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Tutti i governi mentono. Per saperlo non c'è bisogno di scomodare Hannah Arendt, che lo teorizzava già nel 1967. Le menzogne sono sempre state necessari e legittimi strumenti non solo del politico o del demagogo, ma anche dello statista, diceva la grande intellettuale più di mezzo secolo fa. Ma con Giorgia Meloni al potere abbiamo toccato vette sublimi. Un'attitudine così sfacciata a manomettere la realtà dei fatti e a fabbricare verità alternative non si era vista dai tempi del Cavaliere, appena riesumato dalle destre, i liberali, per festeggiare una vendetta contro le procure, spacciata per riforma della giustizia. La sorella d'Italia ha elevato a sistema il vecchio motto di Truman, se non puoi convincerli, confondili. Qualunque impostura è utile pur di ingannare gli elettori. Quattro giorni fa, con un messaggio all'Assemblea annuale di FEDERMANAGER, la Premier ha detto che i principali indicatori restituiscono oggi la fotografia di un'Italia solida che è tornata a correre e che è in grado di affrontare le difficoltà meglio delle altre nazioni europee. Questo castello di bugie, ieri, l'hanno buttato giù le principali istituzioni economiche del nostro paese. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
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Gentili Presidenti, onorevoli senatori e deputati, il disegno di legge di bilancio per il prossimo anno che illustro oggi al Parlamento si inserisce in un quadro congiunturale incerto nel quale l'attenzione sulle politiche di bilancio perseguiti dagli Stati è molto elevata. Gli elevati debiti accumulati a seguito delle crisi che si sono succedute nel corso degli ultimi anni Le preoccupazioni sull'evoluzione futura della crescita e dell'inflazione, i timori legati ai rischi di instabilità politica e al deterioramento dei conti pubblici osservati in alcuni Paesi, rappresentano i fattori che hanno spinto a rialzo i rendimenti dei titoli pubblici a medio e lungo termine nelle maggiori economie mondiali. In questo contesto, una politica di bilancio attenta a garantire la sostenibilità del debito e in linea con le regole della governance economica europea, può favorire la stabilità economica e finanziaria del nostro Paese, che, lo ricordo, si trova a rinnovare ogni anno circa 400 miliardi di titoli del debito pubblico. Ho ritenuto necessaria questa precisazione per delineare il contesto nel quale si inserisce la manovra che conferma la strategia seguita dal Governo negli ultimi tre anni.
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Quello che avete appena sentito è il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti. È intervenuto ieri in audizione a Palazzo Madama per spiegare la manovra economica appena varata dal governo. Come avete sentito, il ministro si accontenta di un dato di fatto, quello sì oggettivo. Con questa manovra, la più mediocre e modesta dal 2014 in avanti, solo 18 miliardi di entità complessiva, ci accontentiamo di tenere in serbo un equilibrio contabile che effettivamente conviene ed è utile, perché così lo spread si mantiene basso e il debito non esplode. Oltretutto, mantenendo un deficit sotto controllo, abbiamo la possibilità di rientrare prima dalla procedura per deficit eccessivo che la Commissione europea ci inflisse tre anni fa. Ma le buone notizie finiscono qua. Giorgetti può dire quel che vuole, elogiando il livello di stabilità che questa manovra garantisce. Quello che invece non garantisce affatto è quello che Meloni invece aveva promesso solo pochi giorni fa, cioè un paese in crescita. L'Italia non cresce. L'Istat lo aveva già comunicato nei giorni scorsi e cioè il fatto che nel ultimo trimestre la crescita del paese è a quota zero. Neanche più 0, qualcosa. Proprio zero. Cioè il prodotto interno lordo è inchiodato. Non si muove più. E questo è il risultato tra i peggiori dell'Eurozona. Peggio di noi fanno solo Irlanda, Finlandia e Lituania. Nel frattempo, a proposito di questa manovra quasi irrilevante, vengono giù anche tutte le frottole raccontate in questi giorni. E cioè un aiuto ai più deboli, un aiuto ai poveri, un riequilibrio del carico fiscale, uno stimolo agli investimenti delle imprese. Niente di tutto questo. Secondo la Banca d'Italia, questa manora favorisce i nuclei familiari dei due quinti più alti e, testualmente, incide poco sulle disuguaglianze. Secondo l'Istat, l'85% dei due quinti più ricchi delle famiglie sono quelli che trarranno il massimo beneficio. E, da questo punto di vista, quello che arriva in tasca alle famiglie più ricche è una sorta di bonus intorno ai 411 euro all'anno, mentre per le famiglie più povere il beneficio si riduce a 102 euro l'anno. Secondo l'ufficio parlamentare di bilancio metà delle risorse che questa legge di stabilità ha stanziato andrà ai redditi sopra i 48 mila euro e quindi anche qui Giorgetti che continua a ripetere abbiamo aiutato il ceto medio o dice una menzogna o non sa bene che cos'è il ceto medio certo non si può considerare ceto medio quello che guadagna più di 50 mila euro l'anno Sempre secondo l'ufficio parlamentare di bilancio il beneficio fiscale che arriverà alle varie categorie è articolato in questo modo. Andiamo dal beneficio massimo per i dirigenti d'azienda che è pari a 400 euro l'anno e poi scendendo per i rami, questo beneficio si riduce a 123 euro l'anno per gli impiegati, a 55 euro l'anno per i pensionati e, udite udite, solo a 23 euro l'anno per gli operai. E a questo si aggiunge il recupero del fiscal drug, che come sappiamo è la dinamica che fa sì che attraverso l'aumento dei salari nominali, innescato dall'inflazione, poi i guadagni in busta paga vengono erosi completamente dall'aumento delle tasse, ebbene anche qua la delusione è enorme, secondo la Banca d'Italia. recupererà pienamente l'incidenza del drenaggio fiscale soltanto chi ha redditi fino a 32.000 euro. Oltre il recupero è solo parziale e in qualche caso addirittura inesistente. C'è poi il tema della detassazione dei rinnovi contrattuali. Secondo l'Istat questa andrà a beneficiare solo 760.000 persone. Secondo la Banca d'Italia darà una spinta limitatissima al recupero del potere d'acquisto che, a giudizio dell'Istituto di emissione, non si recupera con il bilancio pubblico. La Corte dei Conti considera la detersazione dei rinnovi contrattuali una misura temporanea che varrà solo per l'anno prossimo, poi si estinguerà e dunque, come dice e conclude l'ufficio parlamentare di bilancio, non farà altro che creare nuove disparità. Questo dunque è il quadro che emerge dai giudizi formulati non già dall'opposizione bolshevica, non dai vari Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, che ovviamente hanno interesse a mettere in evidenza tutto quel che di negativo c'è in questa manovra, No, questo giudizio arriva dalle principali istituzioni, dai più importanti organi di garanzia economica che ci sono in questo paese. Istituzioni terze, che dunque non tirano acqua da nessun mulino, né quello della maggioranza, né quello dell'opposizione. Semplicemente dicono la verità. Quella verità che Giorgia Meloni fa tanta fatica a raccontare agli italiani. E allora rimane il grande dubbio. Per quale ragione quest'anno la Sorella d'Italia ha scelto una legge di stabilità così ininfluente, irrilevante? Beh, probabilmente la spiegazione è molto brutale. Non spendere un centesimo di troppo con la legge di stabilità di quest'anno, uscendo anzitempo dal mirino della Commissione di Bruxelles, consentirà alla Presidente del Consiglio di lucrare un ricco tesoretto e di rifare in deficit la manovra dell'anno prossimo. La manovra dell'autunno 2026 sarà infatti l'ultima prima delle elezioni del 2027. La vera partita del consenso si giocherà tutta lì. E allora sì che pioveranno miliardi appalate, tra sgravi e bonus, mance e prebende. E i patriotti trionferanno di nuovo, dimenticando l'austerità di Mario Draghi e riscoprendo il qualunquismo di cetto la qualunque. Con tanti saluti anche ad Anna Arendt, Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
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Episode: Dall’Istat a Bankitalia, Meloni bocciata in economia
Date: November 7, 2025
Host: Massimo Giannini (Repubblica)
Platform: OnePodcast
In this episode, Massimo Giannini offers a sharp, critical analysis of the Italian government’s most recent economic maneuver, dissecting the claims and promises made by Prime Minister Giorgia Meloni. Giannini compares the official rhetoric with the assessments from Italy’s primary economic institutions—namely Istat, Banca d’Italia, and the Ufficio Parlamentare di Bilancio—highlighting the divergence between political messaging and factual economic indicators. The episode also explores the political motivations behind the current budget law, suggesting the government is sacrificing substantive immediate aid for long-term electoral strategy.
“La sorella d'Italia ha elevato a sistema il vecchio motto di Truman: se non puoi convincerli, confondili. Qualunque impostura è utile pur di ingannare gli elettori.”
(Giannini, 01:20)
“Giorgetti può dire quel che vuole, elogiando il livello di stabilità che questa manovra garantisce. Quello che invece non garantisce affatto è quello che Meloni invece aveva promesso solo pochi giorni fa, cioè un paese in crescita. L'Italia non cresce.”
(Giannini, 04:03)
“Giorgetti che continua a ripetere abbiamo aiutato il ceto medio o dice una menzogna o non sa bene che cos'è il ceto medio, certo non si può considerare ceto medio quello che guadagna più di 50 mila euro l'anno.”
(Giannini, 06:50)
“La vera partita del consenso si giocherà tutta lì. E allora sì che pioveranno miliardi appalate, tra sgravi e bonus, mance e prebende. E i patriotti trionferanno di nuovo, dimenticando l'austerità di Mario Draghi e riscoprendo il qualunquismo di cetto la qualunque.”
(Giannini, 09:30)
This episode of Circo Massimo offers a thorough dismantling of the Meloni government’s economic narrative, juxtaposing official talking points with blunt institutional fact-checking. It positions the government’s budgetary caution as a strategic calculation ahead of elections, with an implied promise of future spending sprees. Giannini’s tone is biting, deeply critical, and laced with political skepticism.
Ideal for listeners seeking a reality check on Italian economic policy—backed by data and delivered in an unmistakably Giannini style.