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Cercando un'altra Camp David, oppure cercando un'altra Oslo, quante volte ci siamo andati vicini alla pace in Medio Oriente? Quante volte abbiamo creduto che gli accordi sottoscritti da capi di Stato e di Governo, sotto legge degli Stati Uniti, avrebbero portato ad una pace duratura in quel fazzoletto di terra nel quale si scontrano, si fronteggiano e si combattono tre religioni monoteiste e un esercito che fa piazza pulita di civili da ormai tanti, troppi anni. A Camp David il 17 settembre 1978 ci provò Già Jimmy Carter a mettersi d'accordo con Anwar al-Sadat e Menachem Begin, primo ministro israeliano e l'altro presidente egiziano. Purtroppo il trattato di pace, siglato poi nel 1979, non durò. La stessa cosa accadde ad Oslo, 13 settembre 1993. Bill Clinton, che fa stringere la mano per la prima volta dopo tanto sangue ad Yitzhak Rabin, storico premier israeliano, e a Yasser Arafat, mitico presidente dell'OLP, si è visto poi come è finita. Ora tocca a Donald Trump e a Bibi Netanyahu. Ma sarà pace vera? Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini. Parliamoci chiaro, dopo un secolo di conflitti ininterrotti, Guerre, Lampo, oppure Durature, Intifade 2, e ora Pogrom, il 7 ottobre, ormai vicino l'anniversario, e poi il Genocidio avviato da Bibi Netanyahu. non ne possiamo più e quindi sperare nella pace è legittimo e doveroso e questa volta non ci si può fermare di fronte al pregiudizio nei confronti di Donald Trump. L'avete sentito, è sempre lo stesso lo sceriffo di Washington. Prende il microfono nelle finte conferenze stampa e la racconta come piace a lui. Grazie a lui siamo vicini a quella che è lo stesso Donald definisce la pace eterna in Medio Oriente, scegliendo una formula piuttosto infelice. Sappiamo bene, per la nostra cultura, che cos'è la pace eterna. È la morte, non è l'assenza di conflitti duraturi e la concordia tra i popoli. «Una giornata storica», dice il capo della Casa Bianca in piedi a fianco a Bibi Netanyahu. «Abbiamo finalmente gettato le basi per costruire un lungo periodo di pace, non soltanto tra Israele e Palestina, ma per tutto il mondo arabo». E li citta uno per uno tutti coloro che, a giudizio di Trump, hanno concorso e partecipato alla stesura di questo piano. i Sauditi, il principe Bin Salman, gli Emirati Arabi Uniti, lo Sheikh Qaltani e poi la Giordania di Re Hussain e poi la Turchia di Erdogan e poi ancora l'Egitto di Al-Sisi, il Pakistan, l'Icita, tutti. E sembra quasi che stia snocciolando l'elenco di quelli che dovranno votarlo per il premio Nobel della pace. Ma al di là di queste illazioni, che pure hanno qualche fondamento, abbiamo il dovere di prendere per buono, al di là della ridondante retorica e della ridicola enfasi con la quale racconta questo accordo, la piattaforma indicata da Trump. Ci sono almeno 20 punti riassunti nella proposta di pace americana, alcuni dei quali oggettivamente molto interessanti e diciamolo pure molto importanti. Una pace immediata, laddove Hamas rilasci immediatamente tutti gli ostaggi entro le prossime 72 ore. E poi ancora la totale demilitarizzazione di Gaza. Nessuno sarà costretto ad andarsene via. Chi vorrà potrà restare, chi vorrà potrà uscire liberamente. da quella striscia che finora ha visto scorrere tanto sangue. E poi ancora la distruzione completa di tutta la struttura terroristica di Hamas. ai cui militanti e ai cui attivisti viene garantito, laddove si arrendano ovviamente, una sorta di amnistia. Poi ancora un governo di transizione che affianca quello che dovrebbe amministrare la striscia per un periodo transitorio affidato a personalità palestinesi importanti anche se non se ne fa il nome e a questo si affiancherebbe una sorta di governo tecnico guidato dallo stesso Trump al quale sarebbe affiancato Tony Blair ed altri leader alcuni dei quali par di capire anche europei una sorta di governo di transizione che porta poi a che cosa all'accessione di quei territori ai palestinesi e in particolare all'autorità nazionale palestinese. Cioè quell'organismo nei cui confronti Netanyahu in questi anni ha esercitato ogni forma di delegittimazione, avvalendosi dei tagliagole di Hamas. Questo tanto per dire quanta ipocrisia c'è intorno alla questione medio orientale. Poi l'affidamento ai paesi arabi, l'enco l'abbiamo già fatto, di gestire lo smantellamento della rete terroristica. con un avviso ai naviganti, una sorta di ultimatum, forse quello definitivo. Se Hamas non accettasse questo accordo, allora gli Stati Uniti darebbero pieno sostegno a Israele e al governo di Netanyahu per portare fino in fondo il lavoro fatto fino adesso. Detto altrimenti, completare lo sterminio, portare a termine il genocidio che stiamo vedendo fino adesso. Dal canto suo Netanyahu, che ha detto poche parole in conferenza stampa, è ovviamente grato al presidente Trump perché i 20 punti del piano americano, dice il capo del governo israeliano, soddisfano perfettamente i cinque punti che stanno a cuore in questo momento a Israele. Toccherà a Israele garantire la sicurezza dell'area, Gaza sarà governata da una struttura di civile che non avrà nulla a che vedere con Hamas, ovviamente, ma soprattutto tutti gli ostaggi a casa e Hamas verrà totalmente debellata, non rappresenterà mai più una minaccia per Israele. non hanno accettato domande, né Trump né Netanyahu. A conferma di che cosa? Beh, probabilmente del fatto che questo accordo è solo un semilavorato, come dicono gli esperti di geopolitica, al quale ora, di qui ai prossimi giorni, alle prossime settimane, andranno aggiunti contenuti molto più concreti e molto più tangibili. Per adesso è soltanto un'ipotesi di un accordo possibile. al quale mancano due condizioni, una più fondamentale dell'altra. La prima riguarda Israele. Netanyahu sembra essere favorevole e questo è comprensibile. Ma cosa ne pensano i falchi dell'ultradestra israeliana? Cosa pensano di questa ipotesi di pace perpetua di vari Smotric e Ben-Gvir che in questi anni e anche in queste ultime ore hanno rilanciato e sostenuto con forza la necessità di liquidare completamente la striscia e di annetterla insieme alla Cisgiordania. Cosa ne pensano di un'ipotesi che riaffida invece Gaza all'autorità nazionale palestinese, sia pure dopo un periodo di transizione? Cosa ne pensano dopo aver portato il numero di coloni nel giro di appena 5 anni da 30.000 a 500.000 in Cisgiordania? Dovrebbero ritirarsi anche da lì gli israeliani? È evidente che questo accordo, laddove avesse gambe per camminare, potrebbe mettere a rischio la tenuta del governo Netanyahu, il quale – e qui c'è un non detto di questo accordo – avrà sicuramente negoziato con Trump una forma di lascia passare per lui, una sorta di clausola di salvaguardia. Sappiamo che Netanyahu è braccato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Sappiamo altrettanto bene che Netanyahu è anche perseguito dalla giustizia israeliana per tutti gli impicci e i pasticci che ha combinato in questi ultimi anni. E dunque per dare via libera un accordo del genere che pone fine a una guerra che era al momento l'unica garanzia di sopravvivenza politica dello stesso Bibi, beh, qualche cosa dovrà aver portato a casa. E se la destra ultraradicale israeliana fa mancare il suo sostegno al governo cosa succede? Secondo Yossi Beilin, già uomo di fiducia di Zach Rabin negli anni migliori di Israele, questa ipotesi non si può escludere, ma allo stesso modo potrebbe anche succedere che per salvare il governo e dunque salvare questa ipotesi di pace, al posto delle destre estreme di Smotrych e Bengvir, potrebbero subentrarne il governo le sinistre e il centro, cambiando radicalmente la natura del governo Netanyahu. È un'ipotesi. ma va presa in considerazione, perché se venisse a mancare probabilmente l'accordo salterebbe. L'altra incognita, ancora più grande e importante di questo, riguarda invece Hamas. Dobbiamo ricordarlo, i tagliagole di Hamas non possono rappresentare una forma di interlocuzione. per il futuro di Gaza e per il futuro del popolo palestinese, per quello che hanno fatto il 7 ottobre, per il fatto che prevedono nel loro statuto la distruzione dello Stato di Israele e soprattutto per il modo in cui hanno gestito gli ostaggi in questi quasi 800 giorni di conflitto. La disumanità di questi tagliagole fa sì che non meritino nulla. E tuttavia il nemico di Israele, in questo momento, e anche il nemico dell'Occidente, sono loro. E dunque è loro che devono dare via libera a questa piattaforma, a questa ipotesi di pace. Lo faranno? Quali contropartite porta a casa, a massa, messo e non concesso che ne debba portare? Ma qualcosa, se si vuole ottenere un via libera che sia diverso da una resa incondizionata, dovranno pure provare a ottenere nei confronti del loro popolo. Qui in questi 20 punti americani, al di là dell'amnistia per chi si arrende, non c'è niente. E in più si pone un altro grave pericolo, anzi un doppio pericolo. Il primo riguarda questo governo di transizione guidato da figure come lo stesso presidente americano Trump al quale sarebbe affiancata persino una personalità come Tony Blair, sappiamo, considerata una sorta di criptonite per tutto il mondo arabo-sciita. E già questo ha spinto un portavoce di Hamas a dire che quel governo di transizione per L'organizzazione non è accettabile. Ma al di là di questo, l'altro aspetto ancora più inquietante è rappresentato proprio dal concorso di tutti i paesi arabi alla gestione del dopo Hamas. Toccherà a loro occuparsi di Hamas, ha detto Trump, cioè saranno loro a dover contribuire allo smantellamento della rete terroristica e poi alla strategia necessaria per debellare per sempre dal terreno quei tagliagole. Lo accetteranno quelli di Hamas tenendo conto di un fatto. Il pogrom orribile del 7 ottobre, oltre che come forma di persecuzione nei confronti di ebrei civili innocenti, nasce anche come risposta a quegli accordi di Abramo che ancora una volta l'America, in quel caso quella di Biden, aveva attivato insieme alle petromonarchie del Golfo, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti, insieme a Israele, un accordo che contemplava la riorganizzazione dell'area in virtù esclusivamente degli interessi economici, degli affari. Cioè, di fatto, Israele si metteva d'accordo con l'Islam sunnita per riportare ordine in quella regione. bypassando totalmente l'islam sciita rappresentato non solo da Hamas ma anche da Hezbollah in Libano e dalla formazione dei guardiani della rivoluzione in Iran. È stato per stroncare quegli accordi di Abramo che Hamas ha compiuto quella terribile carneficina del 7 ottobre. E allora, nel momento in cui quegli accordi di Abramo vengono moltiplicati per mille, allargando ancora di più il perimetro dei paesi arabi che devono partecipare alla riorganizzazione della regione, Hamas cosa potrà fare, se non ripetere ancora una volta azioni terroristiche simili a quelle del 7 ottobre. È un'ipotesi ma va presa in considerazione tenendo conto soprattutto di un fatto che ci deve quindi indurre tutti alla cautela. Intanto perché Trump ci ha abituato agli annunci ai quali poi seguono pronte smentite e poi perché i problemi ormai plurisecolari di quel lembo di terra, difficilmente si risolvono con la bacchetta magica. Ebbene, dopo il 7 ottobre, a dare questa spiegazione del terribile massacro compiuto da Hamas, e cioè una risposta contro gli accordi di Abramo tra Israele e l'Islam Sunnita, fu uno dei più grandi scrittori israeliani, forse il più grande, quello che negli ultimi settimane ha avuto il coraggio di dire che nella striscia si è consumato un genocidio. Parlo di David Grossman che definì gli accordi di Abramo la pace dei ricchi. Ora lo schema si ripete e questa sarebbe una pace degli ultra ricchi. Per questo l'unica cosa che dobbiamo temere è un'altra reazione disperata ma ancora più efferata dei terroristi di Hamas. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Host: Massimo Giannini
Date: September 30, 2025
In this episode, Massimo Giannini offers an incisive analysis of the proposed peace plan for the Middle East brokered by Donald Trump and Benjamin “Bibi” Netanyahu. He reflects on decades of failed peace attempts, the complexity of the Israeli-Palestinian conflict, and the critical role of Hamas in the fragile truce. Giannini scrutinizes the rhetoric and actual substance behind the so-called “eternal peace,” exploring the geopolitical, political, and moral implications of the current proposal.
Trump and Netanyahu announce a sweeping peace initiative with “20 key points” aiming to resolve the Gaza conflict.
Main Proposals in the Plan:
On the Israeli Side:
On the Palestinian Side:
Arab Countries’ Involvement: Doubt is cast on whether Arab nations will accept a leading operational role, particularly with Western figures like Tony Blair involved, whom many in the Arab world distrust.
Hamas’s Likely Reactions: The probability of new waves of terror if the plan is perceived as an expanded version of the Abraham Accords, which Hamas viscerally opposes.
Historical Parallels: Giannini cites David Grossman’s verdict on the Abraham Accords as “la pace dei ricchi” (peace of the wealthy), warning this attempt is “la pace degli ultra ricchi.” (30:35)
On the meaning of ‘eternal peace’:
Trump’s motivation:
On the complexity of peace:
On Israeli politics:
On the threat of further violence:
Massimo Giannini dissects the latest bid for Middle East peace brokered by Donald Trump and Bibi Netanyahu, scrutinizing the substance behind the spectacle. He questions the viability of any deal that does not fully account for Israel’s far right and the entrenched motivations of Hamas, all while reminding listeners of the deep, unresolved wounds and interests that make “eternal peace” a daunting, possibly illusory, goal. The episode ultimately urges skepticism, historical perspective, and a wary eye toward the prospect of escalation in the region.