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One Podcast. Eterogenesi dei fini, secondo la storia della nostra filosofia, teorizzata in questo caso dal filosofo tedesco Wilhelm Bund, si chiama Eterogenesi dei fini, quel principio secondo il quale le azioni umane possono riuscire a fini diversi da quelli che sono perseguiti dal soggetto che compie l'azione. In particolare ciò avviene per il sommarsi delle conseguenze degli effetti secondari dell'agire. che modificano così gli scopi originari o fanno nascere nuove motivazioni di carattere non intenzionale. Ecco, di fronte alla straordinaria giornata di mobilitazione per il popolo di Gaza devastato dalla sporca guerra di Netanyahu e di fronte alle violenze che purtroppo hanno macchiato questa giornata, mi viene in mente questo, l'eterogenesi dei fini, esattamente quello che dobbiamo a tutti i costi evitare per impedire che la nostra solidarietà venga macchiata dal cinismo altrui. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. Ce lo dobbiamo ricordare questo lunedì 22 settembre 2025, perché è stata una grande giornata. Nessuno poteva immaginare che uno sciopero generale, tanto più se convocato soltanto dai sindacati di base, Per solidarietà con la popolazione palestinese della striscia e a sostegno della Global Sumud flottiglia in navigazione verso Gaza ottenesse un successo così clamoroso. Centinaia di migliaia di persone scese in piazza in maniera del tutto spontanea. e in modo pacifico in tutte le più grandi città italiane. Personalmente sono stato a quella di Roma. Non ricordavo da tanto tempo tanta gente pacifica, tante famiglie con madri, padri, figli, tanti giovani a manifestare in modo così composto e non violento. E poi ancora tutte le altre città. Da Milano a Torino, da Venezia a Bologna, da Trieste a Marghera, da Napoli a Pescara, da Cosenza a Bari, ad Ancona. Ovunque migliaia e migliaia di persone per chiedere di fermare il massacro a Gaza. Per questo dobbiamo ricordarcela, questa giornata, perché abbiamo toccato con mano che dopo quasi 800 giorni di sporca guerra di Netanyahu nella striscia di Gaza, dopo una sistematica strage degli innocenti, successiva a un orribile pogrom, quello del 7 ottobre che non dobbiamo mai dimenticare, che Hamas ha fatto nei confronti di altri civili inermi, in quel caso abitanti nei kibbutz e nel rave party nel deserto del negev solo perché erano ebrei ecco non dobbiamo tuttavia dimenticarci che questa capacità di mobilitazione finalmente sta entrando nelle vene del paese E questo basta che si alza con forza da un'opinione pubblica stanca di guerra deve per forza produrre qualche risultato anche in un ceto politico che finora è rimasto silente o addirittura assente. detto questo però arriviamo all'eterogenesi dei fini perché insieme a questa grande mobilitazione pacifica c'è stata come al solito l'infiltrazione di pochi violenti mascalzoni che con il destino della povera gente di Gaza hanno ben poco a che fare, perché evidentemente l'unica cosa che gli sta a cuore è fare casino, come si dice. Sono quattro gatti, sì sono quattro gatti, però hanno messo a ferro e fuoco la stazione di Milano, lanciando di tutto contro gli agenti, ferendone una sessantina. hanno poi compiuto atti di devastazione, come sempre succede in questi casi nei confronti di esercizi commerciali, di negozi, sfasciato vetrine, sfasciato bar, tavolini, sedi. e hanno così innescato una reazione difensiva e in qualche caso offensiva delle forze dell'ordine. Abbiamo visto ancora una volta quelle immagini che abbiamo già purtroppo dovuto sopportare in occasioni analoghe, in altre manifestazioni anche non necessariamente legate alla strage degli innocenti di Gaza, ma appunto città trasformate e devastate dalla guerriglia urbana, i fumogeni che salgono, l'accelere in assetto di guerra e manifestanti con i passamontagna e con i fazzoletti sul volto che tirano di tutto. Questo è quello che noi dobbiamo evitare, perché la forza di questa mobilitazione altrimenti finisce per essere ridotta soltanto ad un episodio di ordine pubblico, all'ennesima occasione nella quale la violenza prevale su tutto il resto e alla fine il messaggio che passa resta solo questo, i soliti facci norosi che mettono a repentaglio la pace sociale. E di Gaza non si ricorda più nessuna così. Il sostegno alle popolazioni devastate dalla guerra finisce sullo sfondo di una questione che invece chiama in causa soltanto l'approccio securitario di un governo che fa di legge e ordine il suo mantra. E' accaduto anche stavolta. E questa volta lo si può persino comprendere. Sentite il ministro degli interni Matteo Piantedosi ai microfoni di Coffee Break sulla 7.
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Chiaro che noi siamo una qualche preoccupazione e la nutriamo rispetto a quelli che sono i mesi che ci attendono, perché questo conflitto israelo-palestinese, in qualche modo quello che sta succedendo a Gaza, la tragedia umanitaria che sta succedendo a Gaza, che sicuramente va condannata, però sta determinando, sta avendo dei riflessi anche nella discussione interna. politica interna, io credo che non ci sia nulla che possa legittimare le aggressioni alle forze di polizia o appunto la ricerca del docente di origine ebraica per poi rinestere azioni di quel tipo. Quindi io mi auguro che tutto si possa contenere nei limiti dell'accettabile, manifestare giusto perché sta avvenendo qualcosa di molto grave a Gaza, però credo che fare poi cose che vanno oltre un certo limite significherebbe sviligere anche il messaggio che c'è dietro queste manifestazioni.
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Perfino lui, il responsabile del Viminale che ci ha regalato perle inenarrabili e insopportabili come il decreto Cutro, la gestione dei migranti oppure l'operazione Albania, in questo caso dice parole di buonsenso. C'è da temere ogni volta l'infiltrazione di queste componenti violente, anche in manifestazioni animate dalle migliori intenzioni, come era questa. E questo deve spingerci ad avere maggiore attenzione nei prossimi mesi, perché è chiaro che la temperatura su Gaza sta salendo in maniera insopportabile ed è altrettanto chiara la Attenzione alla sensibilità che monta nelle opinioni pubbliche e anche nella maggioranza silenziosa che vuole cominciare a parlare, ma insieme ad essa monta anche la strumentalizzazione di chi invece, da frange isolate ma pur sempre rumorose, punta ad ottenere tutt'altro risultato e purtroppo ci riesce. Se è vero come è vero che dopo Le bruttissime immagini di Milano, Giorgia Meloni è intervenuta sul tema e comprensibilmente, anche stavolta, ha detto cose sulle quali è difficile darle torto. indegne le immagini che arrivano da Milano, ha scritto la sorella d'Italia sui social, sedicenti propal, sedicenti antifa, sedicenti pacifisti che devastano la stazione e generano scontri con le forze dell'ordine, violenze e distruzioni che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza, ma avranno conseguenze concrete per i cittadini italiani che finiranno per subire e pagare i danni provocati da questi teppisti. Possiamo contestare la Presidente del Consiglio per mille ragioni, ma queste riflessioni hanno senso, sono giuste, sono corrette. E lo ha dovuto riconoscere, come è sua natura, spesso, anche la leader dell'opposizione Elie Schleim, che condivide la condanna di Giorgia Meloni di questi fatti insopportabili, ma poi aggiunge un altro elemento che deve essere altrettanto chiaro e che non dobbiamo e non possiamo dimenticare, cioè il fatto che la giusta condanna delle violenze non può nascondere quello che invece Meloni finora ha nascosto, cioè la posizione italiana su questa vicenda insopportabile di Gaza e del massacro sistematico da parte del governo Netanyahu. Il fragore degli incidenti non deve far dimenticare l'assordante silenzio del governo di Giorgia Meloni in questo momento su questo tema. E questo è sacrosanto, ed è anche per questo che dobbiamo stare attenti all'oterogenesi dei fini, perché non dobbiamo perdere di vista che questo è il grande obiettivo. Gli stati, i capi di governo, non sono riusciti finora a fare quel che serve, e cioè impedire in maniera materiale, con azioni pratiche, che il massacro con Kimi. nell'unico modo in cui questo lo si può fare, e cioè limitando il sostegno al governo Netanyahu. Non lo fa l'America di Trump, che anzi autorizza l'utilizzo sistematico della forza contro i civili, non solo nella striscia, ma anche in Cisgiordania, nelle colonie. Gli altri capi di Stato e di governo qualcosa stanno facendo. Pensiamo solo al riconoscimento dello Stato palestinese, che ha compiuto addirittura la Gran Bretagna di Starmer, che solo pochi giorni fa ha ricevuto lo sceriffo di Washington con onori regali a Londra. Tuttavia ha trovato la forza e il coraggio di smarcarsi su Gaza e di riconoscere lo Stato palestinese come hanno già fatto la Francia, la Spagna, il Portogallo, l'Australia, il Canada. ma come non vuole fare l'Italia. Un'Italia che continua a negare anche la possibilità di rivedere i nostri accordi di partenariato con Israele. Ha ragione uno di quelli che hanno manifestato ieri, uno delle grandi personalità più famose, più in vista, almeno e soprattutto presso il popolo dei più giovani. Nei cortei c'era Giovanotti, c'era la cantante Elisa e c'era anche lui, Michele Reck, in arte zero calcare, autore di memorabili strisce proprio sulla lotta dei popoli per la libertà. Sentite cosa ha detto. Non c'è bisogno di essere particolarmente esperti e anche i ragazzi tutti si rendono conto che ciò che sta succedendo sta fuori da qualsiasi umanità, diritto internazionale e tutto quanto. Mi sembra che la gente sta cercando dei tassi, degli strumenti per impedirlo se non lo fanno gli stati. Dunque le persone fanno quello che non fanno gli stati. Cosa è che non fa lo Stato italiano? Noi abbiamo in piedi un partenariato solidissimo che riguarda sia il fronte commerciale sia il fronte militare con Israele. C'è un accordo di sicurezza che risale al 1987 che prevede scambi sul fronte della difesa e vincolo le parti al rispetto dei reciproci livelli di segretezza su tutti i dossier classificati. Questo memorandum d'intesa è stato rinnovato nel 2005 dall'allora governo Berlusconi che ha confermato la segretezza di tutte le forniture militari reciproche, sul cui contenuto neanche il Parlamento può essere messo al corrente, in violazione di tutte le norme costituzionali. Allo stato attuale, rinnovati quei memorandum, l'Italia compra da Israele il 20% di tutte le sue importazioni militari. Solo gli Stati Uniti portano più armi da noi, il 26% del totale. Dopo il pogrom del 7 di ottobre e dopo la reazione spropositata e disumana da parte di Israele, il ministro della difesa Crosetto aveva annunciato lo stop a tutte le nuove forniture militari. ma non aveva mai detto una sola parola sul pregresso e sulle importazioni che continuano imperterrite ad andare avanti anche adesso. L'accordo di Cyber Security tra noi e Israele vede in prima fila la nostra principale azienda di armamenti, Leonardo, che ha appena rinnovato due accordi strategici con la Israel Innovation Authority e con la Ramo Tel Aviv University. E sappiamo bene che, come ha scritto Francesca Albanese nel suo contestato ma inesorabile rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide, pubblicato nei mesi scorsi, che le è valso la sanzione individuale da parte di Donald Trump, ecco, sappiamo benissimo, come ha scritto lei stessa, quale sia il ruolo della Cyber Security sul piano del business, di quello che oggi potremmo definire il complesso militare industriale digitale. Sappiamo bene il ruolo cruciale scritto dalla stessa albanese di Microsoft, di Palantir e poi della nostra Leonardo, anche nell'intelligenza artificiale. Ecco, se il governo italiano volesse fare qualcosa per fermare la strage, o per cercare almeno di limitare i danni, di condizionare il governo di quel criminale di Netanyahu, la prima cosa che dovrebbe fare è proprio questo, bloccare questi accordi di partenariato militare. Ma non lo fa. Non lo fa e forse non lo farà mai, perché noi abbiamo messo nelle mani di Tel Aviv la nostra sicurezza. e questo pesa sulle scelte geostrategiche del nostro Paese. Tuttavia non dobbiamo smettere di chiederlo e questa mobilitazione di questo straordinario lunedì 22 settembre non si può e non si deve fermare. L'unica cosa che però si deve fermare ad ogni costo è l'azione violenta di quelli ai quali della pace in Palestina e del destino delle donne e degli uomini della striscia di Gaza non gliene frega proprio un bel niente. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Podcast: Circo Massimo - Lo spettacolo della politica
Host: Massimo Giannini
Episode: Gaza muore tra belle piazze, brutte violenze e destre in fuga
Date: September 23, 2025
This episode offers Massimo Giannini’s reflective and impassioned perspective on the recent mass mobilization in Italy in solidarity with Gaza. He contrasts the powerful, peaceful demonstrations across the country with violent outbursts by fringe elements that threatened to hijack the message. The episode scrutinizes both the response of Italy’s political leaders to these events and the persistent silence or ambiguity from the government regarding Italy’s military and security partnerships with Israel.
“Dobbiamo a tutti i costi evitare che la nostra solidarietà venga macchiata dal cinismo altrui.”
— Giannini, introducing the philosophical thread (00:32)
“Non ricordavo da tanto tempo tanta gente pacifica, tante famiglie… manifestare in modo così composto e non violento.”
— Giannini, describing the protest’s atmosphere (03:06)
“Il fragore degli incidenti non deve far dimenticare l’assordante silenzio del governo di Giorgia Meloni… su questo tema.”
— Giannini, critiquing government silence (08:45)
“Le persone fanno quello che non fanno gli stati.”
— Zerocalcare at the protest (10:20)
“Se il governo italiano volesse fare qualcosa per fermare la strage… la prima cosa che dovrebbe fare è bloccare questi accordi di partenariato militare.”
— Giannini, on concrete action (13:25)
Massimo Giannini’s episode is an eloquent, engaged meditation on the perils and promise of public protest. Admiring the “straordinaria giornata di mobilitazione” in solidarity with Gaza, he warns against violent infiltration, criticizes the Italian government’s ongoing ties with Israel, and urges the protest movement to avoid being sidetracked from its ultimate goal: justice and peace for Gaza. The episode resonates as both social commentary and call to political and ethical responsibility.