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Evo 7 Cairos, l'Evolved SUV 1.5 turbo benzina, tuo a 29.900 euro. Prezzo reale senza vincoli di finanziamento, rottamazione o permuta. Disponibile anche GPL. Corri nelle concessionarie Evo. In questi ultimi anni mi sono chiesto a lungo se il sentimento nazionale abbia ancora una qualche legittimità. Nell'era dell'energia atomica, della radio, dell'aeroplano, non sarà una specie di bella ossessione? Queste parole le scrisse uno dei più grandi intellettuali ungheresi, Sandor Marai. Era il 1950. e lui già allora immaginava che soltanto un'Europa unita e sovranazionale avrebbe potuto superare l'ideologia dei confini nel Vecchio Continente. Non so perché, ma di fronte alla straordinaria notizia che è arrivata dalle elezioni ungheresi mi è tornato per le mani questo libro di Sandor Maraj che ci spiega, tutto sommato, con 70 anni di anticipo, le ragioni per le quali oggi dobbiamo festeggiare la vittoria di Maguiar e la sconfitta di Viktor Orbán. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. È un grande piacere per me portare i miei saluti a tutti voi. La sicurezza non può essere presa per grattacielo. Deve essere una, e credo che Viktor Orbán abbia tutte queste qualità. Ha la tenacità, il coraggio e la saggezza per proteggere il suo paese. L'Ungaria, con il continuo lideraggio di Viktor Orbán, ha l'opportunità di essere un filore di sicurezza. Insieme stiamo per l'Europa che rispetta la sovranità nazionale, è orgogliosa delle sue origini culturali e religiosi. È grazie a un dirigente come Viktor che il campo dei patrioti, dei difensori delle nazioni e dei popoli sovrani sta vincendo in Europa. God bless you all! Viva la libertà, carajo! Lonely Polish-Hungarian friendship. Adesso, finalmente, lo possiamo dire. Quello che avete appena ascoltato, che doveva essere l'endorsement per il presidente uscente dell'Ungheria Viktor Orban, pronunciato da tutti i leader delle peggiori destre estremiste e sovraniste dell'Occidente, è diventato in realtà il suo De Profundis. Lo avevano registrato nel mese di gennaio tutti i leader ispirati da Trump che volevano sostenere ad ogni costo l'ennesima rielezione del leader del partito ultra radicale di destra Fidesz. C'era stata Giorgia Meloni, l'avete sentito parlava in inglese, c'era stato Matteo Salvini, E con loro c'erano stati i leader delle peggiori destre europee, Alice Weidel, capa degli Alternative for Deutschland, il partito neonazista tedesco. E poi Santiago Abascal, leader del partito neo-franchista spagnolo. E poi Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, partito dell'ultra destra francese. E poi, ancora, Benjamin Netanyahu, il signore della morte che sta insanguinando il Medio Oriente, e poi ancora Milei per l'Argentina e poi ancora via via tutti gli altri, i peggiori. Bene, erano convinti che con questo endorsement avrebbero fatto vincere Orban, e invece Orban ha perso clamorosamente. Il suo sfidante, Peter Magyar, ha preso addirittura i due terzi della maggioranza in Parlamento. È dunque la svolta che può cambiare il corso non solo dell'Ungheria, non solo dell'Europa, ma forse può anticipare anche cambiamenti epocali nel resto del mondo. Ora, naturalmente, gli europeisti sono in festa. Ursula von der Leyen ha detto già che il cuore dell'Europa batte più forte, Macron ha già chiamato il vincitore Maguiar, dicendo adesso lavoriamo per un'Europa più sovrana e non per i singoli paesi sovranisti. Per capire la posta in palio di queste elezioni in Ungheria, bastava leggere l'ultimo post di Donald Trump, quello di venerdì scorso. Victor Orban è un leader veramente forte e potente, con un record di risultati fenomenali. Ama il suo grande paese e il suo popolo, proprio come faccio io per gli Stati Uniti. Lavora duramente per proteggere l'Ungheria, far crescere l'economia, creare lavoro, promuovere il commercio. fermare l'immigrazione illegale e garantire legge e ordine. Domenica votate per Orban. È un vero amico, combattente e vincitore. Sono con lui fino in fondo. Ecco, il voto a distanza del commander-in-chief era la prova di quanto fosse cruciale per le destre trampiste il ruolo politico ideologico del fedelissimo amico Maggiaro. Se avesse rivinto avrebbe continuato la sua missione speciale, quella di agente patogeno che si insinua nelle vene del continente europeo per svuotarlo e distruggerlo da dentro. Se avesse perso, come ha perso, il processo di decostruzione endogena dell'Unione Europea avrebbe subito, e dunque subisce, una seria battuta d'arresto. I tre imperi America, Russia e anche Cina avevano speculato sulla disunione europea. e ora perdono un asset strategico. E la caduta di Orban può diventare preludio di una frana più vasta di tutta l'internazionale sovranista. Come aveva detto giustamente Romano Prodi, dal risultato ungherese può dipendere il futuro della libertà e della democrazia in Europa. E così è, così è stato, così sarà a questo punto. Al di là di tutti i timori della vigilia Si poteva anche immaginare che Orban, come fece Trump nel gennaio del 2021, sconfitto da Biden, non avrebbe accettato la disfatta e avrebbe magari chiamato le masse alla rivolta, oppure invocato i brogli, oppure chissà cos'altro. Ma il distacco tra Tizza, il partito di Maguiar, e Fidesz, il partito di Orban, è troppo grande per poter urlare agli imbrogli nelle urne. Non è accaduto, non poteva accadere. Dunque con Fidesz cade quel modello di conservatorismo autoritario ultranazionalista e xenofobo che Orban aveva offerto al suo paese, all'Europa e al mondo. E aveva illustrato la sua dottrina già nel luglio del 2014 in un discorso in Romania. La democrazia occidentale ha fallito, io costruirò uno stato illiberale. Non a caso la stessa teoria che Putin aveva poi perfezionato nel 2019, spiegando al Financial Times che l'ideologia liberale è ormai obsoleta, perché con il multiculturalismo e le politiche migratorie non tutela gli interessi dei popoli. Orman era stato, tutto sommato, trampista prima di Trump, we were Trump before Trump, ed è Le politiche orbaniane dell'inizio degli anni 10 del 2000 avevano ispirato poi l'America First che il tycoon avrebbe fatto sue nella vittoria alle presidenziali del 2016. Orban in questi 16 anni, perché ha governato l'Ungheria per 16 anni, ha rappresentato quel modello di democratura che negli stessi anni si andava consolidando in Russia, cioè Elezioni democratiche, ma poi dittatura nell'esercizio del potere. Orban ha picconato sistematicamente la Costituzione per abbattere tutti i contropoteri. Il primo fronte era stato quello della giustizia, aggredita con riforme che ora a noi italiani suonano assai familiari. Aveva disarmato la Corte Costituzionale. aumentando il numero dei membri laici nominati dal suo partito, aveva introdotto norme che accrescono l'influenza politica sulla Corte Suprema, aveva creato l'ufficio giudiziario nazionale che di fatto rappresentava un organo di disciplina della magistratura guidato sempre da figure vicine a Fidesz. Poi aveva cacciato via tanti magistrati riducendo l'età pensionabile da 70 a 62 anni per sostituirli con giovani di nomina politica. Poi si era occupato di mettere a tacere l'informazione. Aveva creato una fondazione della stampa e dei media nella quale aveva fatto confluire giornali, tv, radio e siti web, tutti sotto il controllo governativo. Aveva fatto chiudere più di 90 media indipendenti, obbligando le aziende pubbliche a negargli la pubblicità. Aveva varato decreti persecutori contro i migranti e le comunità LGBTQ. Per queste continue violazioni dello Stato di diritto, l'Ungheria è ancora sottoposta a una procedura di infrazione europea che le ha congelato 16 miliardi di fondi del Next Generation EU. E ora speriamo che con la vittoria di Magyar tutto questo venga superato. Sì, perché Magyar è un leader ugualmente conservatore, ma che ha fatto la sua campagna elettorale dicendo che l'Ungheria si doveva riavvicinare all'Europa. E questo in questi anni non è mai accaduto. Lo dobbiamo ricordare, oggi l'Ungheria è un paese in crisi, poca crescita e alta inflazione, bassi salari e tanta corruzione. Ma Orban era diventato il capofila, tra i 27, delle forze sovraniste che hanno impedito finora all'Europa di accelerare sulla via dell'integrazione. invrigliandola con le catene del voto all'unanimità. E per questo i tre imperi l'avevano scelto come utile idiota. L'America di Trump, la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping. E per questo, insieme a lui, si erano schierati tutte le destre sovraniste, compresa quella italiana, va detto con chiarezza. altro asse sul quale il trampismo ha scommesso per destrutturare l'Europa dall'interno. Ed è questo poi che spiega per quale ragione l'America puntava tutto su Orban. Ancora martedì della scorsa settimana il vicepresidente Vance era stato in visita pastorale a Budapest e aveva detto chiaramente quali erano i cavalli di battaglia sui quali l'amministrazione USA era stata solita cavalcare fino ad oggi le praterie europee. L'America è rimasta molto delusa dai leader del vecchio continente, ha detto Vance. Abbiamo avuto aiuti solo da alcuni. Il più utile è stato Orban, ma anche Giorgia Meloni è stata molto utile. Ecco ora con la vittoria di Maguiar e la sconfitta di Orban tutto questo cade come un castello di carta e torna in mente allora quel video del gennaio scorso in cui tutti insieme allegramente I leader delle peggiori destre dicevano forza Victor, ce la farai, siamo tutti con te. A questo punto la sconfitta del leader Maggiaro apre scenari nuovi per l'intero continente e forse anche per il mondo. Non sembri esagerata questa previsione e tutto questo parla anche al nostro paese, parla soprattutto al nostro paese. Dopo la disfatta referendaria e prima dell'ordalia del midterm di novembre, questo test decisivo in Ungheria dimostra che sta soffiando il vento di un possibile cambiamento. Victor se ne va a casa e la campana suona anche per Giorgia Meloni. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione. One Podcast.
In this episode of Circo Massimo, Massimo Giannini analyzes the sensational electoral defeat of Viktor Orbán in Hungary, where Peter Magyar and his party have secured a resounding victory. Giannini explores the European and international repercussions of Orbán’s fall, what it signals for the nationalist right across the continent, and how these events resonate with the state of Italian and European politics—especially for figures like Giorgia Meloni. Through a mix of historical reflection and sharp political analysis, Giannini unpacks why this moment could mark a broader shift for Europe’s future.
“Nell'era dell'energia atomica, della radio, dell'aeroplano, non sarà una specie di bella ossessione?... Soltanto un'Europa unita e sovranazionale avrebbe potuto superare l'ideologia dei confini nel Vecchio Continente.”
“Quello che avete appena ascoltato, che doveva essere l'endorsement per il presidente uscente dell'Ungheria Viktor Orbán... è diventato in realtà il suo De Profundis.”
“Victor Orban è un leader veramente forte e potente… Sono con lui fino in fondo.”
“La democrazia occidentale ha fallito, io costruirò uno stato illiberale.” – Orbán, 2014 (Romania speech)
“Victor se ne va a casa e la campana suona anche per Giorgia Meloni.” (22:32)
On National Sentiment & Europe
“Nell'era dell'energia atomica... solo un'Europa unita e sovranazionale avrebbe potuto superare l'ideologia dei confini.”
– [Sandor Marai via Giannini, 01:25]
On the defeat of Orbán
“Quello che doveva essere l’endorsement… è diventato in realtà il suo De Profundis.”
– [Giannini, 03:17]
On the consequence for European unity
“Macron ha già chiamato il vincitore Maguiar, dicendo adesso lavoriamo per un’Europa più sovrana e non per i singoli paesi sovranisti.”
– [Giannini, 07:02]
On Orbán’s model
“Con Fidesz cade quel modello di conservatorismo autoritario ultranazionalista e xenofobo…”
– [Giannini, 10:02]
On the broader wave
“La caduta di Orban può diventare preludio di una frana più vasta di tutta l’internazionale sovranista.”
– [Giannini, 09:14]
A warning for Italian politics
“La campana suona anche per Giorgia Meloni.”
– [Giannini, 22:32]
Giannini’s tone is incisive, at times caustic but always informative—mixing historical analysis, sharp political critique, and a sense of urgency about shifts in the European and Italian political landscape.
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