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Giulio Andreotti, uno delle vecchie volpi della democrazia cristiana, tra i più navigati politici che l'Italia abbia mai conosciuto, soleva ripetere una battuta nelle fasi più acute delle crisi dei governi della Prima Repubblica. Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Bene, oggi di fronte alla complicata e quasi agonizzante parabola che sta vivendo il governo di Giorgia Meloni torna in mente quella vecchia battuta andreottiana e la si applica proprio alla leader politica che più di chiunque altra con la sua narrazione di questi tre anni e mezzo aveva provato a scansare le vecchie cariatidi del teatrino politico nazionale e invece oggi si ritrova a vivere nella stessa misera condizione nella quale lentamente si inabissavano i vecchi politicanti che abbiamo conosciuto ai primordi della nostra avventura repubblicana. La decisione è complessa. Tirare a campare o tirare le cuoia? Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini. Qualcuno coraggiosamente l'aveva detto, dentro la maggioranza di centrodestra, alla vigilia del voto referendario all'indomani del quale tutto è cambiato. Aveva detto quel qualcuno questo voto sulla giustizia è per noi una minaccia esistenziale. Proprio così aveva detto. Ma evidentemente quell'allarme era stato sottovalutato. Nessuno a destra pensava che l'ordalia referendaria si sarebbe conclusa come si è conclusa e come sappiamo. Un clamoroso trionfo del no, contro il quale l'intero governo è andato violentemente a sbattere. E adesso si sente già parlare per bocca dei leader delle tre destre, addirittura di elezioni anticipate. Oppure, cosa persino peggiore, di fase 2. Sì, è uscito anche questo. Dalla cena convocata dalla sorella d'Italia, a casa sua, al Torrino, a Roma, insieme ai due vicepremier e leader delle altre formazioni politiche che tengono insieme a questo punto con lo scotch una coalizione drammaticamente ammaccata bisogna rilanciare la fase 2 e sappiamo bene anche alla luce delle vecchie esperienze della prima repubblica che quando un governo inizia a parlare di fase 2 vuol dire che sta già la canna del gas Sembra assurdo che questi siano i termini oggi in voga. Sol che si pensi che due settimane fa, prima del voto referendario, ci si interrogava se Meloni fosse stata al governo per cinque anni, dieci anni e poi sicuramente avrebbe traslocato al Quirinale. Adesso non c'è neanche la certezza che possa restare a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura. Cosa che lei sognava, per battere tutti i record ed entrare a sua volta nella storia della Repubblica Italiana. Ad oggi, con 1523 giorni di durata, è il suo il terzo governo più longevo della Repubblica. Ha un'incollatura dal secondo, che è quello di Silvio Berlusconi. Se riuscisse, o a questo punto la possiamo mettere persino al trapassato, se fosse riuscita a coronare il suo sogno, beh, il primo governo che resiste per tutti e cinque anni. sarebbe stata senz'altro una medaglia in petto per lei. Ma non è questa l'aria che tira. A dispetto appunto del menù più o meno abborracciato che la stessa Meloni ha propinato a Tajani e a Salvini nella scenetta nel suo villone verso Roma Sud, beh, non c'è molto da mettere nel piatto degli italiani nell'anno che resta prima della fine della legislatura. Intanto il primo rilancio che le tre destre hanno in testa, anzi ce l'ha in testa soprattutto la Presidente del Consiglio, è la riforma della legge elettorale. Sì, pensate un po'. La cosa più indigesta per gli italiani, già usciti disgustati da una campagna referendaria che il governo e la maggioranza hanno toppato in pieno. Figuriamoci se adesso accetterebbero una discussione che si protrae per qualche mese o anche solo per poche settimane intorno alla riforma del Rosatellum per imporre quello che è stato ribattezzato lo Stabilicum o il Donzellum a seconda dei punti di vista. Sai che ci fanno gli italiani in bolletta con una benzina che gli costa più del doppio di quello che in media costa in altri paesi europei dopo l'insensata criminale guerra di Trump e Netanyahu contro l'Iran? Sai che ci fanno gli italiani con un carrello della spesa ormai fuori controllo e con una prospettiva di crescita che per l'anno in corso e per l'anno venturo, se va bene, sarà dello 0,5%? Siamo seri. Eppure è questo il menù che Meloni vuole propinarci. una riforma della legge elettorale senza la quale, se si andasse a votare adesso con l'attuale sistema elettorale, vincerebbe di poco il centrosinistra, di poco, ma vincerebbe. Per questo Meloni punta sul cambiamento ennesimo delle regole con le quali si vota. E sappiamo il progetto previsto, appunto cosiddetto Stabilicum o Donzellum, prevederebbe l'attribuzione di un super premio di maggioranza del 55% dei seggi per il partito o la coalizione che raggiunge almeno il 40% dei consensi e poi soprattutto l'abolizione dei collegi uninominali. Ove mai passasse questa riforma della legge elettorale, il centrodestra potrebbe forse ambire, sulla base dei sondaggi attuali, a rivincere le elezioni, o quantomeno a vincerle in uno dei due rami del Parlamento. Ma è possibile una mossa del genere? Ove mai riuscisse a convincere i suoi? E non è assolutamente facile, c'è da chiedersi a questo punto cosa farebbe l'opposizione. Intanto appunto il problema all'interno della maggioranza è enorme, perché con questa riforma della legge elettorale di cui si sta parlando e che Meloni ha in testa, A farne le spese sarebbe soprattutto la Lega. Se si abolissero i collegi uninominali al Nord, il partito di Salvini passerebbe dai 94 seggi di oggi, tra Camera e Senato, ai 47 barra 59 di domani, a seconda delle forchette previste dagli attuali sondaggi, cioè di fatto si dimezzerebbe addirittura. Fratelli d'Italia farebbe il pieno dei seggi e cannibalizzerebbe soprattutto il Carroccio, ma poi anche in parte Forza Italia e questo compenserebbe le perdite del partito salviniano. Ricordiamolo ancora una volta, sulla base della legge elettorale vigente oggi, cioè il Rosatellum, alle ultime elezioni del 2022 alla Camera ha eletto gli stessi deputati del Partito Democratico pur avendo meno della metà dei voti assoluti. Questo possono fare le leggi elettorali. E questo appunto solo grazie ai collegi uninominali, che se ora, con questa nuova idea di legge elettorale meloniana, venissero cancellati, appunto, il prezzo pagato dalla Lega sarebbe altissimo. Dunque Meloni ha questo principale problema, deve convincere i suoi alleati a ingoiare questo rospo. E non sarebbe affatto facile. Ma ovemai ci riuscisse, cosa dovrebbe fare l'opposizione? Ho pochi dubbi. L'opposizione dovrebbe dire un no grande come una casa, perché questa sarebbe ancora una volta una riforma fatta in corsa, cucita addosso ai bisogni di una coalizione che avvelenerebbe i pozzi per non far vincere l'altra alle successive elezioni. Cioè saremo dentro il solito schema che ha già impiombato i governi di Silvio Berlusconi e poi quelli di Matteo Renzi e adesso saremmo già alla terza riedizione di questa prassi e di quest'uso congiunturale delle regole del gioco. che abbiamo visto bocciata dagli italiani nel referendum sulla giustizia, perché la logica alla fine è sempre la stessa. Ma questo Meloni può fare, non le resta molto altro. Se perdiamo di economia, che sarebbe il piatto forte, quello sì che dovrebbe servire sulla tavola degli italiani, Meloni è all'angolo e non sa come uscirne. Lo schiaffo dei 15 milioni di italiani patito sulla giustizia Beh, pesa, ma insieme a quello pesa in maniera insopportabile i margini praticamente inesistenti consentiti dal bilancio pubblico. Lo sappiamo, non avendo centrato l'obiettivo di un deficit pubblico entro il 3% del prodotto interno lordo lo scorso anno, su di noi continua a pendere la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo che ci ha applicato l'Unione Europea. E allora, se Meloni non vuole far saltare anche il banco con Bruxelles, facendo a debito una quantità di spese preelettorali, allora non ha un soldo da spendere. E come può fare? Altrimenti, dovendo anche onorare un impegno che ha assunto col suo amico americano, il re dei folli Donald Trump a portare la spesa militare al 5% del PIL. Bambole, non c'è una lira. E allora è difficile immaginare che in queste condizioni si possa durare un altro anno. Dunque Meloni è in un vicolo cieco e non sa davvero come venirne fuori. Per cui nella sua testa e nella sua maggioranza rimbalza ancora una volta il dilemma andreottiano. Meglio tirare a campare o meglio tirare le cuoia?
Episode: Meloni e il dilemma andreottiano: tirare a campare o tirare le cuoia?
Host: Massimo Giannini
Date: March 31, 2026
Massimo Giannini riflette sull’attuale crisi del governo Meloni, proponendo un parallelo con la celebre massima di Giulio Andreotti: “meglio tirare a campare che tirare le cuoia.” Analizza le cause della crisi dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia, i tentativi di rilancio del governo – soprattutto la riforma della legge elettorale – e le profonde difficoltà politiche ed economiche della maggioranza. Il dilemma per Meloni e la sua coalizione appare sempre più stringente: tentare di sopravvivere a ogni costo (tirare a campare) o rassegnarsi a una fine anticipata della legislatura (tirare le cuoia).
Sulla crisi politica:
“Sembra assurdo che questi siano i termini oggi in voga. Sol che si pensi che due settimane fa, prima del voto referendario, ci si interrogava se Meloni fosse stata al governo per cinque anni, dieci anni e poi sicuramente avrebbe traslocato al Quirinale.” (03:30)
Sul destino della Lega:
“Se si abolissero i collegi uninominali al Nord, il partito di Salvini passerebbe dai 94 seggi di oggi, tra Camera e Senato, ai 47 barra 59 di domani… cioè di fatto si dimezzerebbe addirittura.” (08:35)
Sul senso della proposta di riforma per i cittadini:
“Sai che ci fanno gli italiani in bolletta con una benzina che gli costa più del doppio di quello che in media costa in altri paesi europei dopo l’insensata criminale guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran?” (06:25)
Sull’immobilismo:
“Meloni è all’angolo e non sa come uscirne.” (12:00)
Massimo Giannini, con la sua consueta ironia tagliente, tratteggia uno scenario di paralisi e logoramento per il governo Meloni, evidenziando la fragilità strutturale della coalizione e la sterilità delle proposte messe sul tavolo di fronte alle sfide del Paese. La questione di fondo resta quella formulata da Andreotti decenni fa e che oggi si adatta perfettamente all’interminabile crisi della politica italiana: tirare a campare o tirare le cuoia?