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Ogni uomo ha un prezzo. Era la massima fondamentale di Enrico Cuccia, il gran sacerdote dell'industria e della finanza italiana, che ha gestito i giochi di potere per oltre mezzo secolo con la sua Mediobanca. E in nome di questo principio ha regolato tutti gli affari. Ogni uomo ha un prezzo, quindi ogni uomo si può vendere e comprare. Dico tutto questo perché in questo momento, ad essere venduta e comprata, non è un uomo, ma è una grande realtà editoriale del nostro paese. Il gruppo Jedi, del quale John Elkan e la famiglia Agnelli stanno per disfarsi e che sta per essere comprato da un imprenditore greco che si chiama Kiriaku, del quale qui in Italia si sa poco o nulla. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
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La Juve fa parte della mia famiglia da 102 anni, fa parte nel vero senso della parola, perché nel corso di un secolo quattro generazioni l'hanno ingrandita, resa forte, accudita nei momenti difficili e festeggiata nei tanti momenti felici. Ma non solo, La Juve fa parte di una famiglia molto, molto più grande, la famiglia Bianconera, fatta di milioni di tifosi in Italia e nel mondo, che amano la Juve come si amano le persone care. Proprio pensando a questa passione, a questa storia d'amore che ci unisce da oltre un secolo, come famiglia continuiamo a sostenere la nostra squadra e a guardare al futuro. per costruire una Juve vincente. La Juventus, la nostra storia, i nostri valori non sono in vendita.
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Quello che avete appena sentito, dunque, è John Elkan, proprietario del gruppo Exor, che è una grande conglomerata, una grande holding globale, che insieme all'industria dell'auto possiede partecipazioni di tanti e tanti generi, che vanno dall'alta moda fino alla sanità. Tra queste partecipazioni c'è anche la Juventus e c'è anche il gruppo Jedi, per l'appunto, del quale fanno parte, Repubblica, la stampa Radio DJ, Radio Capital, M2O e Huffington Post. Nei giorni scorsi è circolata la voce che ci fosse un'offerta da parte di Tether, un grande altro gruppo tecnologico planetario, per rilevare una quota importante del capitale della Juventus. John Elkan ha risposto con un video e con le parole che avete appena sentito. che fissano alcuni principi fondamentali. La Juventus non è in vendita, perché noi non vendiamo i nostri valori. La famiglia Agnelli possiede questa squadra, che è molto più di una squadra, è un marchio, un brand, da 102 anni e non intende di sparsene, perché la Juventus non è solo un crèb, ma è anche i suoi tifosi. Bene, principi meravigliosi, magnifici, che non possiamo che sottoscrivere. Ne comprendiamo l'essenza, il valore. Ma allo stesso tempo, mentre pronuncia queste parole, Junelkan ha annunciato, viceversa, che sta mettendo sul mercato, e di fatto ha praticamente già venduto, il gruppo Jedi per l'appunto. e cioè quella magnifica realtà editoriale che fu fondata alcuni decenni fa da Eugenio Schalfari, che prima si inventò l'Espresso e poi, subito dopo, nel 1976, Repubblica. Insieme a Carlo Caraccio, nel tempo, mattone dopo mattone, costruirono un meraviglioso edificio editoriale comprando 15 giornali locali, allargando al digitale il business del gruppo Espresso Repubblica. comprando le radio, con Radio DJ, Radio Capital e M2O, ed in prospettiva aprendosi tra i primi al gigantesco mondo del web, con il sito Cataweb, poi trasformato in Repubblica.it. Nel corso dei decenni il gruppo Espresso Repubblica ha accompagnato, ma in molti casi trainato, la trasformazione culturale, politica, economica, sociale di questo paese. Ora, dopo tanti anni, tutto questo sta per finire. John Elkann aveva comperato il gruppo Gedi nel 2020, rilevando leie e quote che prima condivideva con un altro imprenditore, Carlo De Benedetti e i suoi due figli. Nel 2020 Elcan compra tutto e Jedi finisce nell'orbita Exor. Dopo cinque anni di quel grande gruppo editoriale, spiace dirlo, ma restano praticamente quasi solo le macerie, l'espresso è stato venduto, 15 giornali locali, in diverse tranche sono stati venduti. Huffington Post ha perso i suoi primati. La stessa cosa si può dire per Repubblica e per la stampa. Dunque adesso tutto questo verrà ceduto a un magnate greco, Chiriaco. Non si sa molto di questo signore, se non che la sua famiglia, anche lì capitalismo familiare, opera da tanti anni nel settore dell'industria navale, Chiriaco è un importante armatore greco, e anche nel settore editoriale. Chiriaco possiede più di 30, tra televisioni, testate locali, siti web, non solo in Grecia ma anche nell'est europeo. Di più non si sa, ma questo è. Elkham lo ha già comunicato, ha già informato le autorità, dal Presidente della Repubblica alla Presidente del Consiglio ai leader della maggioranza dell'opposizione. E ha già informato di tutto questo anche i comitati di redazione, che naturalmente in questo momento sono in stato di agitazione, alcuni scioperi sono stati già fatti. C'è da chiedersi per quale ragione siamo arrivati fin qui? Com'è stato possibile di smettere nel corso del tempo un patrimonio valoriale di questa portata senza riuscire a preservarlo? Lo sappiamo, il mercato dell'editoria è in grave difficoltà, è in grave crisi. Le nuove tecnologie, la rete, il digitale hanno mandato in tilt il vecchio sistema che conoscevamo, i giornali di carta sono ormai quasi oggetti dell'antiquariato. Ma per quel che riguarda Espresso, Repubblica e in parte poi anche la stampa, il ragionamento da fare è molto diverso da quello che riguarda le altre testate. In virtù dell'intelligenza, della lungimiranza di Eugenio Scalfari, chi negli anni ha comperato Repubblica lo ha fatto con motivazioni d'acquisto completamente diverse da quelle di chiunque altro. Quando un lettore va in edicola sceglie un giornale, oppure quando va sul web lo consulta, per motivi spesso differenti. C'è chi lo fa perché vuole essere informato mediamente, c'è chi lo fa perché ha più interessi per esempio sul fronte economico, c'è chi lo fa perché vuole avere maggiori notizie sulla città in cui vive. Chi nei decenni ha comprato Repubblica lo ha fatto per motivi che non hanno niente a che vedere con tutto questo, oppure che hanno significati molto molto più vasti di tutto questo. Chi ha comprato Repubblica quando è andato in edicola e chi continua a farlo tuttora lo fa perché di quel giornale condivide l'identità, condivide la visione del mondo, condivide una certa idea del paese. con tutto quel che ne consegue, e cioè orientamenti politici, preferenze culturali, in una parola, principi e valori. Questo è un giornale, questo è quel giornale, Repubblica. Il momento in cui John Elkan ha deciso di comperarla, di comperare l'intero gruppo, lo sapeva o avrebbe dovuto saperlo. Ma in cinque anni, purtroppo, non si è tenuto conto di questa specificità. E oggi il gruppo, ridotto nel perimetro, nell'importanza, nel peso specifico che ha nel discorso pubblico del paese, viene dunque dislocato altrome. E quell'altrove è un gruppo estero di cui nulla si sa e che finora non ha fornito alcuna garanzia. Ed dal punto di vista del mantenimento, dell'autonomia, dell'indipendenza, dell'orientamento politico-culturale di questo gruppo, nemmeno che mai dei livelli occupazionali. Perché poi i giornali sono qualche cosa di vivo, non sono beni come un'automobile oppure come un paio di scarpe. Ed è per questo che tornando a Enrico Cuccia oggi c'è da chiedersi qual è il prezzo che si paga per vendere a un imprenditore greco, un gruppo editoriale come Gedi. Qual è il prezzo che paga il paese? Qual è il prezzo che paga il pluralismo dell'informazione? Visto che manca un anno alle elezioni politiche e il panorama della carta stampata e in generale dei media in Italia è piuttosto a sue fatto al potere dominante di Giorgia Meloni e della destra. In una parola, qual è il prezzo che paga la democrazia? che Eugenio Scalfa riscrisse in quel 14 gennaio 1976, quando la storia di Repubblica ebbe inizio. Sono passati esattamente 50 anni, tra pochi giorni si festeggerà quell'anniversario e il Palazzo del Potere è ancora una volta vuoto, in un senso diverso. da quello al quale Scalfari si riferiva 50 anni fa. Ma al fondo il senso è uguale. È la stessa cosa. Il palazzo del potere è vuoto. E quello che, purtroppo, non sappiamo più essere pubblica, potrà continuare a raccontarlo, come fece in quel lontano 1976. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione. One Podcast.
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Episode: I giornali, la Repubblica e i valori che non si vendono
Host: Massimo Giannini
Date: December 14, 2025
In this episode, Massimo Giannini reflects on the shifting ownership of Italy’s historic editorial group Gedi, publisher of La Repubblica, analyzing the implications for journalism, media pluralism, and democracy. He contrasts the proclaimed “non vendibilità” of Juventus by the Agnelli family with their willingness to sell a symbolic pillar of Italian information and culture. The episode is a passionate meditation on the intrinsic values of journalism, the decline of editorial independence, and the real cost of letting iconic institutions be traded as commodities.
“Ogni uomo ha un prezzo.”
(Every man has a price.)
Giannini plays and analyzes John Elkann’s public statement on the Juventus football club:
“La Juventus, la nostra storia, i nostri valori non sono in vendita.” – John Elkann [01:34]
He notes the paradox: the Agnelli family claims its values and history (embodied in Juventus) are not for sale, yet proceeds to sell Gedi—a group foundational to Italian media and public discourse.
“Qual è il prezzo che paga il paese? Qual è il prezzo che paga il pluralismo dell’informazione?... Qual è il prezzo che paga la democrazia?” – Giannini [08:53]
Enrico Cuccia’s maxim:
“Ogni uomo ha un prezzo.” [00:41]
John Elkann’s declaration (Juventus):
“La Juventus, la nostra storia, i nostri valori non sono in vendita.” [01:34]
Giannini, on the end of an era:
“Dal grande gruppo editoriale, spiace dirlo, ma restano praticamente quasi solo le macerie…” [04:25]
On readers' loyalty to Repubblica:
“Chi ha comprato Repubblica... lo fa perché di quel giornale condivide l'identità, la visione del mondo… principi e valori.” [06:15]
On the threat to democracy:
“Qual è il prezzo che paga la democrazia?... Il pluralismo dell’informazione?” [08:53]
Closing reflection:
“Il palazzo del potere è vuoto. E quello che, purtroppo, non sappiamo più essere pubblica, potrà continuare a raccontarlo, come fece in quel lontano 1976.” [09:25]
The episode is somber, analytical, and at times indignant. Giannini uses historical references, rhetorical questions, and direct critique to emphasize the irreplaceable cultural value of journalism. His language is passionate yet precise, conveying a deep sense of loss and urgency about the consequences of treating press institutions as mere assets.