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Quando usci nel 1966 il New York Times lo definì un thriller metapsichico nella forma di un fumetto pornografico. Sto parlando dell'Incanto dell'849, uno dei grandi capolavori dello scrittore americano Thomas Pynchon. Secondo Time questo affascinante e delirante viaggio nelle paranoie del postmoderno è uno dei cento migliori romanzi di lingua inglese. Una parodia complottistica del presente, popolato da strani figuri. Strambi personaggi che tramano gli uni contro gli altri, donne che odiano nemici reali e immaginari, fino al punto da concepire un attacco subliminale al sistema postale statunitense, cioè all'American Male, che ha la stessa pronuncia ma a seconda di come lo si scrive significa o posta americana o maschio americano. Ecco non so perché ma questa fetida storiella della chat tra tre ultra femministe italiane ora indagate per stalking mi ha ricordato tristemente l'incanto dell'849, cioè un tuffo nelle menti deviate dell'infosfera contemporanea. menti deviate come quella di Edipa Mass, protagonista di quel racconto visionario e distopico. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. Sì, lo so, è una storia assurda, ridicola, indegna, non se ne dovrebbe neanche parlare, ma forse vale la pena di ragionarci su, perché parla di noi in fin dei conti. Le tre indagate di questa inchiesta che riguarda il web, ma non solo, hanno nomi che a me non dicono nulla. Valeria Fonte, Carlotta Vagnoli, Benedetta Sabene. insieme ad altre hanno messo e avevano messo in piedi due gruppi whatsapp denominati fascistella e commando transfem e questo già dice tutto attraverso questi gruppi whatsapp veicolavano messaggi d'odio e organizzavano vere e proprie shitstorm e forme di stalking verso una lista selezionata di persone miravano in alto queste tre esaltate manganellatrici del web Sergio Mattarella, da cui dovrebbero imparare come si sta al mondo. Liliana Segre, di fronte alla quale si dovrebbero solo inchinare. Poi Michela Murgia, di cui non valgono neanche l'unghia del dito mignolo. Ma non solo, scendendo per l'Irani, altre persone più o meno note, prese di mira per motivi semiseri, ma per lo più surreali, grotteschi e ridicoli. lo scrittore Antonio Scurati, che viene definito pezzo di merda depensante per un suo articolo. E una delle tre post sul web è semplicemente reccare il culo a mezza editoria, che è ebrea, perché fai i miliardi così. Poi altri protagonisti coinvolti dai messaggi traspaiono allusioni volgari nei confronti del giornalista Pablo Trincia, Ricordate quello che indagò sui fatti di Bibiana. Poi l'attivista Karem Rohana, che definisce il capo dello Stato fascista bastardo vero per un suo intervento pubblico. E una delle tre risponde, ormai è il circo, spero sia demenza semile. Un'altra partecipante, Flavia Carlini, Poi allusioni nei confronti degli artisti Willy Pejote, Motta, Mario Biondi, il filosofo Lorenzo Gasparrini, scrittori come Christian Raimo, Giulio Cavalli. Poi ancora... di Murgia abbiamo detto, frasi contro la collega giornalista Cecilia Sala che come ricorderete fu arrestata in Iran per le sue inchieste su quel regime teocratico, poi insulti di donne nei confronti di altre donne, la saggista e attilista Vera Geno che diventa falsa Geno, Viola Carafalo, ex portavoce di potere al popolo, una scoppiata viene definita. Poi non si contano gli insuti contro Selvaggia Lucarelli, Serena Mazzini, una delle parti offese di questa inchiesta. Scrivono Mazzini è finita ma è finita per la Lucarelli, colpiscine una per farle cadere entrambe. Poi c'è la storia di A.S. Puntato, giornalista che si può citare solo per le iniziali. Anche lui, vittima dello stalking, è finito nell'inchiesta perché avrebbe intrattenuto una relazione parallela con la sua fidanzata e con una delle attiviste della chat. Ora, al di là delle vicende singole e al di là pure degli sviluppi di questa inchiesta condotta dalla procura di Monza, vedremo a quali risultati arriverà, leggendo di questa storia mi è tornata in mente, come dicevo, quel romanzo di Pynchon, aggiornato alla tecnodittatura digitale in cui oggi siamo tutti immersi. Perché tutti, carnefici e anche vittime, mi sembrano il prodotto di una grave, gravissima psicopatologia collettiva. Per capirlo basta scorrere il linguaggio, ma soprattutto il metodo che queste tre suffragette della barbaria digitale utilizzavano. Il metodo si chiama call-out, come viene definito, e consiste nel fare terra bruciata attorno alle persone prese di mira, a evitare che partecipino a eventi pubblici, rovinare la loro reputazione, far perdere follower. Ecco, questo è il vero punto cruciale. C'è una lista nera, come la chiamano, e poi c'è una di loro che scrive «abbiamo solo iniziato, io ve lo dico». Ma prima di arrivare a questo, io vorrei chiedere a queste ragazze, ma chi siete voi? Chi sono queste tre inquisitrici che vomitano bile su nemici fabbricati spesso per pura invidia professionale o persino economica? Cos'hanno fatto e cosa fanno nella vita per impancarsi? di questa funzione censoria, per scrutare la vita degli altri cercando di rovinargiela. Sono influencer, ok. Hanno pagine sui social, in questa fogna dove c'è spazio per qualunque feccia umana, senza vergogna e senza controllo. Ma sono pure scrittrici. Hanno pubblicato libri. E io mi chiedo perché ci sono case editrici che glieli stampano. E stampano qualunque porcheria. Scrivono articoli di giornale e io mi chiedo perché i giornali glieli pubblichino. facendo credere a qualunque imbecille di essere pinchon o rotto, Virginia Woolf o Simone de Beauvoir. Queste livorose bombarole digitali, in nome di un potere femminile e femminista che nessuno le ha conferito, usano appunto il metodo call-out, come dicevo prima. E cioè per l'appunto. fare terra bruciata, evitare che queste persone prese di mira partecipino a eventi pubblici, rovinare la loro reputazione, far perdere follower. Ecco siamo proprio al cuore di questo delirio che tuttavia, come dicevo prima, riguarda anche le vittime e in fondo riguarda tutti noi. L'obiettivo dichiarato è appunto fare terra bruciata, rovinare reputazioni, far perdere follower. Ecco il sommo indice di fallimento esistenziale del tempo presente. Ecco la suprema vergogna, l'affronto insopportabile, la massima indegnità contemporanea. Perdere follower, cioè essere condannati alla morte social, allegoria della morte fisica. Qua c'è tutta davvero la follia del discorso pubblico postmoderno. La mia vita per un like. E se lo perdi, quel like, sei finito. Esistere solo in rete, il luogo dove il virtuale divora il reale. E tutti stiamo al gioco, trascinando nel fango un'intera civiltà. Bisognerebbe resistere a tutto questo. Bisognerebbe che queste chat isteriche di un manipolo di esaltate si volassero via come l'acqua, sul corpo vero di chi le subisce. E invece non è così. Quella gogna fa male perché troppa gente ci vive nella fetida agora, internetiana, in cui le nuove di Pamas quelle gogne le mettono in scena. Non a caso una di loro scrive, testualmente. Dobbiamo usare le loro armi, raga, propaganda e violenza e soprattutto fare davvero nostra la cancel culture. È l'arma più potente che il femminismo abbia avuto negli ultimi 25 anni. Radicalizzare, attaccare, accusare e fare pura, cattiva, becera propaganda. Così, in questa penosa, schifosa guerra che ricorda l'incanto dell'849, alla fine crepiamo tutti.
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Ultima ora! Scoperta la cura definitiva per lunedì piovosi, centinaia di mail arretrate e cene dalla suocera. Gli esperti non hanno dubbi. E ci credo quando la birra media costa solo 3 euro. Iscriviti su doppiomalto.com e in tutti i locali Doppio Malto. Bevi responsabilmente.
Host: Massimo Giannini
Date: November 3, 2025
In questo episodio, Massimo Giannini riflette sull’inchiesta riguardante una chat WhatsApp di tre attiviste femministe accusate di stalking online, usando questo caso per analizzare il clima di polarizzazione e la barbarie digitale dell’attuale discorso pubblico italiano. Attraverso parallelismi letterari e un tono fortemente critico, Giannini mette a nudo le dinamiche tossiche nate sui social media, il metodo del “call-out” e la trasformazione della reputazione digitale in un valore esistenziale.
“Hanno messo in piedi due gruppi WhatsApp denominati fascistella e commando transfem – e questo già dice tutto.”
(04:25)
“Il metodo si chiama call-out... consiste nel fare terra bruciata attorno alle persone prese di mira, evitare che partecipino a eventi pubblici, rovinare la loro reputazione, far perdere follower.”
(07:35)
Citando un messaggio delle chat:
“Dobbiamo usare le loro armi, raga: propaganda e violenza e soprattutto fare davvero nostra la cancel culture. È l'arma più potente che il femminismo abbia avuto negli ultimi 25 anni. Radicalizzare, attaccare, accusare...”
(09:17)
Secondo Giannini, questo fenomeno rivela una feroce e diffusa psicopatologia collettiva figlia della “tecnodittatura digitale”.
“Mi chiedo perché ci sono case editrici che glieli stampano... E stampano qualunque porcheria.”
(08:38)
“L’obiettivo dichiarato è rovinare reputazioni, far perdere follower. Ecco il sommo indice di fallimento esistenziale del tempo presente. Ecco la suprema vergogna, l’affronto insopportabile, la massima indegnità contemporanea. Perdere follower, cioè essere condannati alla morte social, allegoria della morte fisica.”
(08:53)
“Bisognerebbe che queste chat isteriche... si volassero via come l'acqua, sul corpo vero di chi le subisce. E invece non è così. Quella gogna fa male perché troppa gente ci vive nella fetida agorà internetiana...”
(09:38)
Massimo Giannini, con sarcasmo e amarezza, descrive il caso della chat femminista come simbolo “del delirio e della follia del discorso pubblico postmoderno”, sottolineando come la dignità e la reputazione siano oggi misurate in like e follower. La sua riflessione finale richiama la necessità di resistere a questa degenerazione, anche se riconosce quanto questa barbarie sociale sia ormai radicata e dolorosa per le sue vittime.
Nota:
Riassunto creato eliminando parti pubblicitarie e limitando l’attenzione ai contenuti analitici e di commento espressi da Massimo Giannini.