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One Podcast. Ho sempre pensato che la maggioranza del nostro popolo vuole la pace ed è pronta ad assumersi dei rischi in nome della pace. Queste parole le pronunciò poco meno di trent'anni fa un grandissimo leader politico israeliano. Si chiamava Yitzhak Rabin, due volte primo ministro di Israele, la prima nel 1974, la seconda nel 1992. Premio Nobel per la pace. Credeva fermamente nella possibilità che si potesse un giorno arrivare davvero in Medio Oriente ai due popoli, due stati, che convivessero in armonia e nel rispetto reciproco. Rabin fu assassinato il 4 novembre 1995 a Piazza dei Re di Israele, a Tel Aviv, durante un comizio da un estremista dell'ultradestra ortodossa. Oggi, di fronte all'immane tragedia che si sta consumando nella striscia, di fronte al genocidio perpetrato a Gaza da Netanyahu, la domanda che tutti i grandi capi di stato e di governo del pianeta si fanno è con chi si possa fare la pace, quando anche Israele decidesse di interrompere questa mattanza. Sul fronte palestinese non esistono interlocutori, è il mantra che sentiamo ripetere fino all'esasperazione. Ma è davvero così? Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. una guerra nella quale si sono spostati centinaia di migliaia di persone, ha prevenuto l'entrata di ricette e alimenti medici e ha causato la starvazione di due milioni di palestinesi. Quello che avete appena ascoltato nella traduzione simultanea è l'intervento che ha fatto nella giornata di ieri all'Assemblea delle Nazioni Unite uno degli ultimi leader rimasti sul fronte palestinese, a parte Italia Gole di Hamas. Sto parlando di Mahmoud Abbas, detto anche Abu Mazen. Un personaggio che le cronache conoscono bene perché tiene banco sul fronte medio orientale ormai da tanti anni, è presidente della Palestina dal 2005 ed è tuttora presidente dell'autorità nazionale palestinese. Cioè quella che è stata messa da parte negli anni che hanno preceduto il pogrom del 7 di ottobre da Netanyahu, indebolita perché in quel momento il capo del governo israeliano pensava di usare Hamas per indebolire il fronte palestinese contro l'autorità nazionale. Il risultato l'abbiamo visto, i quasi 2000 morti civili in ermi israeliani in un tragico 7 ottobre di un anno e mezzo fa. Bene, Abu Mazen ha parlato alle Nazioni Unite e ha detto parole chiarissime su quello che lui può ancora dare al processo di pacificazione in Medio Oriente. Le riassumo in maniera spicciola le sue parole. Abumazen ha detto che la guerra di Israele a Gaza sarà ricordato come uno dei capitoli più orribili del ventesimo e del ventunesimo secolo. Ha aggiunto che quello che Israele sta perpetrando non è una semplice aggressione, è un crimine di guerra, è un crimine contro l'umanità, documentato e monitorato e sarà registrato nei libri di storia e nelle pagine della coscienza internazionale. Ha poi aggiunto che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre in Israele non rappresentano il popolo palestinese. Ha aggiunto che Hamas non avrà nessun ruolo nel governo, ovemai ci si arrivasse. I terroristi di quell'organizzazione dovranno consegnare le loro armi all'autorità nazionale, come parte della costruzione di un solo Stato, una sola legge e una sola forza di sicurezza. Non vogliamo uno Stato armato. ha detto due volte scandendo con forza questo concetto non vogliamo uno stato armato e vogliamo appunto che i terroristi consegnino a noi le loro armi poi ha aggiunto un altro principio in questo momento fondamentale per provare a ricucire le profonde lacerazioni che sembrano ormai non più conciliabili su quella terra dilaniata dal dolore. I palestinesi rifiutano l'antisemitismo. Anche questo è un concetto che non sentiamo ripetere da gran tempo e invece Aboumazen ha avuto il coraggio di ribadirlo. Non vogliamo uno stato armato, rifiutiamo l'antisemitismo. Poi naturalmente Abu Mazen ha aggiunto altri concetti, dal suo punto di vista altrettanto irrinunciabili. Abbiamo detto e continueremo ad affermare che la striscia di Gaza è parte integrante dello Stato di Palestina. Siamo pronti ad assumerci la piena responsabilità per governance e sicurezza di quell'area. Vogliamo uno Stato democratico, che sia libero da armi e da estremismo. La pace, ha aggiunto, e quasi sembrava di riascoltare un eco delle parole lontane di Isaac Rabin, non può essere raggiunta se non si riesce a ottenere giustizia. E non può esserci giustizia se la Palestina non viene liberata. Non importa quanto duri la sofferenza, non spezzerà la nostra voglia di vivere e di sopravvivere. Il nostro popolo, ha avvisato Abu Mazen, rimarrà radicato come gli olivi, saldo come le rocce. L'alba della libertà sorgerà e la bandiera della Palestina sventolerà alta nei nostri cieli. Oggi diciamo chiaramente che la pace si può ottenere solo se c'è giustizia. La Palestina è nostra, non lasceremo la nostra terra. Ancora un altro concetto fondamentale che Abu Mazen ha sottolineato più e più volte in videoconferenza. Siamo pronti a lavorare con Donald Trump, con l'Arabia Saudita, con la Francia e con le Nazioni Unite per implementare un piano di pace. E così è avvenuto perché a margine dell'Assemblea Generale dell'ONU Il presidente americano Donald Trump, secondo quanto ha ricostruito l'agenzia politico, ha promesso ai leader arabi e musulmani, compreso lo stesso Abu Mazen, che non permetterà ad Israele di espandere l'occupazione in tutta la West Bank. Nelle parole del leader palestinese, l'ultimo rimasto, ripeto, al di là dei tagliagole di Hamas, c'è un seme che può e deve germogliare. Al Palazzo di Vetro abbiamo sentito per la prima volta parole che possono costruire un percorso che porti alla tregua e poi a un piano di pace, solo che lo si voglia e questo è il vero problema. Finora, anche nell'ala più razziocinante del governo israeliano, ammesso che in quel governo ne esista ancora di razziocinio, abbiamo sentito sempre ripetere che quando anche si volesse intavolare una trattativa per arrivare a un nuovo equilibrio con la Palestina, non ci sono interlocutori in campo. Bene, Abu Mazen dimostra con le sue parole che non è così. Sentiamo anche ripetere, e questo lo dicono molti esponenti e capi di stato e di governo occidentali ed europei, che Abu Mazen è troppo vecchio, a 90 anni. È vero, l'anagrafe non depone a suo favore. Ma la lucidità con la quale ha parlato alle Nazioni Unite testimonia del fatto che per un periodo di transizione che serve a costruire le condizioni del ritorno a una convivenza pacifica, basata su regole precise, anche Abu Mazen può dare un contributo decisivo, fondamentale. E poi c'è da parlare del futuro. e anche se si vuole ragionare del futuro, mettendo da parte in maniera irrevocabile, come lo stesso Aboumazen ha detto, e come continuano a proporre anche i capi di Stato e di Governo europei, Macron in testa, che vogliono e chiedono e annunciano il riconoscimento dello Stato di Israele, insieme a questo tuttavia anche l'esclusione da qualunque prospettiva di futura coalizione di governo dei tagliagole di Hamas, ebbene anche qui per il futuro qualche cosa, qualche uomo sul quale investire c'è e come. Ne cito uno su tutti e lo cito perché si parla di lui in questo senso. Marwan Barghouti, chi conosce la storia del Medio Oriente, sa chi è. E' uno dei più importanti leader palestinesi di questi decenni. E' stato arrestato in Israele dal 2002 dalle forze di difesa israeliane al Ramallah. poi processato e condannato da un tribunale israeliano con ben cinque sentenze per ergastolo. Lo considerano il mandante delle azioni svolte dalle Brigate Al-Aqsa, tra cui alcuni attacchi suicidi contro obiettivi militari e obiettivi civili. Lui ha sempre rigorosamente e con forza respinto sia la legittimità del tribunale israeliano che lo giudicava, essendo lui come lui stesso diceva e dice cittadino palestinese, sia il merito dei capi di imputazione elevati contro di lui. In buona sostanza si è sempre dichiarato innocente rispetto a quei terribili reati di omicidio avvenuti nel corso di 33 attentati per i quali secondo Israele è stato la mente e in qualche caso anche il braccio. Per certo è stato uno dei capi della prima e seconda intifada. Per certo è stato uno dei leader che da più di 20 anni, ormai 23 per la precisione, marcisce in galera pur avendo pronunciato più volte anche lui parole che riecheggiano quelle che abbiamo ascoltato ieri a Palazzo di Vetro di Abu Mazen. Tant'è vero che a favore di Barghouti si sono moltiplicate negli anni le campagne che ne chiedono la liberazione e non solo da parte del mondo palestinese, anche da parte dei membri del Parlamento Europeo e il gruppo israeliano Gush Shalom. La Reuters qualche mese fa l'ha addirittura considerato il Nelson Mandela palestinese. Negli ultimi anni a più riprese autorevoli figure di Israele ne hanno chiesto la liberazione. Il politico israeliano Yossi Beilin ha supportato la richiesta di perdono presidenziale, salvo che poi non se ne fece niente. Numerosi membri del Parlamento e della Knesset, tra i quali Meir, Shea e Tritt, hanno espresso la possibilità di un probabile rilascio di Barghouti come parte di futuri negoziati di pace. Nel gennaio 2007 persino il vice, l'allora vice primo ministro israeliano Shimon Peres, dichiarò che avrebbe firmato il perdono presidenziale se mai avesse vinto le elezioni e fosse stato eletto presidente. Poi non lo fece, ma tant'è. Questo solo per dire quanto e come oggi, ove mai fosse toccato da un sussulto di resipiscenza, se volesse Netanyahu potrebbe liberare Barguti come segno di disponibilità. e affidare a lui e a Mahmoud Abbas, cioè Abu Mazen, l'avvio di un negoziato. Sarebbe un segnale di straordinaria portata. Sappiamo per certo che Netanyahu non lo farà. Ma questa è la risposta. Barghouti in carcere da liberare e Abu Mazen che dice quello che abbiamo ascoltato alle Nazioni Unite, a chi sostiene che dal fronte palestinese non esiste un interlocutore possibile. Non è vero, è solo una questione di volontà politica. Dobbiamo pensare e guardare alle cose del mondo in modo diverso. La pace richiede nuovi concetti e nuove definizioni. Anche questo lo disse Isaac Rabin, purtroppo poco prima di essere ammazzato. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
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Host: Massimo Giannini
Data: 25 settembre 2025
L’editorialista Massimo Giannini riflette sugli ultimi sviluppi della crisi israelo-palestinese, intrecciando la memoria di Yitzhak Rabin — il leader che ha incarnato la speranza della pace — con l’attualità rappresentata dal discorso di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) all’ONU. Il podcast interroga il mantra secondo cui "non esistono interlocutori palestinesi per la pace" e analizza il ruolo, spesso negletto, di Abu Mazen e la figura, quasi mitica, di Marwan Barghouti come possibili chiavi per la ripartenza di un vero processo di pace.
(00:50–02:00)
“Ho sempre pensato che la maggioranza del nostro popolo vuole la pace ed è pronta ad assumersi dei rischi in nome della pace.”
(Yitzhak Rabin, citato da Giannini – 00:51)
“Con chi si possa fare la pace, quando anche Israele decidesse di interrompere questa mattanza.”
(Giannini – 01:45)
(02:00–08:40)
“Quello che Israele sta perpetrando non è una semplice aggressione, è un crimine di guerra, è un crimine contro l’umanità, documentato e monitorato e sarà registrato nei libri di storia e nelle pagine della coscienza internazionale.”
(Abu Mazen, riportato da Giannini – 04:40)
“Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre in Israele non rappresentano il popolo palestinese. Hamas non avrà nessun ruolo nel governo, ovemai ci si arrivasse.”
(Abu Mazen, riportato da Giannini – 05:10)
“Non vogliamo uno Stato armato.”
(Abu Mazen, riportato da Giannini – 05:55)
“La striscia di Gaza è parte integrante dello Stato di Palestina. Siamo pronti ad assumerci la piena responsabilità per governance e sicurezza di quell’area. Vogliamo uno stato democratico, libero da armi e da estremismo.”
(Abu Mazen, riportato da Giannini – 06:25)
“La pace […] non può essere raggiunta se non si riesce a ottenere giustizia. E non può esserci giustizia se la Palestina non viene liberata.”
(Abu Mazen, riportato da Giannini – 06:45)
“Il nostro popolo rimarrà radicato come gli olivi, saldo come le rocce. L’alba della libertà sorgerà e la bandiera della Palestina sventolerà alta nei nostri cieli.”
(Abu Mazen, riportato da Giannini – 07:15)
(08:40–10:10)
“Il presidente americano Donald Trump […] ha promesso ai leader arabi e musulmani […] che non permetterà a Israele di espandere l’occupazione in tutta la West Bank.”
(Giannini – 08:55)
(10:10–12:00)
“Anche Abu Mazen può dare un contributo decisivo, fondamentale.”
(Giannini – 11:20)
(12:00–13:30)
“La Reuters qualche mese fa l’ha addirittura considerato il Nelson Mandela palestinese.”
(Giannini – 13:00)
“La maggioranza del nostro popolo vuole la pace ed è pronta ad assumersi dei rischi in nome della pace.”
(00:51)
“Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre in Israele non rappresentano il popolo palestinese.”
(05:10)
“Non vogliamo uno stato armato.”
(05:55)
“Il nostro popolo rimarrà radicato come gli olivi, saldo come le rocce.”
(07:15)
Giannini chiude con una riflessione che dà il senso dell’episodio: di interlocutori per la pace, tra i palestinesi, ce ne sono, se c’è volontà politica di riconoscerli e investire su di loro. Serve pensare “alle cose del mondo in modo diverso”, inaugurando una nuova stagione fatta di coraggio, riconoscimento reciproco e responsabilità condivise — nel solco tracciato, trenta anni fa, da Rabin e oggi raccolto, con toni diversi, da Abu Mazen.
Tono: Analitico, empatico, riflessivo; Giannini alterna dati di cronaca, citazioni e considerazioni personali rilevanti per capire la complessità della situazione e tracciare possibili sentieri di speranza.