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A
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C
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A
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B
«Fate presto» fu il titolo di un giornale che fece la storia. Era il 26 novembre 1980 e il mattino quotidiano di Napoli titolò esattamente così, a caratteri cubitali, «Fate presto». È un titolo passato alla storia perché tutto questo accadeva tre giorni dopo il terribile terremoto in Irpinia. e quel titolo fu un grido di dolore e di aiuto a uno stato assente e silente. Quella terremoto fu una tragedia immane, 2.914 morti, 8.840 feriti, 280.000 sfollati e fu anche una lezione per un paese distratto. Da lì nacque infatti la protezione civile. Oggi, 46 anni dopo, un'altra regione grida, fate presto. è la Sicilia che affonda nel fango ed è il paese di niscemi che frana nel nulla. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
C
Abbiamo accompagnato questa dichiarazione dello Stato d'emergenza con un primo stanziamento da 100 milioni di euro per il quale vi devo dire che sono un po' dispiaciuta per le polemiche, soprattutto qui in Sicilia, perché nelle riunioni che noi abbiamo fatto anche prima del Consiglio dei ministri con i presidenti delle tre regioni coinvolte abbiamo ampiamente chiarito che si trattava di un primissimo stanziamento emergenziale per dare intanto un contributo immediato, una tantum ai cittadini, alle aziende colpite per consentirci diciamo così la sospensione dei mutui per consentirci di dare ai sindaci e alle autorità locali diciamo le prime risorse necessarie nessuno pensa di poter affrontare seriamente questa questione con 100 milioni di euro per tre regioni ma questo io l'ho ampiamente chiarito anche quando si è trattato dell'Emilia Romagna che viene spesso citata il decreto che poi affrontava in maniera complessiva le necessità del dramma che c'era stato nel territorio, allora è arrivato dopo qualche settimana. Perché? Perché allo stato attuale per alcune regioni noi non abbiamo neanche la prima attrazione dei comuni che sono stati coinvolti.
B
È proprio il caso di dirlo di fronte alle tragedie che si susseguono in questo sciagurato paese, promesse scritte sull'acqua. Lo saranno anche quelle appena formulate dalla Presidente del Consiglio, l'avete sentita in queste dichiarazioni, che Giorgia Meloni ha fatto ieri, arrivata in Sicilia con l'aereo atterrata a Catania, poi si è imbarcata su un elicottero con il quale ha sorvolato tutte le aree coinvolte dal ciclone Harry. fino ad arrivare a quel paese ormai quasi fantasma che si chiama Niscemi. Tutti abbiamo visto le immagini, le case sospese nel vuoto perché un intero costone della collina sulla quale quel paese è stato costruito è venuto giù. E ora 1.500 famiglie sono sfollate, non si possono neanche avvicinare alle loro case per prendere i beni di prima necessità dei quali hanno bisogno. E forse lì non ci torneranno più, come già accaduto infinite altre volte, in ogni circostanza cioè nella quale in questo paese una qualche calamità naturale ha devastato intere aree abitate. E questo è accaduto sia perché la natura è inclemente, sia perché il riscaldamento climatico continua ad accelerare e a produrre danni crescenti, sia perché l'uomo ha continuato a consumare suolo in maniera del tutto dissennata. costruendo case nell'alveo dei fiumi, a ridosso del mare, oppure su colline franose e riconosciute come tali. Meloni, arrivata in Sicilia, si rammarica e lo si capisce. Di fronte alle tragedie non sarebbe il momento di fare polemiche politiche e non vogliamo farle neanche noi. Tuttavia il rammarico della Presidente del Consiglio nasce soprattutto da un fatto e cioè in questa circostanza a fare polemiche nei confronti del governo sono state forze politiche e amministrazioni locali dello stesso colore. della maggioranza che oggi guida il paese. Due regioni hanno chiesto risarcimenti e indennizi per gli enormi danni prodotti da questo ciplone Harri per qualcosa come 2 miliardi. Il governo invece finora, in una settimana, è riuscito a produrre un solo decreto che stanzia 100 milioni. poco meno di 400 euro per ciascuno degli sfollati solo di nisceni. Una misura che sa tanto di presa in giro e questo ha spinto gli amministratori locali delle due regioni a contestare l'azione del governo. Questo produce oggi il rammarico di Giorgia Meloni. E lo si comprende, certo, in Sicilia è tutto più difficile, visto che quella regione è governata ormai da un secolo, dalla destra, che ha fatto il bello e il cattivo tempo, soprattutto il cattivo tempo, da quando si è insediata Palazzo dei Normanni. È stato molto più semplice per la sorella d'Italia, tre anni fa, recarsi nelle zone alluvionate dell'Emilia-Romagna. Regione invece governata da sempre dalla sinistra. Lì sì, la premier ha infilato le galosce ed è andata in mezzo al fango e all'acqua, camminando lungo le vie e i canali dove si era tutto allagato per far vedere alla popolazione che lei c'era, il governo c'era e stava vicino agli alluvionati e mettere in mora così chi quella regione l'aveva governata male. Ma, ripeto, non è il momento di fare polemiche. È il momento di ragionare sul perché siamo arrivati a tutto questo, innanzitutto. È il momento di chiedersi perché, proprio anniscemi, Nel 1997 c'era stata un'analoga disastrosa, Frana, ed è il momento di chiedersi perché, rispetto ai 25 milioni stanziati da quel momento in poi, non un solo euro è stato speso per rimettere a posto il territorio e indennizzare le famiglie colpite. Di chi è la colpa se non di quegli stessi amministratori che oggi si lamentano perché il governo non accorre in fretta a salvare il salvabile? E poi c'è da chiedersi su scala nazionale, e qui davvero bisogna dire chi è senza peccato scagli la prima pietra, perché il dissesto idrogeologico continua ad essere un tabù in un paese invece che ne è profondamente ammalato. Lo dicono le statistiche. Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Noi viviamo in un paese nel quale quasi 7 milioni di persone abitano in aree considerate ad alto rischio alluvionale. Noi viviamo in un paese nel quale quindi il fabbisogno per sopperire a questi pericoli è stimato in 26 miliardi. Questo servirebbe per mettere in sicurezza tutto ciò che è sicuro non è. E invece a fronte di questo fabbisogno questo è un paese che di miliardi ne spende poco più di 3 all'anno, anzi non ne spende, ne stanzia, perché poi di quei 3 miliardi viene spesa una quota quasi irrilevante. E allora, se questo è accaduto fino ad oggi, se di tragedie come quella siciliana ne abbiamo conosciute tante altre, in Emilia, in Liguria, a Genova ce lo ricordiamo tutti, in Campania, a Sarno, abbiamo ancora nella memoria quell'immensa frana di fango che si portò via un intero paese, ecco, se tutto questo è accaduto, la politica cosa ha fatto? quella di destra e quella di sinistra, per carità. Oggi però governa quella di destra, quindi qualcosa bisogna farlo subito. E allora, Presidente Meloni, cosa aspetta di smettere quel feticcio ideologico che è ormai diventato il ponte sullo stretto di Messina? Una opera faraonica che di miliardi ne impegnerà 15 di qui ai prossimi anni. Miliardi già stanziati. Mentre appunto per la povera Niscemi c'è quel piatto di minestra da 100 milioni. E sì, la Premier lei ha già promesso che altri soldi verranno nei prossimi giorni. Tra due settimane forse se ne riparlerà. Ha convocato proprio tra due settimane una nuova riunione di emergenza. Ma non è questo il modo di affrontare un'emergenza per l'appunto. Non è questo il modo di risolvere il problema. non ci sono risorse, si prendano dismettendo gli stanziamenti del ponte sullo stretto. Chiunque parli con un solo siciliano normale, in qualunque angolo di quella regione, non ne troverà uno che gli dice Sì, il ponte sullo stretto è un'opera primaria che ci serve subito. Tutti gli altri parleranno invece di quanto sia urgente intervenire sulla rete ferroviaria, stradale e autostradale, idrica, per risolvere tutte le ferite di quel territorio. alle quali pure in qualche misura ha contribuito la popolazione stessa. Ma anche qui è inutile ora piangere su quel latte versato. Bisogna fare qualcosa. E allora, tornando a quel famoso storico titolo del Mattino di Napoli di tanti, tanti anni fa, 26 novembre 1980, Non ci resta che rinnovare questo invito alla Presidente del Consiglio. Fate presto, ma stavolta almeno fatelo bene.
Episode Title: Meloni, Niscemi che muore e i miliardi buttati sul Ponte
Date: January 28, 2026
Host: Massimo Giannini (Repubblica)
Podcast: OnePodcast
In questo episodio di "Circo Massimo", Massimo Giannini affronta la recente tragedia di Niscemi, devastata dalle frane dopo il passaggio del ciclone Harry, e riflette sulle profonde mancanze nella gestione delle emergenze e nell’investimento infrastrutturale in Italia. Si parla in particolare dello stanziamento governativo considerato insufficiente, delle responsabilità politiche diffuse (sia locali che nazionali) e della contrastante priorità data al Ponte sullo Stretto rispetto al dissesto idrogeologico. Il tono è amaro, critico ma lucido verso tutta la classe politica; non mancano inviti pressanti a un’azione reale e tempestiva.
L’episodio è caratterizzato da uno stile diretto, tagliente, ricco di riferimenti storici e con un forte richiamo civico alla responsabilità, all’urgenza e alla concretezza politica. Il linguaggio è ricco di metafore (“promesse scritte sull’acqua”, “piatto di minestra”), e l’approccio è quello del commento critico, non privo di amarezza e di ironia.
Chi non avesse ascoltato troverà in questo episodio un quadro vivido della gestione delle emergenze in Italia, della ricorrenza degli errori politici e della distanza tra priorità reali e investimenti pubblici. Il discorso di Giannini, supportato da numeri e memoria storica, si rivolge a tutti: istituzioni, cittadini e ascoltatori.