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Massimo Giannini
Il dramma di Enzo Tortora è stato una delle pagine più nere nella storia della nostra Prima Repubblica. Al di là delle stragi di Stato, del terrorismo, soprattutto quello nero, ma anche quello rosso, ma l'errore giudiziario che portò agli arresti, in quel maledetto 17 giugno 1983, una delle figure più amate della nostra televisione nazional popolare, il conduttore di Portobello segna una macchia indelebile sulla giacca, fino ad allora in tonza, della magistratura italiana. Ma quanto è giusto oggi che quell'avvenimento si riverberi sulla nostra attualità politica? E quanto è giusto che di quella lezione si faccia un uso forse esagerato, se non addirittura distorto, rispetto ai polemici rapporti attuali tra politica e magistratura? Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini. Poche altre volte un film o una serie televisiva hanno registrato, raccontato e rinverdito una storia drammatica che ha segnato la vita del nostro paese. L'operazione che ha fatto Marco Bellocchio, grande regista civile, che ci aveva già raccontato la tragedia di Aldo Moro in un magistrale esternonotte, Questa volta, se possibile, ancora più stupefacente e traumatizzante. Grazie all'interpretazione formidabile, ancora una volta, di Fabrizio Gifuni, che a sua volta aveva già interpretato Aldo Moro, in quello stesso film di cui vi accennavo poco fa, abbiamo ritoccato con mano la tragedia umana, giudiziaria, ma anche politica, di uno dei personaggi televisivi che l'Italia ha amato di più. Ricordiamolo, il conduttore di Portobello, quella trasmissione con il pappagallo sempre in primo piano, a suo tempo faceva qualcosa come 28 milioni di telespettatori. Ebbene, come ci racconta questa serie TV che verrà poi diffusa sulla piattaforma HBO Max nel 2026? Enzo Torto era arrestato il 17 giugno del 1983. Subì un vero e proprio calvario. Intanto l'arresto in sé a beneficio di telecamere con le manette dalla sera alla mattina per un personaggio che fino ad allora veniva considerato un mostro sacro da tutti gli italiani. Un arresto che nasceva da un appunto su un'agenda, all'epoca era in corso un'inchiesta sulla Camorra, e poi si basò sulla denuncia di un pentito fasullo. Maenzo Tortora rimase in galera a lungo. Carcerazione preventiva, si chiamava allora. Un tormento dal quale probabilmente non si riprese più e che poi alla fine lo portò anche alla malattia e alla fine anche alla morte. Di tutto questo dà conto in una splendida intervista di Annalisa Cussocrea su Repubblica di ieri, sua figlia Gaia. che ricorda una delle cose che suo padre scrisse nelle numerose lettere dal carcere ai suoi familiari. Lui definiva quei magistrati che lo ingabbiarono in maniera del tutto dissennata e disumana, infami Pulcinella. E proprio l'immagine di Pulcinella in toga dell'occhio riprende. in chiusura della seconda puntata che ha mostrato al Festival del Cinema di Venezia. Tutte le altre le vedremo appunto sulla piattaforma televisiva l'anno prossimo. Ma ora su questo dobbiamo interrogarci. Perché questo Porto Bello di Marco Bellocchio racconta l'Italia di allora, la cecità di quel paese che voltò le spalle a Enzo Tortora. Non si fidava più di tanto in una stagione nella quale i pentiti potevano decidere le sorti di tanta e tanta gente che poi si scopriva magari innocente, come nel caso di Tortora. Ma ci parla anche dell'oggi. Quanto è come un errore giudiziario possa cambiare la vita delle persone? ci parla a tal punto dell'oggi che il ministro della giustizia Carlo Nordio non ha resistito e si è presentato alla prima a Venezia a vedere quelle due puntate in attesa che esca l'intera serie e alla fine della proiezione Nordio si è lasciato andare ad alcune valutazioni che non riguardano soltanto il film in sé, ma anche la lezione che ne dobbiamo trarre oggi, qui, ora. Ascoltiamo che cosa ha detto Nordio a proposito del capolavoro di Bellocchio e Gifuni.
Carlo Nordio
Dice il ministro, che gliene parte complimentarsi col maestro. Che cosa ha pensato? È una fedele ricostruzione di una ricenda estremamente dolorosa. che dovrebbe farsi riflettere sulla carcerazione preventiva, sul fatto che molte persone entrano in carcere salvo poi essere riconosciute innocenti. che una parte della nostra popolazione carceraria, cospicua, è in attesa di giudizio, che molte indagini vengono fatte frettolosamente e quando vengono riparati i danni nessuno riparerà il dolore e i costi che sono stati fatti subire, che io stesso come magistrato, operando qui a Venezia, Sicuramente avrò qualche volta errato mandando in prigione delle persone che poi sono state dichiarate innocenti.
Massimo Giannini
Nulla da dire. Su questa prima parte di riflessione il guardasigili dice cose assolutamente sensate. Intanto sulla fedeltà della ricostruzione di questa serie televisiva straordinaria, come abbiamo detto. La ricostruzione di una vicenda estremamente dolorosa che certo deve farci riflettere sulla carcerazione preventiva. Molte persone entrano in carcere, salvo poi essere riconosciute innocenti. E qui aggiungo io, per fortuna, di casi ce ne sono, ma non sono così numerosi. Poi, in ogni caso, c'è una vasta parte della popolazione carceraria in attesa di giudizio. Verissimo anche questo. Molte indagini vengono fatte frettolosamente e quando vengono riparati i danni, nessuno riparerà il dolore e i costi che sono stati fatti subire agli interessati e alle famiglie. Verissimo anche questo. Tuttavia non possiamo non tener conto di quanto sia stata clamorosa e per alcuni versi unica la vicenda di Enzo Tortora. Prendere quella, un errore giudiziario tragico come paradigma dell'operato frequente della magistratura è forse fuorviante, è decisamente una forzatura, perché per fortuna di ingiustizie di quella portata non se ne registrano tante da allora. Si contano sulle dita di una mano, forse neanche quello. E poi, tuttavia, il ministro non si ferma lì, va avanti nella sua riflessione sugli errori possibili dei magistrati. Parla anche di se medesimo. Ascoltiamolo.
Carlo Nordio
Vorrei concludere dicendo che tra un anno entrerà in vigore la riforma che abbiamo voluto noi, che è già legge, ma che entrerà in vigore nell'agosto del 2026, quando la magistratura sarà organico pieno, per cui si può essere incarcerati soltanto con una ordinanza collegiale, cioè con una ordinanza emessa da tre giudici e non da un solo giudice come adesso.
Massimo Giannini
Ecco, come avete sentito, Nordio riconosce che anche lui nella sua professione di magistrato, ricordiamolo, è andato in pensione sette anni fa, ha commesso dei suoi errori. L'ha detto più volte in passato. Il suicidio di un suo indagato durante un'indagine degli anni 90 gli fece cambiare opinione sulla separazione delle carriere e in una delle inchieste fondamentali, di cui lui è stato titolare da pubblico ministero, e cioè lo scandalo mose a Venezia, che nel 2014 decapitò la classe politica veneta, si verificarono diversi errori giudiziari. Per esempio un dirigente della regione Veneto fu arrestato per corruzione e poi risultò estraneo ai fatti e venne addirittura rimborsato con 20.000 euro per ingiusta detenzione. Dunque da qui Nordio parte per dire quanto è bella la sua riforma della giustizia presentata oggi. Ora, è vero che in una parte di questa riforma c'è un aspetto che rende più complicati gli errori della magistratura quando si tratta di arresti in chiave preventiva, di carcerazione preventiva, perché è vero che la riforma che entrerà in vigore nel 2026 farà sì che a decidere quando si possa procedere alla carcerazione preventiva non sia soltanto un singolo magistrato, ma debba essere un collegio cioè un'ordinanza emessa da tre giudici. Ed è più difficile che tre giudici sbaglino tutti assieme, cosa che invece può capitare a un giudice solo. Ma questo è l'unico aspetto che rende la riforma Nordio del governo Meloni adatto a eliminare gli errori giudiziari e a far sì che non si verifichino più cose mostruose come quelle che riguardano Enzo Tortola. a far sì che i processi siano più veloci, più equi e che il rito sia più ordinato e tuteli maggiormente le parti in causa. Non è così, la separazione delle carriere non serve affatto a tutto questo. E allora, di nuovo, la domanda è molto semplice. Perché usare questo evento, cioè questo splendido film di Bellocchio sulla vicenda di Enzo Tortora, per metterci il cappello sopra ed usare questo capolavoro cinematografico come una lezione che innobilita la riforma del governo? È vero, l'ho detto e lo ripeto, il caso Tortora fu una delle peggiori vergogni nella storia della magistratura italiana ed è ancora più vero che i magistrati del caso Tortora non l'hanno pagato per i loro errori, perché la legge che introduceva la responsabilità dei magistrati per i danni causati nell'esercizio delle loro funzioni giudiziarie, la cosiddetta legge Bassalli, che arrivò dopo il caso Tortora, ma non poté essere applicata retroattivamente per volontà dello stesso legislatore. E così i magistrati, coinvolti nell'accusa al conduttore di Portobello, che poi fu ovviamente scagionato con formula piena perché il fatto non sussisteva, essendo un'invenzione tratta da un'agenda e poi confermata da un pentito fasuolo, fecero addirittura carriera, non subirono comunque provvedimenti disciplinari. E questo non ha fatto altro che gettare sale sulle ferite non solo dello stesso Tortora, che poi scomparde di lì a poco, ma soprattutto dei suoi familiari e di tutti coloro che all'epoca tacerono. e non si rese lo conto di quale nefandezza si stava compiendo. Ma da qui appunto a trarre conclusioni generali sui magistrati che sbagliano ce ne corre. Sentite allora l'ultima riflessione di Nordio intorno alla vicenda Tortora e al film di Bellocchio.
Carlo Nordio
Il magistrato che sbaglia perché non conosce le leggi o perché non conosce le carte, che sono i due momenti fondamentali del processo, o perché, ripeto, per ottusità preconcetta manda in prigione degli innocenti, è inutile pensare che possa pagare con il portafoglio, deve pagare con la carriera, deve cambiare mestiere.
Massimo Giannini
Dunque, dice il guardasigilli, il magistrato che sbaglia, sì, potrà anche, forse, pagare dal punto di vista economico per i suoi errori, ma la vera sanzione che deve subire è la carriera, cioè, dice Nordio, deve cambiare mestiere. È questo l'aspetto che lascia perplessi. Perché è vero che chi sbaglia in cattiva fede, e forse i magistrati del caso Tortola lo fecero, deve pagare e forse deve anche dismettere la toga. Ma trasformarlo in un principio generale è un pericolo mortale per il nostro ordinamento costituzionale e giudiziario. Vogliamo ricordarlo, in ultimo, principalmente allo stesso Ministro della Giustizia, In una delle inchieste che gli diedero maggiore notorietà, quella sulle coppe rosse e il sistema di finanziamento del PCPDS durante la lunga stagione di Mani Pulite, l'allora procuratore Nordio si dimenticò in un cassetto del suo ufficio di procuratore a Venezia per ben quattro anni le carte con la richiesta di archiviazione per Achille Occhetto e Massimo D'Alema. Avrebbe dovuto spedirle a Roma. Non lo fece e per questo subì una condanna a risarcire i due politici per quella grave, gravissima dimenticanza. Ebbene, come valutiamo quell'errore? Se valesse ancora oggi il principio che Nordio rivendica, e cioè il magistrato che sbaglia deve pagare con la carriera, ebbè lui dal 1991, da quando suo è commise questa grave omissione, avrebbe dovuto lasciare la magistratura e dimettersi. E invece è andato avanti. Con successo o con insuccesso lo dirà la storia, ma è diventato persino ministro della giustizia. E allora, se possiamo giustamente recriminare ed esecrare quei pulcinella in toga di allora, quelli che decisero in maniera così vergognosa sul caso Tortora, a maggior ragione dobbiamo stare attenti ai politici di oggi, che non diventino a loro volta altrettanti pulcinella. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
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Ascolta Antonino.
Host: Massimo Giannini (Repubblica)
Episode: Il caso Tortora, le Pulcinelle in toga e le bagattelle di Nordio
Date: September 3, 2025
In questa puntata, Massimo Giannini prende spunto dalla nuova serie di Marco Bellocchio sul caso Enzo Tortora per riflettere sulla relazione tra giustizia, errori giudiziari e attualità politica. Il dibattito si intreccia con le dichiarazioni del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, la sua riforma, e la tentazione di trarre lezioni universali da eventi eccezionali.
“...molte persone entrano in carcere salvo poi essere riconosciute innocenti. Che una parte della nostra popolazione carceraria, cospicua, è in attesa di giudizio, che molte indagini vengono fatte frettolosamente...” (Carlo Nordio, [05:57])
“...si può essere incarcerati soltanto con una ordinanza collegiale, cioè con una ordinanza emessa da tre giudici e non da un solo giudice come adesso.” (Carlo Nordio, [08:37])
“...è inutile pensare che possa pagare con il portafoglio, deve pagare con la carriera, deve cambiare mestiere.” (Carlo Nordio, [13:14])
“Ma trasformarlo in un principio generale è un pericolo mortale per il nostro ordinamento costituzionale e giudiziario.” ([13:34])
“...se valesse ancora oggi il principio che Nordio rivendica, e cioè il magistrato che sbaglia deve pagare con la carriera, ebbè lui dal 1991... avrebbe dovuto lasciare la magistratura e dimettersi.” ([13:56])
“A maggior ragione dobbiamo stare attenti ai politici di oggi, che non diventino a loro volta altrettanti pulcinella.” ([15:54])
L’episodio è denso, critico ma sempre lucido, con uno stile colloquiale e giornalistico. Giannini alterna un’analisi storica rigorosa a osservazioni pungenti sull’attualità e i rischi delle strumentalizzazioni politiche. Il registro è sobrio, a tratti indignato, ma sempre improntato alla ricerca di un equilibrio.
Per chi non ha ascoltato:
L’episodio offre uno sguardo prezioso non solo sulla vicenda Tortora, ma sulle ricadute attuali e sulle questioni irrisolte di giustizia, memoria e politica in Italia. Da vedere (e ascoltare) con la consapevolezza che la storia può insegnare molto, ma va maneggiata con attenzione.