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La storia maestra di vita? Ma chi l'ha detto? La storia non insegna proprio niente. Il 16 ottobre 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, accadde un fatto clamoroso. Due velocisti statunitensi, Neri, Tommy Smith e John Carlos, salirono sul podio dei 200 metri piani. Uno aveva vinto l'oro, l'altro il bronzo. Tutte e due alzarono un pugno guantato di nero verso il cielo e abbassarono il capo mentre suonava l'inno americano. Lo fecero per protestare contro il razzismo e la discriminazione nel loro paese e non solo nel loro paese. gesto straordinario di una forza immensa che indusse il secondo arrivato un velocista canadese per segno di solidarietà a mostrare una stelletta sullo stesso podio. Le conseguenze furono durissime. Il Comitato Olimpico, guidato da Avery Brondage, impose l'espulsione di Smith e Carlos dal villaggio olimpico e la sospensione della squadra statunitense. Oggi sono passati più di 50 anni da allora e il Comitato Olimpico ci ricasca di nuovo per un fatto, se vogliamo, ancora più grave, la guerra tra la Russia e l'Ucraina. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. Era da giorni che ci provava Vladislav Eraskevic, l'atleta ucraino, campione di skeleton, che aveva già cominciato a cortina i suoi allenamenti portando un casco particolare, un casco grigio sul quale erano riprodotte in effigie i visi, le facce di 24 suoi amici, colleghi, Atleti ucraini uccisi in questa sporca guerra che la Russia di Putin ha dichiarato contro la povera Ucraina quattro anni fa ormai. Vladislav ha provato in tutti i modi a sostenere questa sua battaglia. Con questo casco io voglio gareggiare. Farò di tutto per riuscirci. E il Comitato Olimpico fin dall'inizio gli aveva spiegato che non sarebbe stato possibile. Perché esiste una regola nel CIO che disciplina l'attività delle Olimpiadi. La Regola 50, quella cioè che impedisce qualsiasi propaganda politica, religiosa e razziale. Ma Vladislav non ci aveva creduto. Aveva dalla sua tutto il suo paese a partire dal primo ministro, Volodymyr Zelensky, che lo incitava a insistere, a continuare. Presentati in gara con quel casco, perché quel casco per noi significa tanto. Significa tutto. Bene, è arrivato il giorno della gara e Vladislav è arrivato. con il suo casco grigio, come aveva promesso. Si è presentato in gara con quel casco, lo ha fatto in nome di quegli atleti, suoi connazionali, massacrati da un esercito criminale, quello dell'uomo del Cremlino. Ci teneva, voleva che tutto il mondo vedesse il volto di quelle persone, di quei ragazzi e di quelle ragazze, uccisi da una guerra folle e criminale. Ma il regolamento è sovrano. Alla partenza della gara di skeleton si è presentata Kirstie Coventry, la presidente del comitato olimpico, per convincerlo, Vladislav, a usare un altro casco. Dai, lo sai, non si può. C'è la regola 50. Fallo per noi. Mi raccomando. Lui ha rifiutato e non c'è stato verso. Così, alla fine, Kirstie Coventry gli ha detto tu non puoi gareggiare. Gliel'ha detto piangendo. Ci mancherebbe altro. Ma Vladislav non si era assegnato. Certo non ha gareggiato, ma lo ha fatto con una dignità ed una forza che a noi sembrano sconosciute. Ha detto che nella vita ci sono cose più importanti di una gara sportiva e questo casco è il prezzo della nostra dignità. Non si rassegna Vladislav e con lui non si rassegna l'Ucraina, non si rassegna il governo ucraino e in particolare, oltre a Zelensky, i ministri dell'esecutivo che Zelensky guida. Ascoltate quello che dice Matvi Bidni, che è responsabile del Dicastero dello sport ucraino, a sua volta lui sportivo ex campione di bodybuilding. Sentitelo qua a proposito dell'esclusione del loro atleta di skeleton.
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Per tutti i cittadini ucraniani non c'è condizione di buon umore, perché siamo tutti... e qui siamo in una missione, ovviamente, perché abbiamo perso molte vittime e ci troviamo qui. Dunque.
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Dice Bidni, le foto sul casco di Vladislav sono quelle dei suoi compagni uccisi, non morti, uccisi. Ed è importante sottolinearlo perché noi ucraini abbiamo la consapevolezza che siamo qui, alle Olimpiadi, solo grazie a coloro che ci stanno difendendo in prima linea al fronte, al costo della loro vita. Ed è questo il messaggio che Vlad con il suo casco voleva trasmettere. Ora lui per noi è un eroe nazionale, come lo sono quegli atleti scomparsi, caduti sotto i colpi di un esercito di criminali. Quegli atleti ricordano i nostri amici, i nostri fratelli, i nostri cari che sono stati uccisi. Vladislav ha perso quegli amici che ha voluto ricordare con le foto sul casco. per dare loro dignità e rispetto. Niente più di questo. E noi siamo qui grazie a loro. Senza di loro e il loro sacrificio non ci sarebbe stato possibile partecipare a queste Olimpiadi. E questa, dice il ministro Bidney, non è propaganda politica. E non è sulla base di questo principio che si può applicare quella famosa o famigerata Regola 50 del CIO. Questa non è propaganda politica. Questa è realtà. E proviamo ora a dare torto all'Ucraina. Proviamo a dare torto a questo ragazzo, a questo Vladislav. proviamo a dare torto al suo ministro dello sport, proviamo a dare torto al presidente ukraino Zelensky che ci tenevano che questa olimpiade potesse sancire l'evidenza di una guerra criminale contro uno stato sovrano e questa davvero non è propaganda politica questa è la realtà come dice il ministro E questa è una realtà che va avanti da anni, troppi anni, senza che nessuno riesca a fare nulla. Lo sport è il veicolo più importante per fare arrivare a un numero più vasto possibile di persone i messaggi fondamentali che riguardano lo sport, ma non solo lo sport, anche la vita o anche la morte, perché la guerra è ed è stata morte. Ed è bello vedere che altri atleti solidarizzano con Vladislav. Lo hanno fatto i compagni della squadra di Skeleton, che si sono inginocchiati con il casco bianco alzato, tenuto con quel pugno. Lo stesso pugno, in quel caso era nero, che Tommy Smith e John Carlos levarono al cielo in quel lontano 1968. E allora come oggi, la stupidità di certe regole applicate da burocrati ancora più stupidi impedisce che i simbolismi che dovrebbero unire interi popoli possano essere veicolati attraverso i giochi olympici. come succede nel calcio dove altri burocrati impediscono reazioni legittime da parte di calciatori neri che vengono ammoniti o espulsi quando escono dal campo sommersi dai buuu del pubblico e gli arbitri applicando anche lì un regolamento simile alla regola 50 del CIO li sbattono fuori dal campo invece di abbracciarli invece di sospendere le partite La stessa cosa succede alle Olimpiadi. E allora, ancora una volta, cosa ci insegna la storia? Cosa ci insegnano Tommy Smith e John Carlos se nel 68 furono squalificati loro come oggi viene squalificato Vladislav e con lui l'intera Ucraina? Un torto, un danno che si aggiunge al dolore di un popolo sottoposto al tallone di ferro di un tiranno come Putin. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Host: Massimo Giannini
Episode: Le Olimpiadi, il casco vietato e la regola che umilia l’Ucraina
Date: 13 febbraio 2026
L’episodio si concentra sul caso di Vladislav Eraskevic, atleta ucraino di skeleton, escluso dalla gara olimpica per aver voluto gareggiare con un casco commemorativo raffigurante i volti dei suoi amici atleti ucraini uccisi nella guerra contro la Russia. Massimo Giannini intreccia il racconto di questo gesto con una riflessione storica sulle proteste alle Olimpiadi, in particolare quella iconica del 1968 di Tommy Smith e John Carlos. Il filo conduttore è l’analisi della “Regola 50” del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), che vieta manifestazioni politiche, e la sua applicazione rigida, anche su gesti che vanno ben oltre la politica, lasciando spazio a domande cruciali: dove finisce la politica e dove comincia la realtà dei diritti violati e della memoria delle vittime?
“La storia maestra di vita? Ma chi l'ha detto? La storia non insegna proprio niente.”
(Massimo Giannini, 00:32)
Eraskevic, atleta ucraino di skeleton, vuole gareggiare con un casco commemorativo con i volti di 24 amici e colleghi atleti uccisi nella guerra con la Russia (01:30–03:45).
Il CIO glielo vieta citando la Regola 50, che proibisce qualsiasi forma di “propaganda politica, religiosa e razziale” ai Giochi.
Forte il sostegno del governo e del Primo Ministro ucraino Zelensky. Alla gara si presenta comunque con il casco.
Alla partenza interviene Kirstie Coventry, presidente del Comitato Olimpico, per convincerlo a cambiare casco (03:20).
Quando Eraskevic rifiuta, gli viene negata la possibilità di gareggiare. Coventry lo comunica “piangendo”.
Eraskevic accetta con enorme dignità, affermando che ci sono cose più importanti dello sport, come la memoria e la dignità delle vittime (04:00).
Quote:
“Con questo casco io voglio gareggiare. Farò di tutto per riuscirci.”
(Vladislav Eraskevic, riportato da Massimo Giannini, 02:29)
“Questo casco è il prezzo della nostra dignità.”
(Eraskevic, riportato da Giannini, 04:04)
Intervento di Matvi Bidni, ministro dello sport ucraino ed ex campione di bodybuilding (05:29–06:11):
Quote:
“Le foto sul casco di Vladislav sono quelle dei suoi compagni uccisi, non morti, uccisi. (…) Siamo qui alle Olimpiadi solo grazie a coloro che ci stanno difendendo in prima linea.”
(Massimo Giannini, riassumendo le parole di Bidni, 06:11)
"Questa non è propaganda politica. Questa è realtà."
(Bidni, riferito da Giannini, 07:02)
Giannini riflette su come lo sport sia un veicolo di valori che trascendono il regolamento (07:15–08:30):
Quote:
"La stupidità di certe regole applicate da burocrati ancora più stupidi impedisce che i simbolismi che dovrebbero unire interi popoli possano essere veicolati attraverso i giochi olimpici."
(Massimo Giannini, 08:08)
Giannini chiude riportando la domanda: cosa insegna la storia, se oggi, come nel 1968, atleti simbolo di dignità e protesta vengono puniti?
L’accostamento tra l’esclusione di Smith e Carlos ieri e quella di Vladislav e dell’intera Ucraina oggi punta il dito su un “danno che si aggiunge al dolore” già inflitto dalla guerra (09:00).
Quote:
“Cosa ci insegna la storia? Cosa ci insegnano Tommy Smith e John Carlos, se nel '68 furono squalificati loro come oggi viene squalificato Vladislav e con lui l'intera Ucraina?”
(Massimo Giannini, 08:59)
Il tono di Giannini è appassionato, diretto, a tratti amaro e fortemente critico nei confronti delle istituzioni sportive. Il linguaggio oscilla tra la cronaca dei fatti e la riflessione esistenziale e storica, mantenendo sempre un coinvolgimento emotivo che rende la puntata incisiva anche per chi non segue regolarmente le Olimpiadi o la politica sportiva.
In sintesi:
Questa puntata di Circo Massimo trasforma il caso di un atleta escluso in una potente riflessione sul rapporto fra sport, memoria, regole e realtà. Lo fa con riferimenti storici, testimonianze dirette e una posizione chiara: alcune regole, quando non riconoscono l’umanità delle storie che transitano nello sport, non proteggono la neutralità, ma umiliano la dignità.