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A
Uno sguardo e pensiamo di aver già capito tutto. Ma dietro ogni persona c'è una storia. La Chiesa Valdese sostiene progetti di accoglienza, lavoro e inclusione. Con la tua firma vai oltre i luoghi comuni. 8x1000 alla Chiesa Valdese. L'altro 8x1000.
B
Durante il ventennio fascista, a un certo punto, il duce Benito Mussolini pensò bene di inventare il Ministero per la Cultura Popolare. Fu subito ribattezzato Minculpop. Istituito nel 1937, durò fino al 1944, aveva il compito di controllare in modo assolutamente capillare e maniacale l'informazione, la stampa, la radio, il cinema, per indottrinare al fascismo l'opinione pubblica. vigilava sui giornali, sulle radio, sulle istituzioni cinematografiche, su quelle teatrali, sulla produzione libraria, per assicurarsi che tutti assieme celebrassero il regime e soprattutto lui, Mussolini, ovviamente nascondendo le notizie sgradite e contrarie al regime medesimo. Il Minculpop distribuiva copiosamente veline quotidiane ai giornali in cui dava la linea e spiegava quale avrebbe dovuto essere il mood fondamentale di ogni giornata. Insieme a questo censura sistematica di tutte le informazioni non grade al duce del fascismo. Anche Giorgia Meloni ha cercato di istituire il suo minkul pop ma le destre al comando non sono riuscite a far funzionare come si deve neanche quello. Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini.
C
Dobbiamo avere coraggio di fare un discorso di verità. Un settore forte, maturo, non ha paura della trasparenza e di regole chiare e condivise. Un settore che chiede fiducia ai contribuenti è il primo a dover pretendere che ogni euro pubblico sia utilizzato bene. Negli ultimi anni abbiamo assistito a paradossi, a incomprensioni e, ammettiamolo, a errori dei quali sono io il primo a dolermi. Alcuni film hanno ottenuto finanziamenti pubblici immeritati, sia su base automatica sia su base selettiva. Altri, pur meritandoli, non li hanno avuti. Valga su tutti l'inaccettabile caduta sul docufilm Tutto il male del mondo, dedicato a Giulio Reggiani, alla cui memoria vanno il mio pensiero accorato e la promessa, già in parte mantenuta, di mettere ordine e un sovrappiù di coscienza morale, laddove hanno prevalso invece l'opacità e l'imperizzo. Mai più.
B
Eccolo qua, il capo del moderno minkul pop. Non è Pavolini, cioè l'uomo che lo guidò durante gli ultimi anni del regime fascista, è un altro Alessandro e si chiama Giuli, come sappiamo, Ministro della Cultura, che una volta tanto, come avete sentito, dice la cosa più giusta che abbiamo finora mai ascoltato dalla viva voce del responsabile di un dicastero dedicato come quello di Via del Collegio Romano. Giuri ha parlato in occasione della cerimonia dei David di Donatello, al Quirinare, di fronte al Presidente della Repubblica che ha rivolto il suo invito al cinema, patrimonio del paese, da sostenere, poi rivolto agli operatori del settore, attori, registi, maestranze, ha detto, siate audaci, create liberi. Giulie raccogliendo l'invito del capo dello Stato ha fatto finalmente quello che normalmente non sentiamo mai fare a nessun esponente di questo governo un significativo e sincero mea culpa lo ha fatto in questo caso a proposito della vicenda vergognosa molto più che incresciosa del finanziamento negato dallo stesso ministero e dalla sua commissione al documentario in memoria di Giulio Regeni, nella stessa occasione nella quale quel finanziamento veniva negato ad una delle opere civili più importanti di questi ultimi anni, e veniva viceversa concesso ad un porno soft con Manuela Arcuri, oppure ad un film agiografico sulla vita e pelesi di Gigi D'Alessio. Ecco, Giulia ha avuto il coraggio di dire che questo è stato un errore gravissimo che non si deve ripetere mai più, come avete ascoltato. Bene, non è una cosa da poco, soprattutto se a pronunciarla è il responsabile di un ministero che in questi mesi le sta combinando di tutti i colori e lo stiamo vedendo con quanta difficoltà gestisce i dossier più complicati e quelli più semplici. Intanto dobbiamo dirlo. L'idea di instaurare in questo paese una nuova egemonia culturale dopo decenni nei quali l'amichettismo di sinistra aveva tenuto banco, questa è la narrazione dominante della sorella d'Italia, beh, è fallito miseramente. Intanto è saltato un ministro, il predecessore di Giuli, quel Gennaro Sangiuliano caduto sulla via del trottolino amoroso, la signorina Boccia poi querelata, ora rinviata a giudizio, insomma vedremo come finirà quella storia, ma certo fu una vicella poco commendevole e poi da allora appunto l'arrivo di giuri e una serie di infortuni e incidebiti che tuttora tengono banco a partire per esempio dalla controversia questione della Biennale di Venezia, la rottura del rapporto con il presidente di quell'istituzione culturale Pietrangelo Buttafuoco, anche lui proveniente dalla stessa matrice, cioè l'ex Movimento Sociale Italiano, i giovani che appartenevano al fronte della gioventù, i giovani che avevano nel cuore un ideale da difendere e ripetevano le radici non gelano. Quel patrimonio comune è andato a farsi benedire. Pietrangelo Buttafuoco, come sappiamo, vuol decidere in autonomia chi prende parte alla sua biennale e dunque aperte le porte del padiglione. russo e israeliano con scorno e disdoro da parte del governo e in particolare di giuli che su questo rompe di rapporti con suo vecchio camerada e persino georgia meloni eppure riconoscendo che lei non si occupa di questi dossier tuttavia è in disaccordo con le scienze fatte da buttafuogo E la questione va avanti perché in queste ore arriva addirittura una nuova comunicazione da Bruxelles, la Commissione Europea contesta anche solo questa apertura iniziale del padiglione che poi chiuderà quando la Biennale aprirà formalmente i suoi portoni, ma comunque la questione è ancora lì irrisolta, fonte di veleni e di miasmi che non si riducono e non finiscono mai. Insieme a questo altri infortuni dalla licenziamento di Beatrice Venezzi, la direttrice d'orchestra che era stata indicata per il teatro La Fenice, sollevando l'insurrezione, per fortuna non armata, dell'intera orchestra e poi anche del sovrintendente alla fine di fronte alle interviste temerarie fatta dalla stessa Beatrice Venezi e alla fine dunque la sua uscita di scena e poi ancora le polemiche di cui abbiamo appena fatto ceno e cioè i finanziamenti al cinema sì è vero il governo Meloni aveva rivisto il meccanismo oggettivamente piuttosto fallace del cosiddetto tax credit per le opere cinematografiche Lo aveva riformato nel 2024 e poi ancora al inizio del 2026, introducendo per il credito l'imposta un massimo ridotto, prima era 9 milioni, ora sono 4, e poi una copertura privata obbligatoria. per poter ottenere il tax credit e almeno il 40% del costo integrale del film. Ma come sappiamo, nonostante questi interventi, i finanziamenti al cinema restano uno dei punti cruciali sui quali sistematicamente questo ministero scivola. vuoi per The Tax Credit, vuoi per le opere che il ministero attraverso l'apposita commissione considera meritevoli di finanziamento e abbiamo visto, a proposito di quel documentario su Giulio Reggiani, che cosa è successo. Insomma l'idea, la sensazione è che questo mean cool pop In realtà si traduca nella declinazione che ne ha dato il governo della Sorella d'Italia nella pura e semplice occupazione dei posti di potere, delle leve di comando dell'industria culturale del paese, con scelte tutte ispirate sistematicamente solo al principio della fiedeltà. non c'è traccia di competenza. E laddove, come nel caso della Biennale di Venezia e di Buttafuoco si palesa un minimo di autonomia decisionale, beh, allora la fedeltà viene nuovamente reclamata e, ove manca, si produce immediata la spaccatura. perché se si è fedeli lo si deve essere sempre e dunque non c'è nessuna possibilità di scelte autonome e indipendenti. Affidate anche solo a personalità della cultura della destra che possono esercitare liberamente quell'autonomia. Non ce ne sono molte, si contano forse sulle dita di una sola mano, neanche di due mani. E quando quelle scelte sono state fatte, come nel caso di Buttafuoco, non hanno funzionato ugualmente. Parliamo di intellettuale che esercita fino in fondo le sue prerogative e non vuole entrarci. Giusto o sbagliata che sia la sua decisione di tenere aperto il padiglione rosso e sappiamo quanto controversa sia anche questa questione. Ma non è questo il punto. La verità è che la destra non è in grado di esprimere alcuna cultura. meno che mai di imporla e di trasformarla in cultura egemone, per la semplice ragione che quella cultura non esiste. Se andiamo a vedere ciò che ha prodotto questo governo in questi quattro anni in cui ha comandato il paese, mano militari, dal punto di vista della produzione libraria, cinematografica, insomma di tutto ciò che ha a che vedere con l'intelletto e con l'universo culturale del paese, beh, possiamo ricordare una mostra su Tolkien, una mostra sul futurismo che colpevolmente, per quanto completa, ha ignorato scentemente il contributo che quel movimento artistico ha dato al regime fascista e poi persino alla guerra. ma poco altro, anzi diciamo pure che non c'è nient'altro, e l'unica cosa meritevole di essere ricordata nella vasta produzione intellettuale del responsabile cultura di Fratelli d'Italia, e cioè quel Federico Mollicone, ogni volta esposto a polemiche di ogni tipo, ecco, l'unica che si può ricordare è l'intemerata contro Peppa Pig. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Host: Massimo Giannini
Date: May 6, 2026
Episode Theme:
In this episode, Massimo Giannini offers a sharp, satirical commentary on recent Italian cultural policy, examining the controversies surrounding Italy’s Ministry of Culture under Minister Alessandro Giuli. Central focus is given to Giuli’s public mea culpa over the ministry’s handling of funding for a documentary on Giulio Regeni, the broader failure of right-wing political forces to construct “cultural hegemony,” and the legacy—real or imagined—of censorship à la Minculpop.
Giannini scrutinizes the attempts by the current right-wing government to assert control over Italian cultural life and “make their own Minculpop,” referencing the infamous fascist Ministry of Popular Culture responsible for propaganda and censorship. The episode lampoons policy missteps and internal conflicts plaguing the Ministry, culminating in Minister Giuli’s open admission of past errors concerning the Regeni documentary.
Minister Giuli’s speech at the David di Donatello ceremony is highlighted as a rare example of governmental self-criticism:
"Dobbiamo avere coraggio di fare un discorso di verità... Alcuni film hanno ottenuto finanziamenti pubblici immeritati... Valga su tutti l’inaccettabile caduta sul docufilm Tutto il male del mondo, dedicato a Giulio Reggiani... Mai più." — Alessandro Giuli (02:00)
Giannini remarks:
Giannini catalogs a litany of missteps under Danielle Giuli and his predecessor (Gennaro Sangiuliano), referencing:
"L’idea di instaurare in questo paese una nuova egemonia culturale... è fallito miseramente." (04:10)
On the Biennale controversy:
"L’idea, la sensazione è che questo mean cool pop in realtà si traduca... nella pura e semplice occupazione dei posti di potere... tutte ispirate sistematicamente solo al principio della fiedeltà." (07:20)
"La verità è che la destra non è in grado di esprimere alcuna cultura, meno che mai di imporla e di trasformarla in cultura egemone, per la semplice ragione che quella cultura non esiste." (08:40)
On the fate of cultural hegemony:
"L’idea di instaurare una nuova egemonia culturale... è fallita miseramente." — Massimo Giannini (04:10)
On the Giuli mea culpa:
"Ecco, Giuli ha avuto il coraggio di dire che questo è stato un errore gravissimo che non si deve ripetere mai più..." (03:20)
On cultural policy direction:
"La sensazione è che questo mean cool pop... si traduca nella semplice occupazione dei posti di potere... ispirate solo alla fedeltà." (07:20)
Summary on right-wing cultural output:
"La destra non è in grado di esprimere alcuna cultura... quella cultura non esiste." (08:40)
Giannini’s style remains piercing and ironic, combining detailed criticism with gallows humor and historical references. He balances dry wit—especially in poking fun at the idea of a right-wing “cultural revolution”—with an earnest critique of the lack of competence and vision in Italian cultural policy.
This summary covers the substance, notable moments, and development of ideas in this episode, providing listeners and non-listeners alike with a full sense of the episode’s analysis and tone.