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Silvio Berlusconi, padre, padrone, padrino delle destre moderne e contemporanee del bel paese, cullò quel sogno molto a lungo, poi ci dovette rinunciare. Quel sogno si chiamava Quirinale e oggi, passati molti anni dall'uscita di scena del Cavaliere, la sua degna erede, Giorgia Meloni, sculla gli stessi sogni di grandezza, salire sul colle più alto, diventare Presidente della Repubblica. Pensate che coronamento di carriera per l'underdog che cominciò come umile, sconosciuta militante del movimento sociale italiano alla sezione di colle occhio, lei che veniva dalle periferie di Roma, dalla Garbatella, a scendere al sacro soglio della Repubblica italiana. Ora abbiamo capito che quel sogno che fu di Berlusconi è anche di Giorgia Meloni.
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Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
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E sì, può sembrare un paradosso, ma non lo è. Abbiamo capito che la sorella d'Italia punta dritta dritta al Quirinale, proprio alla luce del caso esploso tra Palazzo Chigi e Presidenza della Repubblica, innescato da quell'articolo galeotto pubblicato dalla Verità di Maurizio Belpietro. e amplificato, rilanciato dal capogruppo di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignani. La vicenda la conosciamo bene, ha tenuto banco per due giorni almeno, occupando la testa e le cronache dei palazzi romani e ora il caso sembra chiuso. Chiuso come? Giorgia Meloni è salita al colle per un chiarimento con Sergio Mattarella. Una riunione improvvisata, chiesta dalla stessa Presidente del Consiglio, a quel che si sa durata 20 minuti, non di più, al termine di quel faccia a faccia, dal cui rinale nulla trapela, nessun comunicato ufficiale, mentre arriva qualche precisazione. da Fratelli d'Italia. Il partito della Presidenta del Consiglio ci tiene a far sapere che, tra Palazzo Chigi e Quirinale, è stata ripristinata o ribadita la sintonia istituzionale, mai venuta meno fin dall'insediamento di questo governo e della quale nessuno ha mai dubitato. Però, subito dopo, la Premier insiste e, se possibile, rilancia ancora una volta e nel comunicato fa scrivere e fa registrare il suo rammarico per le parole istituzionalmente e politicamente inopportune pronunciate in un contesto pubblico dal consigliere Francesco Saverio Garofani e riportate ieri dal giornale di Maurizio Belpietro. una uscita mai smentita, una richiesta di smentita, anche questo scrive nel comunicato Giorgia Meloni, che non era un attacco alquilinale, si chiedeva soltanto a uno dei suoi consiglieri di confermare o negare l'esistenza di quelle sue dichiarazioni. Dunque una Giorgia Meloni che invece di fare pace, oppure per fare pace, prepara la guerra. una situazione paradossale perché l'incontro che lei stessa aveva chiesto con Mattarella sarebbe dovuto servire per far finire l'incidente, ma non rilanciando ancora una volta le accuse al consigliere del Colle, semmai ridimensionandone la portata, sia pure senza sconfessare perché evidentemente Meloni non può l'operato di un giornale suo amico, e suo amico è dire poco. Possiamo dire suo complice, forse sarebbe più giusto. Ricordiamolo, il giorno prima il capogruppo di Fratelli d'Italia, Genleazzo Bignami, aveva chiesto le dimissioni di Garofani. in assenza di una smentita. La smentita non è arrivata. È arrivato, come sappiamo, quel durissimo comunicato del Quirinale che esprimeva tutto il suo stupore per le prese di posizione del partito di maggioranza relativa che rilanciava, amplificandole, ricostruzioni ridicole, come era stato definito quel retroscena della verità. da parte dello stesso comunicato del Quirinale. Dunque, adesso chi è che si deve dimettere alla luce di quello che è successo? Sì, perché nel frattempo, mentre Meloni faceva uscire questa sua ulteriore dichiarazione, che invece di chiudere il caso lo tiene ancora aperto, un altro giornale, suo amico, ma evidentemente non amico della verità di Maurizio Belpietro, svelava un retroscena molto interessante. quel giornale è, scusate il gioco di parole, il giornale, anche quello di destra, diretto da Alessandro Sallusti. Ed è stato proprio Alessandro Sallusti a raccontare che il contenuto di quel retroscena, ripreso da Maurizio Belpietro, che metteva in bocca al consigliere di Mattarella Frasi non così rivoluzionarie, ma comunque in parte imbarazzanti, era stato trasmesso a diversi giornali dell'area della destra di governo. attraverso una mail firmata da un sconosciuto Mario Rossi. Una mail che è arrivata uguale nella redazione di diversi giornali. Ed è quella mail che scriveva testualmente «C'è una conversazione avvenuta lontano dai riflettori che sta agitando più di un palazzo romano. e poi riportava durante un cocktail non meglio identificato le parole di Garofani pronunciate di fronte ad un uditorio vasto, ancorché privato, non pubblico, anche se pubblico era illocale secondo questa ricostruzione. e cioè, le parole le sappiamo, Garofani ribadiva secondo questa anonima ricostruzione che c'era il problema di una possibile candidatura, di un possibile arrivo di Meloni al Quirinale se non si fosse provveduto a costruire un'alternativa. Alternativa che andava evidentemente organizzata sul fronte dell'opposizione e Garofani diceva testualmente, secondo questa velina, in quell'area non c'è nessuno adeguato. e poi aggiungeva altre valutazioni critiche, speriamo che cambi qualcosa prima delle prossime elezioni, io credo nella provvidenza, basterebbe una grande lista civica nazionale. Poi questo ignoto Mario Rossi si lasciava andare a sue valutazioni, cioè diceva non proprio una dichiarazione di neutralità istituzionale, e ancora per la costruzione di un nuovo centrosinistra, un nuovo olivo, Garofani vede in Ernesto Ruffini una pedina utile, ma non sufficiente, e poi gli faceva dire, tra virgolette, serve un intervento ancora più incisivo di Romano Prodi. Ancora, a conclusione del ragionamento, dopo aver ipotizzato sempre tra virgolette di Garofani se non fosse morto oggi il premier sarebbe David Sassoli o lo sarebbe dalla prossima legislatura, lo stesso ignoto retroscenista aggiungeva sue valutazioni e non assolutamente riportate tra virgolette messe in bocca a Garofani che A questo punto, per cambiare gli equilibri, servirebbe qualche provvidenziale scossone. Ed è stato questo, poi, che nella ricostruzione di Belpietro sulla verità, sia nel suo articolo, sia nell'articolo di Corredo, firmato da un altro a nom de plume Ignazio Mangrano, si ipotizzava un piano del Quirinale per far fuori la Meloni. e nelle pagine interne si si titolava «Così il Colle proverà a fermare la Meloa». E bel Pietro aveva confermato che le prove c'erano tutte, anzi aveva addirittura ipotizzato che ci fosse un audio di queste dichiarazioni di Garofani. Adesso un giorno e mezzo dopo scopriamo che l'audio non c'è e scopriamo che quelle dichiarazioni sono contenute in una mail mandata a diversi giornali appunto da questo ignoto Mario Rossi e scopriamo anche che gli altri giornali della destra l'hanno ignorata evidentemente non considerandola veritiera l'unico che invece l'ha presa per buona e l'ha sparata in prima pagina è stato lo stesso Belpietro Guarda caso, il giorno dopo che c'era stato il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Sergio Mattarella, alla presenza di Giorgia Meloni e dei ministri Crosetto, Tagliani e Giorgetti, durante il quale lo stesso capo dello Stato aveva rimesso in riga il governo, spiegandogli che non si deflette dalla linea di sostegno all'Ucraina, che che ne dica Matteo Salvini. E ce n'è abbastanza per pensare quindi che si sia trattato di una vera e propria imboscata, tuttavia malaccorta, ma soprattutto strumentalizzata dal partito della Presidente del Consiglio, attraverso il rilancio improvvido, vergognoso, per non dire scandaloso, del suo capogruppo Bignami. Ecco allora, alla fine di questa due giorni ricca di colpi di scena, di veleni e di veline, proprio Bignami, insieme all'altro capogruppo di Fratelli d'Italia per il Senato, in questo caso Lucio Malan, chiude il caso con un comunicato congiunto in cui dice dopo il colloquio di oggi tra Mattarella e Meloni che hanno avuto modo di confrontarsi sulle notizie di stampa riguardanti le dichiarazioni del consigliere Garofani, Fratelli d'Italia ritiene la questione chiusa e non reputa di aggiungere altro. Dunque provano a cavarsela così. Con tutta evidenza hanno teso una trappola, oppure sono caduti in una trappola, ma l'obiettivo era uno solo, colpire il Quirinale. Ora chi si dovrebbe dimettere forse è Belpietro da una parte e Bignami dall'altra, ma nessuno si dimetterà. L'unica cosa che resta alla fine di questo vergognoso episodio di sovversivismo delle istituzioni ancora una volta è la spallata che il partito di maggioranza relativa dà al Presidente della Repubblica. E sullo sfondo si capisce qual è l'obiettivo. È Giorgia Meloni che vuole sostituire Mattarella sul colle più alto. Non ora, non domattina, ma sicuramente quando Mattarella ultimerà il suo settennato. Per preparare il terreno c'è da delegittimarlo, come si sta facendo con tutti gli altri organi di garanzia. a partire dalla magistratura e in fondo il capo dello Stato cos'altro è se non il sommo magistrato della Repubblica Italiana. E così in nome di una vendetta personale e di una rivincita politica e ideologica la leader della destra ex post Missina si prepara ad espugnare il palazzo dei Papi e dei Re dopo averlo bombardato.
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Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Episode: Meloni getta la maschera e inizia la marcia sul Colle
Host: Massimo Giannini
Date: November 20, 2025
In questo episodio Massimo Giannini analizza il recente scontro istituzionale tra Palazzo Chigi e il Quirinale, innescato da un articolo controverso pubblicato da La Verità, e suggerisce che Giorgia Meloni stia già lavorando per spianare la strada a una sua futura ascesa alla Presidenza della Repubblica. Giannini espone i retroscena dello scontro, la strategia comunicativa di Fratelli d’Italia e il rischio di una crisi tra poteri dello Stato, presentando il tutto con toni critici e ironici.
Massimo Giannini offre un’analisi graffiante e dettagliata del caso politico-mediatico tra Palazzo Chigi e Quirinale, denunciando come Giorgia Meloni stia cercando di delegittimare le istituzioni di garanzia, inclusa la Presidenza della Repubblica, in vista di una propria ascesa futura. Il linguaggio, i riferimenti ironici e la ricostruzione dei fatti rendono evidente la gravità e la strategia politica dietro un episodio che, secondo l’autore, ha solo formalmente chiuso una ferita che resterà aperta fino al prossimo cambio di Presidente.