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Vi ricordo una vecchia battuta che circolava ai tempi della Prima Repubblica, con riferimento soprattutto ad una corrente democristiana, quella dei Dorotei, sempre un po' indecisi a tutto, alla ricerca di una mediazione continua anche quando c'era poco da mediare. La battuta diceva così, quando arrivi davanti a un bivio imboccalo per dire di chi percorso un tratto di strada si trova di fronte a un certo punto ad una possibile deviazione o vai di qua o vai di là e alla fine quel qualcuno non andava né da una parte né dall'altra. Ho pensato a quella vecchia battuta ascoltando Giorgia Meloni nella suo intervento in Parlamento alla vigilia del prossimo Consiglio europeo e nel quale ha dato quella che dovrebbe essere la linea politica e geostrategica dell'Italia di fronte alla guerra lanciata da Trump e Netanyahu contro l'Iran. Ebbene, di fronte al bivio, se scegliere di condannare oppure concordare Con questa sporca guerra, Meloni ha deciso di imboccarlo, non andando da nessuna parte come i vecchi dorotei. Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini.
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è in questo contesto di crisi attuale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l'intervento americano e israeliano contro il regime iraniano. Un intervento a cui lo dico subito, a scanso di ogni equivoco, l'Italia non prende parte e non intende prendere parte. Ribadisco che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra. riguardo all'attuale aumento dei prezzi dei carburanti il messaggio che voglio dare agli italiani ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini delle imprese è consiglio prudenza perché faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili Dunque, ancora una volta,
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Giorgia di lotta e di governo. Avete appena ascoltato un breve abstract dell'intervento che Giorgia Meloni ha fatto in Parlamento, prima al Senato e poi alla Camera, proprio per cercare di spiegare quello che finora non aveva mai spiegato. e cioè qual era il giudizio politico del suo governo e di lei in persona sulla offensiva militare lanciata da America e Israele contro l'Iran e sulla terza guerra del golfo che ormai è esplosa con tutta la virulenza che sappiamo sia in termini di perdita di vite umane sia in termini di danni economici. sul fronte del mercato energetico, lo stiamo vedendo, petrolio, gas, bollette, tutto quello che sappiamo. C'era molta attesa per questo intervento della Sorella d'Italia che nei giorni scorsi si era limitata ad alcune estemporanee sortite televisive, naturalmente nei salotti nei quali si trova più comoda e in quelle circostanze aveva chiarito poco e niente. Dunque tutti ad ascoltare cosa aveva da dire? alle Camere e al popolo italiano, la Presidente del Consiglio. Possiamo dire che l'attesa è stata largamente delusa. Meloni non ha aggiunto niente che già non fosse noto e stranoto, con un approccio che, a volere usare una metafora zoologica, L'ha vista interpretare due parti in commedia, un po' lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia, un po' l'opossum che si finge morto. applicando anche in questo caso una formula ormai standardizzata di tutti i suoi interventi in Parlamento, quello iniziale, testo scritto, molto equilibrato e misurato come si conviene ad una donna di Stato e recitato con grande gravitas. e anche con qualche apertura all'opposizione. Poi segue il dibattito in aula e alla fine della giornata lei conclude con la sua replica e qui Meloni volta faccia e abbiamo l'agitprop che fa il solito comiziaccio e prende a sportellate tutti quanti rinnegando quelle timide aperture che aveva fatto all'inizio della discussione parlamentare. Dunque cosa abbiamo imparato alla fine di questa maratona prima a Palazzo Madama e poi a Montecitorio. Nulla che già non fosse noto. Le notizie sono essenzialmente tre. La prima, sulla quale Meloni insiste, noi siamo contro questa guerra e non vi prenderemo parte. Bene, lo sapevamo già, l'aveva detto nel loro scorso fine settimana in un'intervista televisiva e questo non aggiunge e non toglie nulla a quel che immaginavamo. Ci mancava pure che dicesse noi siamo favorevoli a questa guerra e vi parteciperemo attivamente con i nostri soldati e i nostri caccia. Bene, fin lì non ci siamo arrivati. La seconda notizia è che, in ogni caso, lei conferma la linea di assoluta ambiguità che aveva già tenuto, come ripeto, nelle sue interviste televisive del fine settimana. Non ha ripetuto la formula anodina, e cioè rispetto alla guerra contro l'Iran lanciata da Trump e da Netanyahu, non condivido ma non condanno. No, fin lì non c'è arrivata, sarebbe stato fin troppo. Però dal punto di vista sostanziale non ha aggiunto alcunché. quella ambiguità di fondo e così ancora una volta non sappiamo qual è la linea italiana perché a tutti gli effetti Meloni non condivide da un lato perché facendo un piccolo sforzo in più almeno questa volta in Parlamento, ha dovuto riconoscere che nella generale violazione del diritto internazionale che ormai domina la scena da anni, anche questa ultima guerra contro l'Iran rientra nel novero delle violazioni medesime, senza mai nominare né Trump né Netanyahu, ma tant'è, almeno questo l'ha detto. insieme a questo dunque una parziale timida mancata condivisione quella che manca invece clamorosamente è invece la condanna e quella proprio non c'è ma non c'è perché non può esserci perché sappiamo benissimo che Meloni il suo cordone umbilicale con lo sceriffo di Washington non è in grado di reciderlo quello che invece ha fatto presidente del Consiglio e rispondere a brutto muso a tutte le critiche che proprio su questa materia le sono state rivolte contro da tutte le opposizioni che le rimproverano esattamente questa ambiguità e questa incapacità di pronunciare parole chiare e nette alla stessa stregua di quelle che ha esposto al suo popolo il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. A costoro ai critici Meloni risponde così. Sappiamo che la tentazione di esportare la democrazia è il modello valoriale occidentale basato sulla libertà, basato sul rispetto della dignità umana, con la forza e da molti anni argomento di dibattito. Personalmente ho detto in molte occasioni che non ne sono mai stata una fermida sostenitrice. Poi però avanza dei dubbi e li rivescia, li vomita addosso alle opposizioni. E cioè, dice Meloni, vorrei capire come sia possibile che alcuni sposino l'una e l'altra tesi, e cioè coloro che si professano rigorosamente fautori di una visione eurocentrica del mondo e quindi ritengono giusto rimanere inermi di fronte al massacro di innocenti, e gli altri che, invece, avendo la possibilità di agire, lo fanno. E Loni poi fa degli esempi concreti. Faccio riferimento ad alcuni degli interventi che ho sentito in aula. Si riferisce a esponenti dell'opposizione. E dice una cosa che fa capponare la pelle. Perché, signori, scusate, viva gli americani che liberano l'Europa del nazifascismo, ma no agli americani che liberano dalla dittatura altri popoli in altre parti del mondo? Come dire, visto che condannate un'azione unilaterale da parte di Trump e di Netanyahu contro l'Iran, allora dovreste anche condannare l'intervento degli Stati Uniti d'America quando nel 44-45 ci salvarono dalla dittatura nazifascista. E perché non l'avete fatto? Con il che sembra quasi alludere al fatto che lei ci sia rimasta male, che in quell'occasione l'America intervenne, sconfiggendo quelli dei quali, in qualche modo, lei e il suo partito sono figli e poi nipoti, Ma andiamo avanti, aggiunge Meloni, viva i bombardamenti degli Stati Uniti di Bill Clinton alla Serbia per fermare i massacri di civili in Kosovo e la partecipazione italiana a quei bombardamenti senza passare dal Parlamento, ma no agli interventi militari per fermare i massacri in Iran o in altre parti del mondo? Anche qui, altra menzogna. Intanto, la partecipazione italiana nella missione in Kosovo, con il nostro caccia in quell'occasione, sì anche quelli, rientrò in una operazione che aveva il timbro dell'ONU, delle Nazioni Unite e soprattutto dell'Alleanza Atlantica, della NATO. Aggiungo che in quell'occasione ci fu anche un voto in Parlamento, almeno in Italia. Il 24 di marzo del 1999 scattò la missione militare per impedire che continuasse quella strage insopportabile di cittadini inermi in Kosovo. Ricordiamo quello che accadde a Srebrenica di fronte alla truppa dei caschi blu olandesi che stettero fermi mentre i serbi massacravano 8.000 musulmani. Ebbene, Due giorni dopo il Parlamento italiano quella missione la abbottò e la approvò. Quindi Meloni mente. Ultimo esempio, viva gli attacchi americani sotto Obama in Libia per rimuovere l'impresentabile dittatore Gheddafi, ma no a rimuovere il presentabilissimo dittatore Maduro? Anche qui, altra piccola impostura. Perché sì, è vero, la missione in Libia, lanciata dagli americani, vide partecipare praticamente tutti gli stati europei, ma compresa quell'Italia, governata in quel momento da Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, di cui lei, proprio lei, Giorgia Meloni, era Ministra della Gioventù. e non aprì bocca in quell'occasione. Anzi, andava tutto bene, evidentemente. Quindi ora loro in faccia alle opposizioni, oppure alla maggioranza di allora, che in quella occasione diede via libera questa missione. Insomma, la faccio breve. Come vedete, siamo ancora nel solco della manipolazione del Real. Per difendere una posizione oggettivamente indifendibile E non aggiungerò le altre cose che Meloni ha detto sulla giustizia, mi limiterò a dire la terza ed ultima notizia che ha ribadito nel corso del suo intervento. che riguarda l'Europa afona. Sì, questa è una critica che tutti noi ci sentiamo di condividere. L'Europa divisa in questo momento. Meloni lo sottolinea per dire che l'Italia non è isolata perché, a parte la Spagna, anche gli altri paesi hanno tenuto una linea mediana. E questo è vero. Ma quello che manca all'Europa è esattamente una politica estera comune, come manca una difesa comune, come manca un debito comune. E tutto questo dipende esattamente dalle forze della destra sovranista, di cui lei è capofila, che in obbedienza. alla dottrina trampiana suggeriscono ai paesi e ai popoli europei che la cura della malattia europea è la malattia stessa e cioè bisogna tornare agli stati nazionali, dice Giorno Meloni, ma è esattamente questo che impedisce all'Europa di diventare una federazione e impedisce all'Europa di parlare con una voce sola. completo il ragionamento riferendomi al fatto che Meloni non è in grado di allontanarsi o di marcare una qualunque distanza dall'inquilino della Casa Bianca, di cui non parla mai, che non lo nomina mai neanche nel suo intervento iniziale ieri in Parlamento. e non dice quello che dovrebbe, cioè che questa guerra, lanciata unilateralmente nel golfo contro i tagliagole e i criminali dell'Iran, ha comunque violato l'articolo 2 della Carta ONU e l'articolo 5 dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Meloni denuncia il caos attuale, ma non lo attribuisce in alcun modo all'architetto di quel caos, che è appunto esattamente Trump. L'underdog in questo momento teme però che gli italiani si stiano allontanando sia da lei sia da Donald perché l'amico americano ci sta portando in casa una guerra che mai come in questo caso ci riguarda da vicino e lo abbiamo visto, sia per ciò che stiamo rischiando sui fronti del conflitto, sia su ciò che stiamo pagando in termini di bolletta energetica, col barile lanciato verso i 100 dollari e con la benzina che supera ormai i 2 euro, 2 euro e mezzo al litro e la luce destinata a raggiungere i 150 euro a megavattora. Bene, alla vigilia del referendum sulla giustizia, ormai diventata un'ordalia fondamentale per Giorgia Meloni, la sua grande preoccupazione è che gli italiani capiscano, una volta di più, che questa sporca guerra non è nostra e che comunque la Sorella d'Italia, non marcando le distanze da chi l'ha lanciata, rischia di pagarne il prezzo nelle urne del referendum. Perché gli italiani capiscono che con una guerra in corso La separazione delle carriere tra giudice e PM è l'ultima cosa, l'ultima priorità della quale possono preoccuparsi e quindi potrebbero restarsene a casa, non andare al mare perché non è stagione, ma comunque astenersi e se così fosse La vittoria del no sarebbe molto probabile. Per Meloni questa sarebbe una tragedia. Si ricroverebbe in terra incognita. Nessuno dirisce. Nessuno chiede le dimissioni se Meloni perde il referendum. Ma certo la sconfitta politica sarebbe cocente. E l'è indecisa ancora una volta. Se forzare sulla legge elettorale con tutte le difficoltà del caso oppure se provare l'azzardo del voto anticipato con tutti gli ostacoli del Colle. col timore in ogni caso di accompagnare Trump nella discesa agli inferi delle presidenziali di mid-term, che in America si voteranno a novembre, e di finirci dentro insieme a lui. in una sorta di profetico simus tabunt simul cadent. E allora torno a quella vecchia battuta che circolava a proposito dei dorotei. E dico che tra i vecchi saggi ex-democristiani di una volta circola anche una teoria, molto attuale. Come la DC non morì sotto i colpi di mani pulite, ma per il crollo del muro di Berlino, così Meloni non sarà travolta dal malgoverno, ma finirà sotto le macerie insieme a Trump. E se lo dicono loro, i vecchi democristiani, forse farebbe bene a credervi.
In this episode, Massimo Giannini reflects on Italy’s ambiguous political stance in the face of the latest international crisis: the joint American-Israeli offensive against Iran, described as the outbreak of a third Gulf War. Using biting satire and historical references, he analyzes Prime Minister Giorgia Meloni's much-anticipated parliamentary address, highlighting her attempt to balance international alliances and domestic concerns—while ultimately saying little of substance. Giannini contrasts Italy’s position with broader European inertia and explores how these events may influence upcoming domestic votes.
| Segment | Topic | Notable Quote / Insight | |----------------------|------------------------------------------------------------------------|----------------------------------------------------------------------| | 00:02 | Indecision & Dorotei metaphor | "Quando arrivi davanti a un bivio imboccalo..." | | 01:29 | Meloni’s official stance & energy price promise | "Noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra." | | 02:33 | Analysis, opposition attack, manipulation of history, Europe | "Meloni mente. […] Siamo ancora nel solco della manipolazione del real." | | End | Closing warning, historical analogy | "Meloni non sarà travolta dal malgoverno, ma finirà sotto le macerie insieme a Trump." |
Giannini employs an incisive, ironic tone, often using metaphors, historical parallels, and rhetorical questions to highlight what he perceives as the vacuity and opportunism underlying Meloni’s political communication and Italy’s current predicament. His language is sharp and at times sarcastic, especially when dissecting government narratives or recalling past political figures and decisions.
This episode of “Circo Massimo” offers a critical, context-rich dissection of Italy’s ambiguous foreign policy, focusing on the risks that Meloni’s balancing act between Atlanticist loyalty and domestic anxieties poses both for her government and for Italy’s place in Europe. Through historical analogies and vivid imagery, Giannini warns that failure to take clear stances may ultimately spell political doom—not by administrative failure, but by global forces beyond Italy's control. A must-listen for anyone tracking the intersections of Italian politics, international crisis management, and the legacies of right-wing populism.