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È inutile illudersi, va così da quando esiste l'uomo, da Parigi a Vienna, da Vestfalia a Cateau-Cambrésy, da Aquisgrana fino ad arrivare a Yalta. Ogni volta che c'è da mettere in piedi un trattato di pace, alla fine a muovere le cose, Sono sempre i potenti, gli autocrati, talvolta i dittatori. Si ricombattono, ma al tempo stesso, a volte, si annusano, si osservano, si studiano, alla fine si piacciono. E sono loro che determinano i destini del mondo. Molto spesso lo fanno per volontà di potenza, ma altrettanto spesso lo fanno per convenienze economiche, per soldi, per affari. È esattamente quello che sta succedendo nel terzo millennio intitolato a Donald Trump, il nuovo predatore che fa le paci secondo quel che conviene agli Stati Uniti d'America. Vale in Medio Oriente, vale anche in Ucraina. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. E ci risiamo ancora una volta. Quella che avete appena sentito parlare è la ministra degli esteri dell'Unione Europea, Kaya Callas, alta rappresentante dell'UE per le politiche estere della difesa, che dice senza mezzi termini il suo no chiaro e forte a un'ipotesi di accordo di pace che Donald Trump ha appena stilato e trasmesso sia a Zelensky sia a Putin. Un piano in 28 punti. al quale l'Europa oppone la sua netta contrarietà, sulla base di un principio sacrosanto. Non può esserci pace in Ucraina, visto che l'Ucraina è alle porte dell'Europa, anzi attraversa, taglia trasversalmente l'Europa, senza che a quel tavolo si sieda l'Europa stessa e insieme all'Europa lo Stato aggredito, e cioè l'Ucraina di Volodymyr Zelensky. Ma tanto è tutto inutile. Trump non ci sente e fa quello che sa fare, cioè mettersi d'accordo con chi vuole lui e con chi è uguale a lui. Nel caso specifico Vladimir Putin avevamo creduto per settimane persino per mesi, se ci riportiamo indietro al vertice di ferragosto che si è tenuto tra il presidente americano e il presidente russo ad Anchorage, in Alaska, nel quale appunto The Donald ha srotolato il tappeto rosso per l'amico Vladimir. riportandolo agli onori del mondo facendolo sedere al suo tavolo come se fosse uno dei grandi e non il dittatore sanguinario che ha compiuto crimini internazionali e violato il diritto internazionale invadendo uno stato sovrano come l'Ucraina. Avevamo creduto, dopo quell'iniziale entente cordiale tra i due e il successivo graduale raffreddamento dei loro rapporti, che alla fine l'America trampiana avrebbe compreso che non si poteva dare partita vinta a Putin e che sarebbe stato necessario non abbandonare la resistenza di Kiev. Invece non è stato così, perché gradualmente, anche qui, rispondendo al suo istinto, alla sua natura, che è quella di un predatore, il presidente americano, lo sceriffo di Washington, si è gradualmente allontanato da Zelensky. fino al punto da interrompere gli aiuti diretti degli Stati Uniti all'esercito ucraino e ad accettare soltanto che fosse l'Europa a fare il lavoro sporco, comprando armi dagli Stati Uniti e poi trasferendole a Zelensky per resistere all'offensiva della Russia che nel frattempo si faceva sempre più tambureggiante. E adesso siamo di nuovo al punto di svolta e il punto di svolta è che Trump propone alle parti in causa, ai due belligeranti, non un accordo di pace e neanche una tregua, ma semplicemente una resa. Come aveva già fatto all'indomani del primo drammatico incontro con Zelensky quando andò per la prima volta alla Casa Bianca e fu trattato come uno scolaretto disobbediente, offeso e vilipeso di fronte al mondo intero da parte del tycoon americano. Poi ci aveva fatto pace, si erano rimessi d'accordo, lo stesso Zemensky aveva compreso che con Trump non si può rompere, ma bisogna accettarne le intemperanze verbali, culturali, intellettuali, temperamentali. Non è servito a niente, perché oggi Trump risfodera l'unico format che conosce, e cioè quello di umiliare il più debole e premiare il più forte. Sì perché l'accordo di pace, o presunto tale, in 28 punti questa volta, così come era successo per il fronte medio orientale, cioè l'accordo o la tregua o il cessato del fuoco tra Palestina e Israele non contempla una mutua convenienza tra le due parti in causa. Al contrario, determina di fatto una vera e propria capitolazione da parte di Zelensky. 28 punti, infatti, intorno ai quali ruota questo ipotetico accordo, che fotografano la situazione per quella che è, che naturalmente è svantaggiosa per l'Ucraina. Le regioni contese vengono regolate sulla base dello status quo, per l'appunto. Cioè, secondo questa piattaforma stesa dagli esperti americani o sedicenti tali, Putin si prende l'intero Donbass. e cioè acquisisce il controllo pieno delle regioni di Lugansk e Donetsk e attraverso quelle di fatto si apre un'autostrada verso Kiev. Non solo, insieme a questo l'altro elemento che squilibra radicalmente i rapporti di forza tra Russia e Ucraina è quello che riguarda l'esercito ucraino. che verrebbe, secondo questa piattaforma sulla quale si deve trattare, il dimezzamento degli organici. E come farebbe l'Ucraina poi a presidiare le migliaia e migliaia di chilometri dei suoi confini con un esercito ridotto all'osso rimane un gigantesco mistero. Ma in realtà non c'è mistero in questa sorta di capitolazione ucraina. C'è soltanto la resa di Zelensky e la vittoria di Putin, che vince a valle di una durissima controoffensiva che non si ferma neanche in queste ore. nelle quali lo stesso uomo del Tremlino ribadisce «la Russia deve raggiungere tutti gli obiettivi, abbiamo i nostri compiti e il principale è quello di coronare l'operazione militare speciale». Gli obiettivi che ci sono stati posti dalla nostra patria, dal popolo russo, un popolo russo che conta su di noi e si aspetta i risultati di cui il paese ha bisogno. parole testuali del nuovo czar di tutte le Russie, alle quali purtroppo lo sceriffo di Washington tiene bordone e dà ragione alla fine. Ed è per questo che giustamente l'Europa insorge. Ed è per questo che, come avete sentito, l'alta rappresentante dell'Unione, Kayakallas, oppone con forza il diniego europeo e dice «Noi sosteniamo una pace che sia giusta e duratura» e questo l'Europa oggettivamente l'ha sempre detto, ma a ogni piano per funzionare serve che l'Europa e l'Ucraina stiano a bordo, questo principio è sacrosanto. Poi aggiunge che non sentiamo concessioni da parte della Russia, come ad esempio una tregua incondizionata, dato che le bombe cadono ancora sui civili. E anche questo è un dato oggettivo. Come si fa a negoziare una tregua mentre i criminali russi continuano a fare strage di civili nelle città ucraine? Ma questo è, prendere o lasciare, Trump non conosce mezze misure, non conosce piani di, se non i suoi, che non per caso passano attraverso l'accordo ancora una volta di tipo economico tra il suo negoziatore, quello Steve Whitkoff, che come sappiamo è palazzinaro tanto quanto The Donald e ha fatto buona parte di business intorno alla cessata del fuoco e poi alla fase 2 della pace in Medio Oriente, insieme con il rappresentante russo Kirill Dmitriev, che non per caso è responsabile dell'industria petrolifera russa. Dunque anche lì ci sono business da fare e l'accordo passa necessariamente tra chi è in grado di staccare assegni. Questa è l'unica cosa che conta. L'Europa può opporsi, deve opporsi e in questo caso, al contrario di quel che è successo sul Medio Oriente, ha anche titolo per farlo. Perché finora, parliamoci chiaro, è vero l'America ha fornito il grosso degli aiuti militari, ma anche l'Europa ha fatto la sua parte e non ha fatto mai mancare, fino adesso, con tutti i mal di pancia che conosciamo, anche e soprattutto quelli italiani, il suo supporto alla resistenza di Kiev. e quindi avrebbe tutto il diritto di reclamare un posto al tavolo del negoziato. Ma purtroppo, al di là di questi aiuti, al di là della coalizione dei volenterosi, nessuno sa ancora, come diceva Kissinger un tempo, quale sia il numero di telefono dell'Unione Europea. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Host: Massimo Giannini
Date: November 21, 2025
In this episode, Massimo Giannini analyzes the latest attempt at a "peace plan" for Ukraine proposed by Donald Trump. Giannini exposes the dynamics behind this plan, its implications for Europe and Ukraine, and how it reflects broader historical patterns of power politics. The episode provides a critical perspective on how Trump's realpolitik rewards Putin, sidelines the EU, and essentially demands the capitulation of Ukraine, questioning the morality and effectiveness of such an approach.
[00:02] Giannini opens with a sweeping review of history, from Parigi to Yalta, asserting that major peace deals are always determined by "i potenti, gli autocrati, talvolta i dittatori."
Power and economic convenience, rather than justice or the voice of the weak, drive these agreements.
"Ogni volta che c'è da mettere in piedi un trattato di pace... Sono sempre i potenti, gli autocrati, talvolta i dittatori."
— Massimo Giannini [00:05]
Trump presents a 28-point peace plan for Ukraine, sending it directly to Zelensky and Putin, bypassing the EU.
Estonia’s Kaya Kallas (as EU High Representative) voices a strong “no,” underlining that Europe cannot accept a peace without being part of the negotiations.
"Non può esserci pace in Ucraina... senza che a quel tavolo si sieda l'Europa stessa e insieme all'Europa lo Stato aggredito, e cioè l'Ucraina di Volodymyr Zelensky."
— Massimo Giannini [01:05]
Initially, there was hope after the Anchorage summit between Trump and Putin that America would resist conceding too much to Russia.
Over time, however, the US under Trump distances itself from supporting Ukraine directly, leaving Europe to "do the dirty work" and filter support through arms purchases.
"Il presidente americano... si è gradualmente allontanato da Zelensky fino al punto da interrompere gli aiuti diretti degli Stati Uniti all'esercito ucraino."
— Massimo Giannini [02:44]
The plan, according to Giannini, is not a genuine peace deal but a demand for Ukrainian surrender.
The agreement cements the status quo, granting full control of Donbass to Russia and diminishing the Ukrainian military to the point of helplessness.
"Il dimezzamento degli organici... come farebbe l'Ucraina poi a presidiare... i suoi confini con un esercito ridotto all'osso rimane un gigantesco mistero."
— Massimo Giannini [04:12]
Giannini underscores how this plan "umilia il più debole e premia il più forte."
Putin’s explicit goal remains to "coronate l'operazione militare speciale," refusing concessions or true ceasefires, making negotiations futile as bombs still rain on civilians.
The EU, through Kallas, insists only a "just and lasting peace" is acceptable and condemns ongoing Russian attacks as incompatible with real negotiations.
"Non sentiamo concessioni da parte della Russia, come ad esempio una tregua incondizionata, dato che le bombe cadono ancora sui civili."
— Massimo Giannini, paraphrasing Kallas [06:15]
Trump’s negotiator, Steve Witkoff, and Putin’s, Kirill Dmitriev, are both businessmen with direct interests—real estate and oil, respectively. Business interests frame the contours of peace, showing the primacy of financial over moral considerations.
"L'accordo passa necessariamente tra chi è in grado di staccare assegni. Questa è l'unica cosa che conta."
— Massimo Giannini [07:23]
Despite significant support for Ukraine (military aid, coalition of “volenterosi”), the EU remains marginal—lacking clear leadership or a "number to call," echoing Kissinger’s old quip.
Giannini calls for Europe’s right and need to be at the negotiating table, especially given its continuing contributions to Ukraine's resistance.
"Nessuno sa ancora, come diceva Kissinger un tempo, quale sia il numero di telefono dell'Unione Europea."
— Massimo Giannini [08:10]
On Power and Peace:
"Si ricombattono, ma al tempo stesso, a volte, si annusano, si osservano, si studiano, alla fine si piacciono. E sono loro che determinano i destini del mondo." [00:10]
On the Nature of Trump’s Diplomacy:
"Trump propone alle parti in causa... non un accordo di pace e neanche una tregua, ma semplicemente una resa." [03:49]
On Zelensky’s Predicament:
"Zelensky aveva compreso che con Trump non si può rompere, ma bisogna accettarne le intemperanze verbali, culturali, intellettuali, temperamentali." [04:02]
On Europe’s Place:
"L'Europa può opporsi, deve opporsi e in questo caso, al contrario di quel che è successo sul Medio Oriente, ha anche titolo per farlo." [07:40]
Giannini remains caustic, incisive, and at times deeply sarcastic, especially when lamenting the repetitiveness of history and the cynical interplay of power and money. The episode is laced with rhetorical flourishes and indignation at Europe’s marginalization and the reduction of peacemaking to transactional business.
This episode of "Circo Massimo" offers a sharp, critical take on Trump’s Ukraine plan as a facade for surrender, a maneuver that reshuffles power balances to favor Putin, and sidelines both Ukraine and Europe. Giannini calls out the transactional nature of global politics while highlighting Europe’s continued struggle to assert itself, leaving listeners with a sense of frustration about the triumph of might and money over justice and sovereignty.