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Massimo Giannini
1 podcast.
Narrator/Commentator
La soluzione si trascina. Il problema, una volta posto, deve essere risoluto. Urge, non si può tardare oltre ad affrontare la questione. Chi legga queste e somiglianti sentenze pensa. Perché il governo, perché il Parlamento, perché il ministro competente tardano tanto? Codesti frettolosi non riflettono. È questo, davvero, non uno dei tanti, ma il problema. E come accade che di volta in volta, ogni giorno diversi, tanti siano i problemi urgenti, dei quali la soluzione non può farsi attendere senza danno, anzi senza gravissimo danno? Questo era l'incipit di un testo che nel Natale 1955 scrisse il grande Luigi Einaudi, già padre della patria, già governatore della Banca d'Italia, poi Presidente della Repubblica, diede alle stampe un libretto che si intitolava «Prediche inutili». Questo era l'incipit della sua prima predica inutile. Non so perché, ma in queste ore, ascoltando il discorso che Mario Draghi ha fatto alle alte cariche comunitarie parlando dei problemi dell'Europa, mi è venuto in mente, ancora una volta, Einaudi e le sue prediche inutili. Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini.
Massimo Giannini
Un anno in avanti l'Europa è quindi in un posto più difficile. Il nostro modello di crescita è sbagliato, le vulnerabilità sono in crescita, e non c'è un coraggio chiaro per finanziare gli investimenti che abbiamo bisogno. E siamo stati ricordati, dolorosamente, che l'inazione affronta non solo i nostri competitivi, ma anche la nostra sovranità.
Narrator/Commentator
Eccolo, lo avete appena sentito, Mario Draghi, l'ex presidente del Consiglio Italiano, l'ex presidente della Banca Centrale Europea, lancia l'ultimo appello all'Unione, perché si svegli dal suo lungo sonno, perché batta un colpo. in un mondo nel quale l'Europa non esiste. Stiamo vedendo quello che succede nella striscia di Gaza, dove i tank di Netanyahu spianano quel che resta della striscia e del popolo palestinese. Stiamo vedendo quel che succede sul fronte ucraino, dove Putin rafforza i bombardamenti e l'invio di droni che smarginano oltre confine, non soltanto verso l'Ucraina ma anche verso la Polonia, che sia un errore o una scelta deliberata. Stiamo vedendo quello che succede negli Stati Uniti, dove il seme dell'odio germoglia e dove si prepara una cerimonia faraonica dei funerali di Charles Kirk, considerato quasi come una sorta di faraone egiziano. in nome del quale decretare i pieni poteri per lo sceriffo di Washington, forse la legge marziale, chissà cos'altro ancora. Ecco, mentre tutto questo succede, l'Europa osserva, tace o balbetta. Draghi lo ripete ancora una volta, lo urla quasi. alla cerimonia per ricordare la presentazione del suo rapporto sulla competitività che risale appunto a un anno fa esatto. L'inazione minaccia la nostra sovranità, dice l'ex premier. A un anno di distanza l'Europa si trova in una posizione sempre più difficile. Lui aveva presentato quel suo piano sulla competitività, un pacchetto di misure che servivano a rilanciare non soltanto l'industria, non soltanto la tecnologia del vecchio continente, ma anche il progetto retrostante, che alla fine riguardava non soltanto l'economia, ma più in generale una certa idea di società e di mondo. Per farlo allora servivano 800 miliardi. È passato un anno e da allora, sulla base del mutato quadro macroeconomico e del cambiamento di tutti i fondamentali che va dal rapporto di cambio euro-dollaro fino ad arrivare all'inflazione, per poi non parlare dei debiti pubblici dei singoli stati membri, ecco il conto è già aumentato a 1200 miliardi di euro e non si vede chi ce li metterà dentro. Per questo Draghi lancia la sua accusa, neanche troppo velata. Dopo aver ringraziato Ursula von der Leyen per avergli assegnato questo incarico, Draghi punta il dito contro i ritardi dell'istituzione comunitaria. Troppo spesso, dice, si trovano scuse. per la nostra lentezza e lo si fa sulla base di ipotesi non più valide. Cita per tutti l'obiettivo del 2035 per le auto elettriche. Poteva funzionare quando è stato pensato. Oggi che abbiamo perso tre anni senza fare neanche tutte le colonnine di rifornimento elettrico che erano necessarie in Italia e non solo, sarebbe quasi realistico immaginare che la scadenza possa essere raggiunta. Ma questo è solo un esempio. Perché il vero problema è il nostro modello di crescita che sta svanendo. Le vulnerabilità, dice l'ex presidente dell'ABC, stanno aumentando e non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l'inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma la nostra stessa sovranità. Occorre una svolta, Mario Draghi lo ripete da tempo, dice chiaramente che o l'Europa ce la fa tutt'assieme, cosa che sarebbe sommamente auspicabile, o si mobilitano tutti gli stati membri e comprendono che questa è davvero l'ultima chiamata, poi c'è solo la disgregazione e l'annientamento del nostro sistema e dei nostri valori di vita, oppure quello che diventa irrinunciabile e improcrastinabile. E' un'Europa a due velocità e cosiddette cooperazioni rafforzate. Gli accordi tra stati, va avanti solo chi ci sta. In un'Europa paralizzata dal voto all'unanimità, per cambiare il quale servirebbe mutare i trattati, cosa che implicherebbe voto dei parlamenti, dei singoli stati membri, modifiche delle costituzioni, delle singole nazioni che appartengono all'Unione, una procedura complicatissima. Forse non ci si arriverà mai. Ma proprio per questo, per non morire di inedia, l'Europa ha bisogno di muoversi sulla base della formazione dei volenterosi. Potremmo definirla così, riprendendo un modulo disgraziato dei tempi di George Bush, quando all'indomani dell'attacco alle Tor Gemelle invase l'Iraq, col contributo dei paesi che aderirono al di fuori di una copertura NATO e ONU. Un po' meno sfortunata oggi. quando sotto le insegne dell'inglese Starmer, del francese Macron e del tedesco Merz, quel che resta dell'Europa sta cercando di sostenere ancora, di fronte all'uscita di scena dell'America di Trump, la resistenza ucraina di Volodymyr Zelensky. può funzionare forse ed è l'ultima chance che abbiamo per far fare qualche passo avanti all'Europa che vuole farlo. Quindi una cola a lizione dei volenterosi anche a Bruxelles. Questo potrebbe essere l'ultima possibilità che abbiamo per uscire da un guado nel quale non possiamo galleggiare ma possiamo in prospettiva, neanche troppo lontana, soltanto annegare. Draghi rilancia ancora una volta la necessità e l'urgenza di una politica industriale europea che serva a sostenere i nostri sforzi sul fronte della tecnologia e dell'intelligenza artificiale, un tram che è già passato, rispetto al quale Il nostro aggancio avviene con un ritardo clamoroso, visto che nel frattempo Stati Uniti e Cina sono andati già avanti tantissimo su questo fronte. Noi non abbiamo fatto quasi nulla. I grandi conglomerati di intelligenza artificiale sono più di 40 negli Stati Uniti, più di 30 in Cina, mentre nel vecchio continente in questi tre anni e in quest'ultimo anno in particolare ne sono stati costituiti solo tre, tanto per dare la misura del nostro ritardo. La stessa cosa vale per tutto il resto, la transizione ambientale, la transizione energetica, abbiamo bisogno di disaccoppiare il prezzo della nostra energia da quello del gas. In particolare abbiamo bisogno di affrancarci dalla dipendenza dal gas russo, che comunque continua ad arrivare nei nostri gasdotti. Abbiamo bisogno soprattutto di un debito comune europeo e su questo Draghi torna, su un leitmotiv che lo ha sempre animato, l'emissione congiunta di titoli del debito europeo, non amplierebbe magicamente lo spazio fiscale, dice l'ex presidente della BCE, ma permetterebbe all'Europa di finanziare progetti più grandi in settori che aumentano la produttività, innovazioni dirompenti, tecnologie su larga scala, ricerca e sviluppo per la difesa o reti energetiche, dove la spesa nazionale frammentata non è più sufficiente. Servirebbero appunto 1.200 miliardi per un'operazione di questo tipo e se non lo si fa, come si fece ai tempi del Covid, emettendo un BTP targato Bruxelles, chi altro lo può finanziare? Come possono i singoli stati membri già indebitati fino al collo, e non solo l'Italia una volta tanto, riuscire in un'operazione titanica come questa? È impossibile. Mario Draghi l'aveva detto. già il 22 di agosto, quando intervenne al meeting di Rimini, parlando di un'Europa marginale su tutto, su Gaza, sulla Palestina e sull'Ucraina. Un'Europa che non tocca palla e che così può soltanto cedere il campo, senza neanche aver combattuto, agli imperi che si stanno riorganizzando su basi non più democratiche. E dunque c'è anche una missione che va al di là dell'economia, in questo caso, se ha ancora un senso per l'Europa difendere principi e valori democratici ai quali credeva. Tuttavia, questo bel discorso draghiano è qui veniamo al punto. che cosa ha portato avanti in questo anno. Ripetiamo, il suo rapporto sulla competitività, che ricalca le tracce di questo appena riproposto, fu presentato esattamente nel settembre del 2024. In 12 mesi non è stato fatto praticamente nulla. C'è un report dell'European Policy Innovation Council che ha fatto un esame delle proposte formulate allora dal rapporto Draghi e dei risultati raggiunti oggi. Dice in maniera del tutto impietosa che rispetto a quel programma, a quella piattaforma, solo l'11% degli obiettivi è stato centrato. Nonostante i complimenti e i rallegramenti dei capi di stato e di governo, nonostante le felicitazioni di Ursula von der Leyen, ebbi modo di dirlo a Draghi nei mesi scorsi. Il suo era un bel rapporto, anche se ruotava molto intorno all'economia e alla difesa. Ma chi lo avrebbe portato avanti? Belle idee che non avevano gambe per camminare. Lui aveva detto «Non è vero, sono fiducioso». Thunderlion l'ha presa a cuore. Sono passati 12 mesi, ma abbiamo visto che quel cuore non pulsa, quelle idee non camminano, perché gli stati membri semplicemente non lo vogliono fare. È così, jacuzze, le giaculatorie, l'autoflagellazione. sono tutti riti che si moltiplicano. Ripeto, ancora una volta Mario Draghi, la stessa cosa aveva fatto Romano Prodi, poco dopo il meeting di Rimini, anche lui puntando il dito contro un'Europa del tutto inesistente sui grandi dossier del momento. L'aveva fatto Mario Monti, tutti i grandi italiani che con l'Europa in questi anni hanno avuto molto a che fare, perché hanno guidato la Banca Centrale, hanno guidato la Commissione o sono stati commissari dei portafogli più importanti. Anche Mario Monti lo ha dovuto riconoscere. Tutto quello che diciamo è giusto, ma stiamo attenti. Non possiamo parlare come se fossimo dei passanti, perché noi siamo stati classe dirigente europea. Quindi, se le cose non sono andate e non vanno come devono, anche noi dobbiamo assumerci una responsabilità. parole sante ed è per questo che a distanza di tanti anni più di 70 io ritorno e chiudo con Luigi Einaudi e quando licenziò le sue prediche inutili nella prefazione scrisse una cosa che è utile ricordare invece tanti anni fa nel tempo contrastato del primo dopoguerra pubblicai un volume di brevi scritti esortativi dal titolo prediche Poi vedi che il titolo era appropriato alle centinaia e forse migliaia di articoli e stelloncini sino allora usciti dalla mia penna. Forse che non furono essi predicati al deserto? Forse che delle regole di condotta evi esposte rimase qualche minimo ricordo? Polvere che il vento disperse. Ecco, non vorrei che anche oggi quei bei discorsi sull'Europa fossero solo polvere al vento. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Episode Title: Mondo in fiamme, Ue in panne: le prediche inutili di Draghi
Date: 17 settembre 2025
Host: Massimo Giannini (Repubblica)
Platform: OnePodcast
In questa puntata, Massimo Giannini riflette sullo stato dell'Unione Europea e sulla sua crescente irrilevanza a fronte delle crisi internazionali, prendendo spunto dall'ultimo discorso di Mario Draghi alle istituzioni europee. Attraverso il filo conduttore delle “prediche inutili” di Luigi Einaudi, Giannini esplora i limiti strutturali dell’Europa, l’inazione delle sue leadership, e la difficoltà di passare dalle parole ai fatti, soprattutto in materia di politica industriale, tecnologia e difesa dei valori democratici.
“Non so perché, ma in queste ore, ascoltando il discorso che Mario Draghi ha fatto alle alte cariche comunitarie parlando dei problemi dell'Europa, mi è venuto in mente, ancora una volta, Einaudi e le sue prediche inutili.” (00:44)
“Il nostro modello di crescita è sbagliato, le vulnerabilità sono in crescita, e non c'è un coraggio chiaro per finanziare gli investimenti che abbiamo bisogno. E siamo stati ricordati, dolorosamente, che l'inazione affronta non solo i nostri competitivi, ma anche la nostra sovranità.” (Massimo Giannini cita Draghi, 01:32)
“O l’Europa ce la fa tutt'assieme, [...] o si mobilitano tutti gli stati membri [...], oppure quello che diventa irrinunciabile e improcrastinabile è un’Europa a due velocità e cosiddette cooperazioni rafforzate.” (circa 07:40)
“I grandi conglomerati di intelligenza artificiale sono più di 40 negli Stati Uniti, più di 30 in Cina, mentre nel vecchio continente in questi tre anni e in quest'ultimo anno in particolare ne sono stati costituiti solo tre, tanto per dare la misura del nostro ritardo.” (10:45)
“Tutto quello che diciamo è giusto, ma stiamo attenti. Non possiamo parlare come se fossimo dei passanti, perché noi siamo stati classe dirigente europea. Quindi, se le cose non sono andate e non vanno come devono, anche noi dobbiamo assumerci una responsabilità.” (citazione attribuita a Mario Monti, 15:25)
“Forse che non furono essi predicati al deserto? Forse che delle regole di condotta evi esposte rimase qualche minimo ricordo? Polvere che il vento disperse. Ecco, non vorrei che anche oggi quei bei discorsi sull'Europa fossero solo polvere al vento.” (17:10)
Il commento di Giannini è riflessivo, amaro, severo ma costruttivo, intrecciando storia e attualità, senza rinunciare all’analisi critica verso la “classe dirigente europea” di cui anche l’Italia ha fatto parte.
La mancata capacità d’azione dell’Europa, oggi e ieri, rischia di far sì che anche le migliori idee e progetti (“le prediche”) restino parole al vento se non seguite da scelte coraggiose e concrete, soprattutto nei campi dell’innovazione, della difesa e nella tenuta dei valori democratici. Giannini, sulle orme di Draghi e degli statisti italiani, invita a non arrendersi alla retorica sterile delle occasioni perse.