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Come è nato il nostro amore?
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Un colpo di fulmine.
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Un.
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Podcast. Breve storia della tragedia medio-orientale Camp David, 17 settembre 1978. Dopo 12 giorni di negoziati segreti, il presidente americano Jimmy Carter fa firmare alla Casa Bianca gli accordi di pace tra il primo ministro israeliano Menachem Begin e il presidente egiziano Anwar el-Sadat. Di lì a poco Sadat viene assassinato e la guerra ricomincia. Oslo 20 agosto 1993, la delegazione israeliana e quella palestinese siglano un protocollo e il 13 settembre dello stesso anno il presidente americano Bill Clinton fa firmare di nuovo alla Casa Bianca gli accordi di pace tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il presidente dell'Organizzazione della Liberazione della Palestina Yasser Arafat. Di lì a poco, Rabin viene assassinato e la guerra in Medio Oriente ricomincia. 8 ottobre 2025. Charmel Sheikh. La delegazione israeliana e quella palestinese siglano un protocollo. Stavolta sotto legida del presidente americano Donald Trump. Sarà vera pace questa volta? Circo Massimo. Lo spettacolo della politica. Di Massimo Giannini. Ed eccolo qua. Finalmente lo storico annuncio dell'altra notte. Donald Trump durante una riunione con i suoi alla Casa Bianca sta parlando di sicurezza interna, di città aggredite, assalite, nelle quali lui vuole mandare la Guardia Nazionale per difendere gli Stati Uniti dall'attacco interno dei migranti. viene raggiunto dal segretario di Stato Rubio che gli sussurra qualcosa all'oricchio. A quel punto Trump, al microfono, dà la notizia che tutti aspettavano da tanto e tanto tempo. Il segretario di Stato mi informa che siamo vicini a un accordo di pace in Medio Oriente. aggiunge poi, nel suo stile ormai noto, che tutto questo è stato possibile solo grazie a lui e al supporto di capi di stato e di governo di tante e tante nazioni, quelle che poi dovrebbero fare da base per la sua eventuale elezione o nomina per il premio Nobel per la pace, i paesi arabi, i paesi occidentali ed europei, tutti quelli che hanno contribuito. Conclude con l'irrituale ma ormai usuale attacco a Joe Biden. Tutto questo con lui non sarebbe mai potuto accadere, non sapeva neanche che cosa fosse il Medio Oriente. Grazie a me, invece, ora lì sarà pace. E una volta tanto l'aggettivo storico non è mal riposto, perché al di là di tutto quello che possiamo pensare e dire, possiamo aver pensato e aver detto dello sceriffo di Washington, Se questa volta l'accordo va davvero in porto, ma soprattutto tiene, il merito è tutto suo e gli va riconosciuto esplicitamente, con le modalità alle quali ormai ci ha abituato, e cioè un approccio straordinariamente commerciale ai problemi geostrategici e in qualche caso anche storico-religiosi, come sono quelli che riguardano un conflitto millenario, come quello che divide Israele e Palestina. con una mentalità che punta sempre al deal e a trasformare la pace da processo che richiede tempo, fatica, che richiede dedizione, a evento, cioè quello che si consuma nell'attimo, quello nel quale prendi il microfono a fianco al Presidente e al Primo Ministro Israeliano Netanyahu è di fronte al mondo, annunci già una pace che ancora deve venire e costringi l'interlocutore che ti sta a fianco a reggerti il gioco perché appunto è quello il momento che si consuma, è quello il momento che dice tutto. L'uomo non è solo il mezzo ma è anche il messaggio e il messaggio è lui e stavolta sembra aver funzionato. A dispetto di tutti i dubbi, le perplessità che questo uomo di spettacolo, il leader e il tycoon inventore del format The Apprentice ha ormai conquistato la scena mondiale riesce forse a mettere d'accordo almeno per un cessate il fuoco israeliani e palestinesi. Dopo 731 giorni di guerra sanguinosa nella Striscia e in Cisgiordania. Dopo ben 1300 vittime innocenti israeliane massacrate nel terribile pogrom del 7 di ottobre. Dopo oltre 70.000 morti innocenti a Gaza, bombardata e devastata dall'esercito israeliano. Dopo tutto questo, Per la prima volta vediamo immagini che ci aprono il cuore. Le città israeliane in festa per l'imminente ritorno, e speriamo che questo sia, dei pochi ostaggi rimasti ancora in vita e dei troppi morti detenuti nei sotterranei di Hamas, almeno per poter piangere i corpi di chi non c'è più. Immagini in festa da quel che resta della striscia di Gaza. in mezzo a palazzi ridotti in macerie, in mezzo alla polvere, alla miseria, i poveri, i nerni, i cittadini della striscia che saltano, ballano, si abbracciano, agitano bandiere. Tutto questo sembrava impensabile solo fino a pochi giorni fa. ma sta accadendo davvero. Siamo naturalmente appesi agli opposti estremismi ancora una volta. Il piano di pace o del cessate in fuoco contiene i punti che ormai conosciamo e cioè da un lato appunto il rilascio degli ostaggi, la prima cosa, il primo impegno, il primo passaggio fondamentale che avverrà all'indomani dell'avvenuta ratifica da parte del governo israeliano dell'accordo entro le 72 ore e quindi di qui a lunedì, forse domenica probabilmente. Poi i negoziati andranno avanti e arverrà il passaggio più delicato e cioè l'intesa sul disarmo di Hamas, la cosa più complessa, più difficile anche da non solo attuare ma da controllare, come è ovvio. Tutto quello che avverrà dopo è ancora da scrivere e riguarda, da un lato, la gestione della striscia, chi ci sarà sul terreno a garantire il rispetto degli accordi di pace. Israele dice che manterrà il controllo di almeno il 53% del territorio e vedremo se sarà così e in quale forma. O se ci dovrà essere una forza di interposizione internazionale? L'Italia ha già dato la sua disponibilità per mandare un contingente di carabinieri. E poi ancora, cosa accadrà della Palestina e dei palestinesi? Lo scambio di prigionieri, altro tema cruciale di queste ultime ore. Il numero fa impressione. Israele si impegna a rilasciarne qualche migliaia, come già avvenne ai tempi del rilascio del sergente Shalit. in cambio del quale furono liberati 1200 terroristi islamici, tra i quali anche quello Yahya Singwar, che poi fu la mente del pogrom del 7 di ottobre. Stavolta va allo stesso modo, ma non si capisce chi ci sarà nella lista dei prigionieri palestinesi liberati. Hamas pretenderebbe che a tornare fuori da quelle galere ci fosse anche Marwan Barghouti, l'uomo sul quale si potrebbe puntare per la ricostruzione ma Israele non vuole e vedremo appunto fino all'ultimo come si svilupperà l'attrito perché di questo si tratta sulla lista dei prigionieri da rilasciare. Il grande tema sullo spondo rimane sempre lo stesso, e cioè due popoli, due stati? Ecco, quell'obiettivo, che è l'unico che forse potrebbe garantire davvero la svolta definitiva, e cioè la vera pace in Medio Oriente, resta sullo sfondo. Lo stesso Trump, che pure in queste ore gonfia il petto illegittimamente, lo si capisce. da non ci sparsi, creeremo una Gaza dove la gente potrà vivere, probabilmente arriverà a Tel Aviv domenica e parlerà alla Knesset, dice se me lo chiedono lo farò. Celebra tutti coloro che considera quelli che hanno dato un contributo fondamentale a questo accordo, Erdogan in Turchia, ovviamente gli Emirati Arabi, l'Arabia Saudita, il Qatar in particolare, quel Qatar al quale Lo sceriffo di Washington ha imposto di chiedere scusa a Bibi Netanyahu e lo ha fatto in diretta prendendo il telefono e dicendo al primo ministro israeliano ora li chiami e ti scusi per quello che hai fatto con l'azione militare sul territorio catarino che aveva minacciato di far saltare ogni trattativa. Poi però aggiunge Trump i corpi di alcuni ostaggi israeliani saranno difficili da trovare, la lista dei prigionieri palestinesi è tuttora oggetto di una trattativa. E poi, a proposito del tema cruciale, dice testualmente non ho visione per due stati, seguirò ciò che man mano verrà concordato. Questo è il punto cruciale della questione, perché se non si arriva alla formazione di due popoli e due stati, Se non si riconosce, da un lato, la necessità di dare diritto a esistere a uno Stato palestinese, da un lato, e se non si rinuncia a perseguire l'obiettivo scritto nero su bianco sullo statuto di Hamas di distruggere l'entità sionista, cioè lo Stato israeliano, dall'altra, ecco, se non avvengono questi passaggi, anche questa pace rischia di essere scritta sull'acqua. Come già avvenne, purtroppo, per gli accordi che ricordavo in premessa. I due di Camp David, fatti firmare da Jimmy Carter, e poi quelli di Oslo, imposti ai contendenti da Bill Clinton. Stavolta il rischio è lo stesso. L'incognite sul futuro sono tante. Chi governerà la striscia? Lo abbiamo detto. Non è ancora chiaro. come funzionerà poi quell'organismo internazionale guidato proprio da Donald Trump per la ricostruzione, quella sorta di board, quel consiglio d'amministrazione nel quale deve sedere come vice di Trump quel Tony Blair così divisivo per il popolo arabo. quello che si lanciò nella guerra in Iraq nel 2003 facendo inventare prove false dell'esistenza di armi di distruzione di massa possedute dal presidente dell'allora regime iracheno Saddam Hussein. E poi chi saranno gli interlocutori palestinesi se non viene liberato Barghouti? Ce la potrà fare Abu Abbas, e cioè Abu Mazen? Ce la potrà fare Abu Mazen, ormai oltre a novantenne? Chi altri potrà rappresentare un interlocutore credibile per provare a immaginare una sorta di nation building palestinese. E in questo senso i paesi arabi che hanno contribuito all'accordo saranno capaci di garantire il disarmo di Hamas, di controllarlo passo passo impedendo che quelle migliaia e migliaia di bambini e di ragazzi che non sono morti sotto le bombe dell'esercito israeliano covino nel loro cuore, nel loro intimo, i semi del serpente e cioè quella voglia di vendetta, di stampo terroristico contro gli israeliani che gli hanno ucciso intere famiglie? E da ultimo cosa garantisce la tenuta interna al governo di Netanyahu? Dove come sappiamo l'ultra destra dei falchi più ortodossi di questo accordo non ne vuole sapere e ne abbiamo avuto a prova nell'atteggiamento dei due ministri estremisti, Ben-Gvir e Smotric. nel momento in cui torneranno gli ostaggi a casa. Cosa assicura che Israele non ricominci a bombardare. I punti interrogativi sono ancora tanti e fanno tremare i polsi. Ma parliamoci chiaro. Oggi c'è una sola cosa da fare e quella cosa è sperare. E se quella speranza si chiama Donald Trump va bene lo stesso. L'architetto del caos che diventa il grande risolutore del dramma medio orientale sarebbe il più bel cortocircuito della storia. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
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Com'è nato il nostro amore?
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Un colpo di fulmine.
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Come quello che hanno avuto per la rata fissa su luce e gas di PostEnergia. Con PostEnergia puoi avere uno sconto di 50 euro all'anno su Fibra PosteCasa Ultraveloce. Richiedi un preventivo in ufficio postale, sull'app o su poste.it. Scommetto che ti innamori pure te.
C
Non è solo luce e gas, è l'energia di casa tua. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. PostEnergia è l'offerta di libero mercato di PostePay SPA per clienti domestici. Rata fissa soggetta ad adeguamento sui consumi effettuati. Promozione su fibra fino al 31 gennaio 2026. Sconto in quattro mensili erogato con fornitura PostEnergia attiva. Info su poste.it o in ufficio postale.
Host: Massimo Giannini
Date: October 10, 2025
In questo episodio, il giornalista Massimo Giannini riflette sull’annuncio storico di un nuovo accordo di pace israelo-palestinese raggiunto sotto la presidenza di Donald Trump. Con il suo tipico sguardo critico e approfondito, Giannini ripercorre i precedenti tentativi falliti di pacificazione nella regione mediorientale, confrontandoli con l’approccio spettacolare – e fortemente personalizzato – dell’ex presidente americano. L’episodio esplora le incognite e i paradossi di un potenziale cessate il fuoco dopo anni di sanguinoso conflitto, interrogandosi sulla reale possibilità che questa sia la pace definitiva.
[01:11 – 02:30]
[02:30 – 05:20]
“Grazie a me, ora lì sarà pace.” (Trump, [03:40])
“L’uomo non è solo il mezzo ma è anche il messaggio, e il messaggio è lui.” (Giannini, [04:55])
[05:20 – 06:45]
[06:45 – 10:00]
“Quell’obiettivo, che è l’unico che forse potrebbe garantire davvero la svolta definitiva, resta sullo sfondo.” (Giannini, [09:45])
[10:00 – 11:30]
[11:30 – 13:30]
[13:30 – 13:55]
“L’architetto del caos che diventa il grande risolutore del dramma medio orientale sarebbe il più bel cortocircuito della storia.” (Giannini, [13:55])
Sul ruolo centrale e spettacolare di Trump:
“L’uomo non è solo il mezzo ma è anche il messaggio, e il messaggio è lui e stavolta sembra aver funzionato.” (Giannini, [04:55])
Sull’approccio “commerciale” di Trump alla pace:
“Con un approccio straordinariamente commerciale ai problemi geostrategici e… anche storico-religiosi.” (Giannini, [04:10])
Sul paradosso Trump:
“L’architetto del caos che diventa il grande risolutore del dramma medio orientale sarebbe il più bel cortocircuito della storia.” (Giannini, [13:55])
Sulla mancanza di una vera soluzione strutturale:
“Se non si arriva alla formazione di due popoli e due stati… anche questa pace rischia di essere scritta sull’acqua.” (Giannini, [12:48])
Il tono di Giannini è appassionato, lucido, talvolta ironico e sempre critico. Le sue analisi combinano memoria storica, scetticismo sulle soluzioni “immediate” e attenzione alle conseguenze profonde, il tutto con un’attenzione puntuale ai dettagli e ai protagonisti del dramma medio-orientale.
Questo episodio approfondisce il significato e le possibili conseguenze dell’annuncio di pace in Medio Oriente, mettendo in luce le molte incognite ma anche il potere delle immagini e delle narrazioni, specialmente nell’epoca di Trump. Di fronte a uno scenario ancora carico di rischi, Giannini conclude che oggi non resta che “sperare”—anche se la speranza ha il volto di un protagonista assai discusso.