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Uno alla volta vengono giù i mediocri protagonisti del teatro ipnotico costruito da Giorgia Meloni. A dispetto delle anime belle che nei palazzi romani, nei talk cortigiani e nei giornali ruffiani consuonavano su un quesito tecnico, privo di ricadute politiche, La disfatta referendaria sta terremotando il governo e la maggioranza. E suona quasi grottesco adesso sentire tromboni e trombettieri di regime entusiasti della maschia reazione della Premier, che in un colpo solo fa dimettere una ministra, un sottosegretario e un'alta funzionaria. Capri e capre espiatorie di una sconfitta che in realtà ha una sola responsabile. Lei, la sorella d'Italia, quella che per quasi quattro anni è stata magnificata da antrite schiere di adulatori e profittatori, come la presidente fenomeno, la più brava, la più intelligente, la più furba, che ha sempre avuto un solo problema, la cortia dei miracoli che gli sta intorno, è la narrazione più farlocca in questa piccola e autarchica italietta avvinta come ledera alle mura di una casa bianca abitata dal re dei folli. Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini.
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Intanto, siccome ho letto anche della ricostruzione fantasiose, è stata una nomina e un avvicendamento normale all'interno di un gruppo politico, che è una comunità di valori. Quindi, con grande serenità, la decisione è stata presa dal gruppo, ma era un avvicendamento di cui si parlava da tempo. Tajani ha seguito ogni fase di questo avvicendamento con la sua leadership semmai è stata rallentata dal referendum perché si è deciso di farlo dopo il referendum, ma ripeto si tratta con molta tranquillità di un avvicinamento all'interno di un gruppo politico.
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C'è stata una raccolta di firme per chiedere le dimissioni.
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Io la raccolta di firme non l'ho vista.
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Ci sono 14 subienti che hanno firmato, è uscita la notizia.
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Io sono arrivata qua alle 4 del pomeriggio, sono salita nell'ufficio del capogruppo, c'è stata una riunione, il capogruppo ha espresso le sue dimissioni, sono stata candidata e acclamata al gruppo All'Unanimità, quindi io questo ho visto. Se lei lo chiama rinnovamento, sono nonna.
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Eccola qua, Estefania Craxi. l'ultima arrivata per l'appunto nella menoniana Corte dei Miracoli. La nuova capogruppo di Forza Italia al Senato commenta con queste parole il suo avvicendamento con chi l'ha preceduta in quel ruolo. Voi legate il cambio al vertice e alla guida del gruppo parlamentare di Forza Italia alla sconfitta referendaria? In realtà non è così. è un cambio di cui avevamo parlato nei mesi passati. Questo dice nonna Stefania Craxi, come lei stessa si autodefinisce. E tutto rientra nel falso storytelling di queste ore. Tutto era già stato deciso con largo anticipo. Se accade oggi, la svolta clamorosa di queste ultime ore, Non c'entra nulla il referendum. È in atto questo tentativo, subdolo e ingannevole, di rappresentare il voto del 22 e del 23 marzo. Come la Premier non è riuscita a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, ora si cerca di separare lei da quella disfatta. operazione meschina e mendace. Lo confermano proprio le stesse epurazioni di quest'ora più buia, che adesso si allargano appunto anche a Forza Italia, dove rotola la testa di un altro impresentabile come Maurizio Gasparri, pas d'aran azzurro da ben nove legislature, Noto solo ai bei tempi del CAV per aver firmato una riforma del sistema radiotelevisivo che non aveva neanche letto e che Ciampi rispedì opportunamente alle camere. Anche nel partito di Marina Berlusconi quindi inizia un regolamento di conti dall'esito imprevedibile, che prima o poi arriverà anche ad Antonio Tajani, e difficilmente si salverà dal re del Razionien la lega di Matteo Salvini, orfana di Bossi e vittima di Vannacci. Dal Golgotha, Meloniano sta rotolando un sassolino che può diventare valanga. E la sentenza, pressoché definitiva, la emette Wolfgang Munkau, una delle firme più prestigiose del Financial Times, che scrive «Meloni è una politica decisamente sopravvalutata. Chi ha trascinato il paese in uno scontro tossico e ideologico promettendo il terrore di Robespierre in caso di vittoria del no? Chi è andato in TV e in rete quasi ogni giorno a vaneggiare di Enzo Tortore e Garlasco, gli agenti a Rogoreto e di Bimbi nel Bosco. E chi ha scelto con il solo misurino della fedeltà lo sgangherato dream team dei ministri e viceministri, capigruppo e capibastone, bardi e boiardi al comando. Scopriamo solo adesso, dopo il doloroso lavacro referendario, che proprio quel Superior Stabat Mater, come dicevano i latini, per il quale lei veniva venerata e celebrata da molti, non era la sua grande virtù, ma il suo più gigantesco vizio. Invece di cercare manine altrove per distogliere l'attenzione dei gonzi, guardi le sue di mani e si chieda come le ha usate finora. Menori non aveva bisogno di questa caporetto per capire che uno come Del Mastro non avrebbe mai dovuto fare il sottosegretario alla giustizia e comunque non sarebbe mai dovuto restare al suo posto dopo l'allegra sparatoria di Capodanno e soprattutto la condanna in primo grado di un anno fa per aver regalato al suo camerata Donzelli un rapporto riservato del DAP al solo scopo di poter gridare alla camera «la sinistra va a trovare i terroristi in carcel». L'ultimo scandalo, le cinque forchette e le mazzette di contante condivise coi prestanome del clan senese, sono solo l'epilogo di una storia maledetta, che non doveva neanche cominciare, ma che la premiera ha invece protetto. Lo stesso vale per Giusy Bartolozzi, zarina onnisciente di un ministero di cui lei possiede la scatola nera. Per questo l'ha lasciata lì? E vale ancora di più per Saint-Anneker. è da due anni che a casa Meloni c'è una pittonessa in corridoio, indagata e imputata per fare il suo imbilancio, bancarotta e truffa all'Inps. Perché se l'è tenuta tutto questo tempo? Perché conosce troppi segreti o perché conosce la russa? Cacciarli tutti ora è facile, ma non è credibile. All'underdog non basta rifarsi il trucco quando la faccia se l'è già giocata. Viene quasi da dar ragione alla perfida Danielona in Tacco 12. Siamo diventati giustizialisti in 24 ore? Ora è tutto un rilancio e una rivincita. Ma con quali persone? E con quali risorse? Le persone, appunto. Fatti fuori tre pigmei? Gli altri cosa sono? Non serve il trionfo del no per sapere che i due vice-premier sono ormai poco più che macchiette, uno disperso tra Pontida e Ponte sullo Stretto e l'altro smarrito tra Droni e Garage. Che Nordio, al di là delle corrive ironie sul tasso alcolemico, non è un guardasigilli all'altezza del ruolo. Che Urso, tra l'ilva che marcisce e il tavolo delle 160 crisi industriali che imputridisce, è materia preziosa solo per la satira di Maurizio Crozza, che Giuli, in cappotto nero di pelle come i gerarchi dell'SS, non produrrà mai alcuna egemonia culturale, che Lollo Brigida, al di là delle ormai lontane nozze con la prestigiosa sorella di Giorgia, non ha altre virtù da portare in dote. Per non dire di quelli di cui da tempo in memoria si sono perse le tracce. I Calderoli e le Calderone, i Foti e i Zangrillo, gli Schillaci e i Ciriani, le Roccelle e le Locatelli. Persino Crosetto pare ormai mascariato dopo il viaggio fantasma a Dubai, tutt'ora coperto da una coltre di nebbia. Per azzardare una riscossa resterebbe solo Giorgetti, l'unico della squadra che ha spesso mugugnato e non ha quasi mai sfigurato. Al Tesoro non ha fatto una sola riforma, né fisco né lavoro, né salari né sanità e su bollette e carrello della spesa solo pannicelli caldi. Però almeno ha tenuto a bada il disavanzo e ha risparmiato un po' di interessi grazie allo spread ribassato. Ma cosa può offrire agli italiani arrabbiati in quest'ultimo scorso di legislatura? Per un governo così ammaccato un colpo di reni sull'economia sarebbe fondamentale, ma non ci sono soldi. Quelli del PNRR finiscono a luglio e in deficit non possiamo più spendere, visto che abbiamo sforato il 3% nel 2025 e ci portiamo dietro la procedura di infrazione europea anche nel 2026. Meloni è in un angolo e non sa come uscirne. Dopo aver preso uno schiaffo da 15 milioni di italiani sulla giustizia, sarebbe suicida uno strappo sull'altra riforma costituzionale, il premierato elettivo, dove incontrerebbe sulla sua strada addirittura Sergio Mattarella. e la nuova legge elettorale, altro autodafè, che le farebbe esplodere tra le mani una coalizione già a pezzi. Davanti allo scenario di un anno di logoramento e forse anche di recessione, come ormai teme persino la gregaria Confindustria, resterebbe l'arma fine di mondo del voto anticipato, benché anche quella sia mezza spuntata, perché a deciderlo non è lei ma il capo dello Stato. In pochi giorni la Premier ha perso il tocco magico e l'ingrata patria le ha quasi voltato le spalle. È il prezzo che si paga quando ci si croggiola nel mito della propria onnipotenza e della propria autosufficienza. Quando ci si rinchiude a Kiji e si smette di ascoltare il paese reale, perdendosi tra gli Osan degli ex camerati in Livrea. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Host: Massimo Giannini (editorialista e opinionista di Repubblica)
Date: 27 marzo 2026
Durata: ca. 10 minuti
In questa puntata, Massimo Giannini smonta la narrazione della “svolta” nella destra italiana, alla luce della recente sconfitta referendaria del governo Meloni. Analizza le epurazioni lampo tra i vertici di Forza Italia e Fratelli d’Italia, mette in dubbio la credibilità delle auto-giustificazioni della nuova capogruppo Stefania Craxi (“nonna Craxi”) e riflette sullo stato di salute del governo e della maggioranza, sottolineando la crisi interna e la mancanza di risposte concrete alle difficoltà economiche del Paese. L’episodio si caratterizza per il tono ironico e tagliente tipico di Giannini, che alterna citazioni, giudizi severi e sarcasmo.
“Capri e capre espiatorie di una sconfitta che ha una sola responsabile. Lei, la sorella d’Italia […], la presidente fenomeno […]” (Massimo Giannini, 00:25)
“Se lei lo chiama rinnovamento, sono nonna.” (Stefania Craxi, 02:38)
“Meloni è una politica decisamente sopravvalutata.” (Wolfgang Münchau su Financial Times, ripreso da Giannini, ca. 05:00)
Il tono è caustico, ironico e profondamente disilluso. Giannini utilizza sarcasmo, riferimenti storici e culturali e un lessico ricco di immagini (ad esempio: “la corte dei miracoli”, “il Golgotha meloniano”, “pittonessa in corridoio”) per esprimere la sua critica feroce. L’approccio è diretto e senza filtri, con continui richiami all’attualità e agli intrighi interni alla destra.
Questa sintesi permette a chi non ha ascoltato l’episodio di cogliere i nodi centrali del ragionamento di Giannini: le ragioni profonde della crisi a destra, la natura più apparente che sostanziale dei cambiamenti ai vertici, la fragilità della coalizione di governo e l’assenza di concrete prospettive economiche e politiche per l’Italia. Le citazioni e i passaggi salienti aiutano a mantenere il tono originale e il ritmo serrato del podcast.