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Narratore Chiesa Valdese (0:00)
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Massimo Giannini (0:21)
Un tempo, alla vigilia del primo maggio, circolava una battuta dolce e amara. Vieni alla festa dei lavoratori? No, vado a quella dei disoccupati. C'è più gente. Faceva ridere, ma faceva anche piangere. Abbiamo attraversato stagioni drammatiche in cui la disoccupazione viaggiava al 13%. Oggi che è scesa al 5, c'è comunque da chiedersi come stanno i lavoratori italiani e cosa ci sia da festeggiare in un paese che il lavoro lo svilisce e lo tradisce da troppi anni. E come era già successo per il 25 aprile, anche in questa giornata tocca a Sergio Mattarella hissare l'Italia al di sopra delle miserie della fase, volare alto sulla vergogna infinita dei decreti sicurezza e sulla grazia inaudita a Nicole Minetti e dare un nome alle cose, celebrare il lavoro come fondamento della Costituzione e della democrazia, come presidio irrinunciabile della società, come espressione della libertà e della dignità della persona. Tocca al Capo dello Stato ricordare alle classi dirigenti e inefficienti i nodi mai sciolti, le donne senza parità che si sacrificano per la famiglia, i giovani senza futuro che migrano altrove, gli stranieri in nero che crepano nei campi, le vittime senza tutele che muoiono nei cantieri. È tempo di visione, non di misure di corto respiro. A chi volete che parli, il Presidente della Repubblica, se non ai Patrioti al Comando, Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
Giornalista Sicurezza sul Lavoro (1:56)
Due giorni fa la giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto all'attenzione delle pubbliche opinioni una piaga che non accenna a sanarsi. Un richiamo che in verità giunge dalle dolenti note di ogni giorno. Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati nell'osolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille, le vite spezzate ogni anno. nel ricordarle rinnovando vicinanza alle famiglie delle vittime, va ribadito che si tratta di un tributo inaccettabile. La lotta alle incurie, alle illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti, imprenditori, lavoratori, istituzioni, società. Sono le cronache a intimarci che ciò che facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.
Massimo Giannini (3:09)
E allora eccolo qua, il Presidente della Repubblica, che parla con queste parole nette, chiarissime, a Pontedera, alla Piaggio, e ricorda la piaga dei morti sul lavoro, li definisce un tributo inaccettabile. Ancora una volta si rivolge alla politica, perché faccia qualcosa. La politica fa orecchie da mercante. Meloni insiste con la solita liturgia autocelebrativa. esultando per il tasso di occupazione al 62,4%. Senza mai ricordare che è il più basso tra i 27 paesi dell'UE. Resta di quasi 10 punti inferiore alla media e aumenta a 20 punti per le donne. Senza mai sottolineare che a crescere sono solo i posti a bassissimo valore aggiunto e quelli degli over 55 rimasti a lavoro per la legge Fornero. senza mai prendere atto che negli ultimi vent'anni la produttività è scesa a meno 3% mentre in Francia e in Germania saliva del 25% e negli ultimi 5 anni i salari sono crollati dell'8,7% senza mai ammettere che gli under 30 hanno una retribuzione oraria inferiore del 36% a quella degli ultracinquantenni e senza mai aggredire l'intollerabile sperequazione fiscale che umilia da sempre il lavoro dipendente con un'aliquota marginale del 43% contro il 12,5% sui titoli di Stato, il 15% sugli autonomi, il 21% sul reddito degli affitti, il 26% sulle rendite finanziarie. In questi quasi 4 anni di legislatura Meloni avrebbe potuto fare molto e invece non ha mosso un dito se non giocare a dadi con le accise e rinnovare le decontribuzioni concesse da chi c'era prima di lei. Ora Bontassois ha voluto infiocchettare la festa del lavoro regalando agli italiani impauriti dalla guerra e impoveriti dall'inflazione altre due leggi bandiera. Il fumoso decreto primo maggio e il famoso pacchetto casa. diciamolo aria fritta da mettere in circolo di qui a fine legislatura nulla che cambierà realmente la vita di chi la passa a sbarcare il lunario e a inseguire un salario Tito Boeri su Repubblica ha spiegato che l'ennesimo provvedimento urgente è un mezzo imbroglio che non risolverà il problema del dumping retributivo e dei lavoratori più poveri Senza un serio sostegno agli stipendi reali non ci sarà mai rilancio dei consumi e senza consumi non ci sarà mai vero supporto alla crescita. Ci sarà una ragione se in 30 su 38 paesi dell'area oxe esiste un salario minimo fissato per legge in termini di paga oraria al di sotto del quale non si può scendere. Se nel Regno Unito esiste dal 1999, in Germania esiste dal 2015 e se grazie a questo strumento sono crolati i cosiddetti mini job e sono aumentati i contratti a tempo pieno. Solo noi la sappiamo più lunga e ci inventiamo il salario giusto che non vuole dire niente ma suona bene negli spot della tv di regime. Tanto basta per evitare quella benedetta legge sulla rappresentanza che manca da mezzo secolo e che risolverebbe molti problemi e soprattutto per non darla vinta alle opposizioni che invocano da mesi il salario minimo. Si accontentino di questo brodino e se lo gustino oggi insieme a Fabe e Pecorino. Del resto c'è chi sentitamente ringrazia. È la Confindustria, quella più gregaria di sempre. Non sono bastati i disastri del ministro competente Urso, i tre anni di crescita del Pilla a zero virgola, i 36 mesi di produzione industriale negativa, i pasticci su Industria 4.0 e Transizione 5.0. Nulla smuove la panglossiana fiducia del presidente Emanuele Orsini, che considera il decretino del governo positivo e condivisibile. Eppure la congiuntura è un disastro. «Rischiamo la più grave crisi energetica della storia», ha detto in Parlamento proprio il direttore del centro studi della stessa Confindustria, nell'audizione di tre giorni fa sul documento di finanza pubblica. A questo punto viene il sospetto che il suo capo non sia stato reso edotto dell'apocalisse prossima ventura. Ma sul lavoro, diciamo la verità, nessuno è senza peccato. Nel cupio di solvi della sinistra interi blocchi sociali e intere constituenze elettorali sono state sacrificate sull'altare delle terze vie e della flessibilità. E nell'eclissi dei corpi intermedi, accelerata da premiership autocratiche che mal sopportano i negoziati, le parti sociali contano sempre meno. La CISL che fu dei Giulio Pastore e dei Pier Carniti oggi regala sottosegretari a Palazzo Chigi. La Will si barcamena, mentre la CGL di Maurizio Landini, per farsi sentire, prova a battere terreni più estesi del classico rivendicazionismo sindacale, dal no alle bombe al referendum sulla magistratura, dalla mobilitazione propal all'integrazione dei migranti. Tutte le altre sigle risultano ormai disperse tra le decine di sedie della Sala Verde e i 41 tavoli di crisi del Ministero del Made in Italy. Così, in questo deserto, le uniche oasi fiorite sono quelle del capitale e del profitto. Valee, in Italia, dove nel triennio 2022-2024 le banche hanno macinato utili cumulati per 112 miliardi e nel biennio 2023-2025 i colossi dell'energia hanno incassato extra profitti per 70 miliardi. mentre amministratori delegati lasciano gli incarichi, lucrando bonus da 40 milioni, e manager pubbliche reclamano buon uscite da 7 milioni per un mandato triennale. Vale anche nel mondo. Assistiamo basiti al match di wrestling tra Elon Musk e Sam Altman, che insieme hanno un patrimonio di 845 miliardi di dollari. mentre apprendiamo che Zuckerberg caccerà 8.000 dipendenti da meta e Bezos, dopo averne fatti fuori 27.000, ne licenzierà altri 16.000. È l'algoritmo che distrugge l'umano e nessuno lo può e lo vuole fermare. Il profitto non è un furto, il denaro non è lo sterco del diavolo, Dunque, di che ci lamentiamo se i popoli non votano più o votano i generali? Serve ottimismo. Oggi c'è pur sempre il concertone a Piazza San Giovanni. E poi, ricordiamoci sempre il vecchio motto di Flaiano, è ora di aiutare i ricchi. Abbiamo già troppi poveri. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
