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Ieri, 25 novembre, non era una data qualsiasi. Come ricorda giustamente Federica Angeli su Repubblica, il 25 novembre porta con sé una storia di sangue, coraggio e memoria. Era il 1981 quando a Bogotà si tenne il primo incontro femminista latinoamericano. E fu lì che si decise di dedicare un giorno alla lotta contro la violenza di genere, scegliendo proprio il 25 novembre per ricordare un brutale assassino, quello delle sorelle Mirabal, nella Repubblica Dominicana. Le tre attiviste, Patria, Minerva e Maria Teresa, vennero uccise nel 1960 dal regime di Rafael Trujillo per il loro impegno politico. Da allora, las mariposas sono diventate un simbolo di resistenza e di libertà. Per questo i simboli Contana e per questo proprio ieri sarebbe stato importante che anche la politica italiana lanciasse un messaggio forte di unità e di condivisione rispetto a una battaglia nella quale non possono esistere destra e sinistra ma solo la civiltà e invece purtroppo non è stato così. Circo Massimo lo spettacolo della politica di.
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Massimo Giannini Insieme siamo partite! Insieme torneremo! Non una!
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Non una!
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Non una insieme! Siamo il grido altissimo!
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Quelli che avete appena ascoltato sono gli slogan di un corteo, quello di Milano, delle donne che hanno sfilato per le vie delle più importanti città italiane nel giorno in cui si celebra la battaglia contro la violenza sulle donne, per l'appunto. E mentre tutto questo accadeva, e mentre le città italiane si coloravano di donne che sfilavano per rivendicare il loro diritto di esistere e di esistere in condizioni di libertà e di parità coi uomini, In Parlamento, invece, si celebrava uno strappo. Uno strappo ad una delle poche leggi bipartisan che in questa legislatura sembravano ormai addirittura d'arrivo. Si erano spese in prima persona la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la leader del Partito Democratico, Ellis Line, per far passare questo benedetto disegno di legge sulla violenza sessuale, quello che contiene la norma sul consenso delle donne. È una norma fondamentale, quella che riscrive l'articolo 609 bis del codice penale sul reato di stupro, in linea con le disposizioni della Convenzione di Istanbul. Una riscrittura che prevede finalmente e sancisce finalmente il consenso libero e attuale che ogni donna deve poter esprimere, prima, durante e dopo un rapporto sessuale. Se manca quel consenso libero e attuale, è sempre reato di stupro. non si scappa. Era un traguardo importante, un traguardo fondamentale, che sarebbe stato possibile raggiungere proprio ieri, al Senato, dopo che a Montecitorio era stato dato un via libera unanime. E invece, a sorpresa e in maniera del tutto incomprensibile, non è stato così. A Palazzo Madama, su iniziativa della Lega, poi tuttavia supportata anche da Fratelli d'Italia e da Forza Italia, la maggioranza ha chiesto un rinvio, ha chiesto una pausa di riflessione su quel testo e non se ne comprende in alcun modo il motivo. Ha provato a spiegarlo, balbettando qualcosa la Presidente della Commissione parlamentare, Giulia Leghista. «Sia chiaro personalmente, ma parlo anche per l'intera Commissione», ha detto, «si vuole andare avanti con questo disegno di legge, non l'affossiamo. Faremo solo piccoli miglioramenti, faremo un ciclo di audizioni che sia mirato e breve, su alcuni aspetti tecnici segnalati, e poi si proseguirà». Nessuno sa di che cosa si stia parlando. Nessuno sa quali siano questi aspetti tecnici da correggere e da migliorare. Sta di fatto che il disegno di legge si è fermato. È intervenuto la segretaria del Partito Democratico, Elisle Heine, che ha chiamato Giorgia Meloni proprio per chiederle di rispettare gli accordi che avevano preso alla Camera. senza però rivelare che risposta le ha dato la Premier. L'allusione che Schlein fa e a possibili frizioni all'interno della coalizione tra la Lega, dopo il risultato del Veneto che ha visto trionfare il carroccio a trazione Zaia e non a trazione Salbini, Forza Italia e Fratelli d'Italia. Può darsi che sia così, non lo sappiamo. Quel che sappiamo per certo è che su questo argomento la linea tenuta finora dalle destre è a dir poco ambigua, quando non addirittura inaccettabile. Sappiamo bene che cosa pensa, per esempio, un ministro come Carlo Nordio che ha ripetuto più volte, persino in aula, in Parlamento, che quando una donna è inseguita da uno stalker o da uno stupratore si deve rifugiare in farmacia o in chiesa. E poi ha aggiunto, pochi giorni fa, che c'è poco da fare. E' nel codice genetico dell'uomo quello di sentirsi superiore alla donna, sottintendendo così che qualunque tentativo di correggere questa stortura è inutile. E sappiamo come la pensa una ministra come Eugenia Roccella, che ancora pochi giorni fa ha ribadito che è inutile inserire tra le materie di studio delle scuole l'educazione sessuale affettiva. perché non c'è nessuna relazione tra la violenza sulle donne e i paesi nei quali invece quella materia scolastica è prevista. Fa l'esempio per esempio della Svezia, un esempio campato per aria, perché naturalmente non si tiene mai conto che quello che viene definito giustamente il paradosso nordico, e cioè l'esistenza di maggiori reati di violenza contro le donne proprio in quei paesi nei quali la legge è più protettiva dal punto di vista dell'uguaglianza di genere, ecco, non si tiene conto che in quei paesi l'impressione che ci siano maggiori reati nei confronti delle donne perché c'è maggiore emancipazione da parte delle donne, che sono più propense a denunciare, molto più di quanto non avvenga in paesi arretrati, possiamo dirlo, come il nostro, tanto più adesso che governa una destra reazionaria. che dunque non se l'è sentita di dare via libera al Senato a questa legge. Perché la verità è che l'unica cosa che sanno fare è reprimere. E infatti, mentre al Senato il disegno di legge sul consenso nell'ipotesi del reato di stupro si fermava, Alla Camera invece passava serenamente la legge che configura il femminicidio come reato autonomo. Il che va benissimo e ci mancherebbe altro. Ma di nuovo siamo nella logica della repressione e non della prevenzione. Siamo nella logica del penale e non della cultura. Siamo nella logica della durezza e non della consapevolezza, di cui invece c'è un estremo, drammatico bisogno come ogni giorno e ancora ieri. Ci ricorda Gino Cecchettini, il papà di Giulia. E come ha fatto e fa ogni giorno anche il nostro Presidente della Repubblica. Ieri, in una dichiarazione fortissima, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ci ha ricordato che quanto finora è stato fatto non è sufficiente a salvaguardare le donne, anche giovanissime, che continuano a vedere i loro diritti violati. È un'emergenza che continua. Si tratta di madri, sorelle, figlie, persone con sogni e progetti che vedono violato il diritto di poter vivere una vita libera e dignitosa. Donne che lottano per la propria indipendenza, per poter scegliere il proprio destino. Nessuna scusa. Questo è lo slogan che il Presidente della Repubblica rilancia ancora una volta. Nessuna scusa per non soltanto le violenze nei confronti delle donne, ma anche per tutto ciò che impedisce quelle violenze. E dunque nessuna scusa anche per chi in Parlamento non fa tutto quel che deve perché questa vergogna prima o poi finisca. E Sergio Mattarella è un cattolico apostolico romano. tanto quanto quelli che in questo momento, all'interno del governo Meloni, stanno rallentando i lavori parlamentari intorno a un disegno di legge fondamentale. Qual è quello che sancisce appunto che, ai fini della violenza sessuale, la mancanza di un consenso libero e attuale è un principio irrinunciabile di civiltà. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Episode Title: Le destre che litigano sul corpo delle donne
Date: November 26, 2025
Host: Massimo Giannini (OnePodcast)
This episode of "Circo Massimo – Lo spettacolo della politica" focuses on the bitter political divisions in Italy’s right-wing coalition concerning women’s rights and violence against women. Airing just after the International Day for the Elimination of Violence Against Women (November 25), Massimo Giannini analyzes not only the historical roots and symbolism of this date, but also Italy’s legislative paralysis on sexual violence law reform. The episode contrasts public demonstrations of solidarity with political maneuvering and highlights the lack of bipartisan unity on issues that transcend left-right divides.
[00:02] Giannini explains that November 25 is not a random date—it commemorates the Mirabal sisters, murdered in 1960 for their activism under Trujillo’s regime. The day stands as a symbol of both sacrifice and the fight for women’s rights.
He laments the lost opportunity for Italian politics to convey a unified message on such a crucial occasion.
On the historical importance of November 25:
“Da allora, las mariposas sono diventate un simbolo di resistenza e di libertà.” — Massimo Giannini [00:25]
On the refusal to find unity on violence against women:
“Proprio ieri sarebbe stato importante che anche la politica italiana lanciasse un messaggio forte di unità e di condivisione rispetto a una battaglia nella quale non possono esistere destra e sinistra ma solo la civiltà e invece purtroppo non è stato così.” — Giannini [00:49]
On the Senate’s abrupt delay of the law:
“Nessuno sa quali siano questi aspetti tecnici da correggere e da migliorare. Sta di fatto che il disegno di legge si è fermato.” — Giannini [05:22]
On President Mattarella’s message:
“Nessuna scusa per non soltanto le violenze nei confronti delle donne, ma anche per tutto ciò che impedisce quelle violenze.” — Giannini quoting Mattarella [12:10]
The episode is delivered in Massimo Giannini’s incisive, passionate style, balancing historical reflection with sharp political critique. He brings urgency and moral clarity to the topic, underscoring both the symbolic and practical stakes involved.
This episode draws a vivid contrast between Italy’s vibrant civil society call for an end to violence against women and the political right’s divisions and inertia on crucial legislative action. Giannini’s sharp analysis exposes the government’s internal contradictions and the lasting need for cultural as well as legal change, making clear that women’s rights must transcend party lines and political gamesmanship.