella città. e che invece forse non riuscirà a raggiungere l'obiettivo perché quel teatro insieme a molti altri le si sono ribellati non la vogliono e questo ci fa fare una riflessione un po' più profonda sullo stato della cultura ai tempi della destra Circo Massimo lo spettacolo della politica di.
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Massimo Giannini L'assemblea generale dei lavoratori riunitasi il 26 settembre scorso, ha espresso un'anime solidarietà alla presa di posizione chiara e coraggiosa presa pubblica il 25 settembre dai professori e dalle professorisse d'orchestra. Con attreccante affermenza, le maestranze tutte del Teatro La Fenice chiedono L'immediata revoca della nomina di lettore musicale del maestro Beatrice Venezi è avvenuta con modalità e tempistiche che non hanno rispettato i principi di confronto e trasparenza. A tutto il gentile pubblico presente chiediamo la solidarietà e l'accoggio che solo chi ama il nostro teatro può darci. La musica non ha colore, non ha genere e non ha equa.
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Le parole che avete appena sentito sono risuonate forti e chiare nel meraviglioso teatro lirico di Venezia, la Fenice. A pronunciarle una rappresentanza di tutte le maestranze del teatro, i musici, gli artisti, i dipendenti, tutti quanti. che hanno spiegato, giustificandole con il senso del comunicato che avete appena ascoltato, i motivi per i quali non considerano adeguata la scelta compiuta dal governo di Giorgia Meloni, attraverso il suo Ministro della Cultura e il suo rappresentante e responsabile delle politiche culturali. L'indicazione e la nomina di Beatrice Venezzi a direttore musicale dell'Orchestra della Fenice ha innescato lo sciopero per il prossimo 17 ottobre in concomitanza con la prima dell'opera Wozzeck. e le maestranze lo ribadiscono a seguito dello stato di agitazione proclamato il 27 settembre scorso hanno scritto in una nota si è svolto un incontro coi vertici del teatro La Fenice e la presenza del sindaco Luigi Brugnaro ma durante l'incontro che è durato pensate un po' ben tre ore e mezza con le RSU, le rappresentanze sindacali unitarie del teatro La Fenice, il sovrintendente Cola Bianchi e appunto il sindaco di Venezia Brugnaro ebbene L'organismo sindacale ha ribadito la richiesta di revocare la nomina del maestro Venezzi a direttore musicale. Da questo punto di vista il governo non ci vuole sentire e di qui la proclamazione dello sciopero. Il sindaco ha provato ad insistere dicendo che secondo lui questa nomina potrebbe dare grande speranza al teatro perché puntare su una giovane di 35 anni che ovviamente non ha l'esperienza di una di 70 però ci propone delle sfide importanti. Ma non c'è niente da fare. i musici, le orchestre e tutte le RSU incroceranno le braccia. Credo che non si fosse mai vista prima una cosa di questo genere, un'intera rappresentanza sindacale che si ferma contro la nomina di un direttore artistico. Tanto più in questo caso un direttore artistico don ci hanno tenuto gli esponenti del sindacato a ribadire che non c'è nessuna preclusione di tipo politico né di genere. Il punto è un altro ed è venuto fuori con forza in queste ultime settimane perché del tema si discute e si litiga da gran tempo da quando cioè Palazzo Chigi ha indicato in Beatrice Venezi la candidata alla direzione artistica della Fenice. Si ritiene, e questo è stato suffragato in vario modo da altri grandi direttori d'orchestra italiani, che lei non abbia l'esperienza necessaria e sufficiente per dirigere un'istituzione culturale importante come quella della Fenice. Io personalmente non ho nessuna competenza tecnica per suffragare o smentire un'ipotesi del genere. Mi limito solo a constatare che questo giudizio sembra unanime tra gli addetti ai lavori, tra gli esperti. Non so nulla di Beatrice Venezi, l'unica cosa che sappiamo di lei, questo sì, e che ha tenuto in mano diversi eventi in questi anni, compresa una partecipazione a un festival di Sanremo come consulente a un altro direttore d'orchestra. Le credenziali contenute nel suo curriculum oggettivamente, e lo dico io da profano, non appaiono così rilevanti, ma non è questo il tema. Il tema sul quale riflettere è un altro, e cioè questa è alla fine una delle scelte fondamentali che questo governo aveva compiuto in materia culturale. L'aveva fatto con tutta evidenza, ripeto, ascoltando quel che dicono gli esperti del ramo, non già in virtù di meriti acquisiti, ma più evidentemente in base ad una fedeltà politica. Beatrice Venezzi non ha mai nascosto le sue simpatie per la destra radicale di Giorgia Meloni. Suo padre era un militante del movimento sociale italiano e agli atti una strepitosa imitazione di Virginia Raffaele. che ha immortalato Beatrice Venezzi come una sorta di direttrice d'orchestra del fascio, dei tempi del fascio, ma al di là della satira rimane questo fatto evidente. Beatrice Venezzi è donna d'area, si potrebbe dire, direttrice d'orchestra d'area, come un tempo si definivano gli intellettuali vicini ai regimi, in quel momento al comando. Questo ci fa ragionare, come dicevo prima, sulle politiche culturali di questa stagione melloniana. Perché le disavventure sono diverse e non c'è soltanto questo. Il ministro responsabile, Alessandro Giuli, dall'alto del collegio romano dove l'ha hissato l'ex Camerata Giorgia, bene, scaglia fulmini contro tutto e contro tutti. Non si limita a indicare chi deve fare cosa. Ma eppura, spesso e volentieri. E qui ripropongo un ragionamento che avevo fatto su Repubblica qualche settimana fa. Dice Giuli non tolleriamo rendite e parassitismi, i soldi dei contribuenti sono sacri. Tona come Giove Pluvio contro i giganti che osano scalare l'Olimpo. Le ultime saette che aveva lanciato avevano colpito prima Stefano Massini, turpe fustigatore della fascistissima destra al comando e fetido frequentatore dell'odiatissima piazza pulita. bisogna lavare quest'onte e così il teatro della Toscana che lui dirige è stato declassato e quindi definanziato. In rapida successione Giulia aveva incenerito Nicola Borrelli, infido responsabile della direzione cinema e audiovisivo, quella che dispensa generose prebende agli amici della parrocchietta di sinistra come La chiamano a Palazzo Chigi e si scopre ora che aveva anche foraggiato il criminale Francis Kaufman. Ve lo ricordate? L'assassino di Villa Panfili, quello che aveva ucciso la sua compagna e anche la figlioletta di pochi mesi. A sua volta aveva partecipato a un bando di finanziamento dei fondi per il cinema, per un prodotto cinematografico mai arrivato al traguardo. Sono due vicende totalmente sconnesse l'una dall'altra, ma che adesso, insieme alla testarda riproposizione della nomina di Beatrice Venezzi alla Fenice, riflettono la medesima becera idea di egemonia culturale. di questa improbabile banda da Bassotti chiamato Fratelli d'Italia. Da quando sono entrati nella stanza dei Bottoni hanno solo un imperativo categorico che non ha nulla a che vedere con i valori della Repubblica, con la maestà della sua Costituzione e con la dignità delle sue istituzioni. e purare e punire quelli che c'erano priva, occupare e sottomettere tutte le case matte del potere culturale con i loro fedelissimi e Beatrice Venezi è una di questi, che ora purtroppo, suo malgrado, ne paga le conseguenze. Alla faccia di Antonio Gramsci, che alle masse diceva «istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza», i patrioti al comando dicono «dominate, perché dobbiamo coprire tutta la nostra incompetenza». Spiace dirlo, ma i fatti parlano chiaro. Andiamo avanti così ormai da quasi tre anni. Poltrone ministeriali e commissioni scientifiche, fondazioni culturali e musei, teatri ed enti lirici, premi letterari e bande musicali. È tutta cosa loro. Dall'informazione al cinema, dalla Treccani alla Rai. hanno fatto una mostra penosa su Tolkien e una appena dignitosa sul futurismo, senza mai nominare il contributo che quella corrente artistica ha, almeno in Italia, dette al regime di Mussolini. Valditara ha difeso il patriarcato. Mollicone, responsabile culturale del partito, ha attaccato Peppa Pig perché la considera pericolosa per la mente dei bambini, pensate un po'. E, tuttavia, non ha lesinato i suoi sforzi per sostenere Beatrice Venezzi alla Fenice. Poi c'è la russa che ha commemorato i musici altoatesini in pensione sterminati dai partigiani vigliacchi a Via Rasella. E questo sulle politiche culturali è tutto. Non c'è nient'altro da raccontare. Siamo passati dall'intellettuale della magna grecia San Giuliano che discettava della Times Square di Londra e premiava i libri dello strega senza averli letti, al divo Giuli che scrive dotti pamflet proprio su Gramsci e che a rileggerlo oggi non viene da piangere. Volava altissimo, per carità, il non ancora ministro dei beni artistici. scriveva fuor dalla metafora orfico-tolkeniana e giunta l'ora che la destra italiana ormai adulta celebra il proprio ingresso nell'età matura e si lascia alle spalle ogni lacerto di nostalgia per un'identità illusoria animata da fantasticherie revanchiste, reazionarie, regressive. Beh, lo scriveva un anno fa, poco più. S'è dimenticato tutto, perché quanto a fantastiche lire vansciste, reazionarie e regressive ci siamo dentro fino al collo. Aveva anche scritto «La destra deve imparare a non vedere la cultura come il terreno di una guerra di trincea, in cui eserciti contrapposti si contendono posizioni di potere». Anche questo deve essergli rimasto nella penna da allora, perché oggi quello che sta facendo la destra sul fronte culturale è sempre e soltanto uno scontro di potere, una guerra di trincea per la punto in cui, metro per metro, si cercano di conquistare posizioni al di fuori di ogni logica di merito, ma ripeto e insisto solo in funzione della tessera del partito o comunque della simpatia manifesta nei suoi confronti che colui che è stato prescelto deve aver manifestato. E allora, dopo il repulisti sovranista agli uffizi di Firenze e alla pinacoteca di Brera, dopo la rimozione forzata del noto anarcho insurrezionalista Tommaso Montanari al museo Ginori di Sesto Fiorentino, dopo il blitz sullo statuto dell'Accademia del Cinema Italiano per far decidere al Ministro della Cultura anche i Davidi di Donatello e poi sulla governance del Centro Sperimentale Cinematografico per far nominare i vertici dall'esecutivo, Adesso siamo arrivati alla impuntatura su Beatrice Venezi. Una logica veramente da patriochi. Ma questa è la destra reale che gestisce dossier a Palazzo Chigi con lo stesso spirito di vendetta di quando covava Arancori a Colleoppio. Stanno facendo un deserto e lo chiamano cultura. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Episode: Com’è triste Venezi, bruciata dalla sub-cultura dei Patrioti
Date: October 9, 2025
Host: Massimo Giannini
In this episode, Massimo Giannini examines the contentious appointment of Beatrice Venezi as musical director of Venice’s Teatro La Fenice, exploring the broader implications for Italian cultural policy under the current right-wing government. Using the metaphor of Charles Aznavour’s melancholy “Come è triste Venezia,” he dissects the unrest within the cultural sector, linking it to a pattern of politicized appointments, institutional strife, and a perceived rightward “cultural occupation.” Giannini’s commentary provides both detail and critique, combining sharp political analysis with irony and pointed allusions.
Introduction of the Controversy ([00:56]):
Union’s Demands ([02:16]):
Fidelity Over Merit:
Minister Giuli and Cultural Hostility:
Recent Precedents ([03:25]):
Examples of Politicized Culture & Revisiting History:
Satirical Parallels and Gramsci’s Legacy:
On Venezi’s contested appointment ([00:56]):
“Viene voglia di citare... il vecchio brano di Charles Aznavour... non tanto a proposito della città, quanto a proposito di lei. la direttrice d'orchestra... Beatrice Venezi...”
On the union’s motivation ([02:16]):
“La musica non ha colore, non ha genere e non ha equa.”
On government priorities ([03:25]):
“Beatrice Venezzi è donna d'area... direttrice d'orchestra d'area, come un tempo si definivano gli intellettuali vicini ai regimi...”
On the right’s cultural ‘colonization’ ([03:25]):
“Hanno solo un imperativo categorico... e purare e punire quelli che c'erano priva, occupare e sottomettere tutte le case matte del potere culturale con i loro fedelissimi e Beatrice Venezi è una di questi, che ora purtroppo, suo malgrado, ne paga le conseguenze.”
On Gramsci and the new right ([03:25]):
“Alla faccia di Antonio Gramsci, che alle masse diceva ‘istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza’, i patrioti al comando dicono ‘dominate, perché dobbiamo coprire tutta la nostra incompetenza’.”
Closing indictment ([03:25]):
“Stanno facendo un deserto e lo chiamano cultura.”
Massimo Giannini’s analysis transcends the episode’s news focus, painting a picture of wider “occupation” of Italian culture by political loyalists at the expense of expertise and independence. The case of Beatrice Venezi, while singular, is treated as a symptom of a broader malaise in Italy’s cultural politics—one marked, in Giannini’s words, by vendetta, incompetence, and the creation of a “desert” in the cultural landscape.