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Ehi, Direkta, dimmi i miei buoni propositi.
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Certo, impara il kazoo tibetano, apri un ciringuito su Marte o sottoscrivi il nuovo BTP valore dal 2 al 6 marzo. Ma dove vai?
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Il Mago del Cremlino è stato uno splendido libro da leggere, uscito qualche anno fa, scritto da Giuliano Daempolit per Mondadori, adesso è uno splendido film da vedere, con quello straordinario protagonista di Jude Law nei panni di Vladimir Putin. In questo libro e in questo film parla uno dei personaggi che hanno, meglio di tutti gli altri, raccontato la parabola putiniana, Vadim Baranov, un suo collaboratore, il suo vero guru in tutti questi anni. Baranov dice lo czar ha restaurato la verticale del potere in Russia. Ha poi aggiunto nel libro e nel film che non siamo più una repubblica, siamo di nuovo un impero, conquistiamo nuove terre, abbiamo uno czar alla nostra testa, a sua maestà imperiale, Vladimir Vladimirovich Putin. Ne ha poi aggiunto la Russia e la fabbrica degli incubi dell'Occidente. Il vostro sistema è in crisi perché non riesce più a esercitare il potere. Il potere, per noi, è l'unica soluzione. E quella soluzione si chiama Putin. Bene, faccio tutta questa premessa per dire che adesso, qui in Italia, abbiamo scoperto che Vladimir Putin voterà no al referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
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Circo Massimo. Lo spettacolo della politica. Di Massimo Giannini.
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Vladimir Putin, dunque. Oggi ne parlo per due ragioni fondamentali. La prima, di passata, anche se è la più importante. Ieri era un anniversario di quelli da segnare in rosso sui calendari. Quattro anni dalla sporca guerra che lo czar di Mosca ha lanciato contro la povera Ucraina. quattro anni di sterminio, di massacri, di continue stragi di civili ad opera di un dittatore che intende ricostruire Eurasia a spese di altri stati sovrani ai suoi confini. Al di là di questo c'è una seconda ragione per la quale oggi parlo dell'uomo del Cremlino. E questa ragione si chiama Giovan Battista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, braccio operativo di Giorgia Meloni per tutti gli affari riservati e più complicati, quelli che chiamano in causa la gestione del potere di governo e di sottogoverno, le nomine e le assegnazioni nei principali gangli del potere meloniano. Bene, il sottosegretario Fazzolari era proprio ieri alla Sala Zuccari del Senato per celebrare l'anniversario dei quattro anni di guerra in Ucraina, come abbiamo detto. E in quel contesto, a un certo punto, parlando con i giornalisti che lo sollecitavano a un commento sul referendum italiano sulla giustizia, e cioè sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sulla quale saremo chiamati alle urne il 22 e il 23 marzo prossimi, ebbene ecco il Rasputin di Palazzo Chigi ha risposto con il suo solito guigno e il suo solito sorrisetto così. Putin voterebbe no al referendum. In Russia non mi risulta che ci sia la separazione delle carriere. E quindi sì, sicuramente Putin voterebbe no. Avete capito bene, siamo arrivati al punto che dopo scambi incrociati di accuse tra il sì e il no, dopo aver ingaggiato in maniera più o meno strumentale tutti i protagonisti e personaggi più iconici della storia e patria italiana, a partire da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, più volte evocati dal guardasigilli nordio, che ne ha fatto il testimonio del sì alla separazione delle carriere, come se quei due eroi caduti nella guerra contro la mafia fossero a suo tempo i principali alfieri della necessità di separare il percorso professionale e istituzionale tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, Dopo aver chiamato in causa di volta in volta i picchiatori della manifestazione di Torino di Ascatasuna, i black bloc, quelli votano no. E dopo aver di volta in volta fatto finire nel tritacarne della contesa referendaria, chiunque e a qualunque costo, ora siamo arrivati a quest'ultimo paradosso. Il governo e la maggioranza hanno ingaggiato, in chiave negativa, persino Vladimir Putin. Voterebbe no, perché in Russia, questa è la tesi che vi ripeto ha sostenuto a metà tra il serio e il faceto il sottosegretario Fazzolari, non c'è la separazione delle carriere e quindi siccome ora noi attraverso i buoni uffici delle destre al comando questa separazione la vogliamo introdurre nell'ordinamento cambiando e riscrivendo sette articoli della Costituzione ebbene noi siamo a riparo, rappresentiamo un modello di democrazia perfetta ben diversa da quella russa che poiché non contempla la separazione delle carriere, è naturalmente una dittatura. È sorprendente questa tesi di Fazzolari, sorprendente e stupefacente al tempo stesso. Intanto si potrebbe dire che per mille ragioni questa ciurma di patrioti al comando ha più volte sostenuto la politica di Vladimir Putin in Russia. Ricordiamo quel che ha fatto la Lega di Salvini all'Hotel Metropol facendosi persino finanziare qualche insana iniziativa politica da Russia Unita, il partito di Putin. Ricordiamo ancora il modo con il quale i gruppi rossobruni di questo paese sostengono le ragioni russe a proposito delle sanzioni per la guerra contro l'Ucraina. e a proposito della necessità di far rientrare a tutti gli effetti la federazione russa al tavolo dei grandi. Mettiamo pure da parte questo aspetto e concentriamoci sullo specifico. In Russia non c'è la separazione delle carriere, quindi è una dittatura. Noi siamo una democrazia perché la stiamo per votare con un referendum. Conviene riflettere tre secondi su quello che è il rapporto tra politica e magistratura nella ex Unione Sovietica. un rapporto caratterizzato da una totale subordinazione del sistema giudiziario all'esecutivo. Esiste infatti una legge, più volte modificata fino ad arrivare alla riforma costituzionale del 2020, che ha ampliato i poteri del Presidente della Federazione russa, quindi di Putin, proprio sull'organo di garanzia, cioè sulla magistratura, inclusa la facoltà di proporre la rimozione dei giudici della Corte Costituzionale e della Corte Suprema, nonché la nomina del Procuratore Generale. I giudici in Russia sono nominati o approvati con un forte coinvolgimento del Presidente. La Camera Alta del Parlamento interviene e rende così la loro carriera dipendente, in maniera praticamente esclusiva, dalla lealtà politica a chi governa il Paese. Sebbene la legge sullo status dei giudici si chiama proprio così, garantisca indipendenza e inamovibilità, la nomina politica e la struttura gerarchica dei tribunali creano a tutti gli effetti una magistratura di governo. Questa è la situazione in Russia. Se vogliamo, sulla base delle dichiarazioni pubbliche che abbiamo ascoltato in questi mesi da Giorgia Meloni, dal ministro Terlonordio, dal ministro Salvini, vicepresidente del Consiglio, dal manipolo di camerati di Giorgia, da Donzelli a Bignami, fino ad arrivare agli ultimi degli ultimi dei peones di Fratelli d'Italia, della Lega e di Forza Italia, Questa subordinazione del sistema giudiziario all'esecutivo è in fondo anche il nostro modello. È vero, in Russia non c'è la separazione dei poteri, perché il potere è uno solo, quello della politica, che decide tutto e il contrario di tutto, e comunque ha la prima zia sull'azione giudiziaria. In Italia, anche se fosse introdotta la separazione dei poteri, o forse proprio perché sarebbe introdotta la separazione dei poteri nelle modalità con le quali la prevede il referendum, ebbene, raggiungeremo alla fine, non ci crederete mai così, perché lo dicono loro stessi, bisogna ristabilire il plenato della politica, la stessa soluzione, la stessa situazione, e cioè la stessa subordinazione del sistema giudiziario e del potere della magistratura al potere politico, cioè all'esecutivo. Voglio sottolineare un aspetto che viene molto spesso sottolineato a sua volta dagli alfieri del sì alla separazione delle carriere e quindi del sì al referendum. Dicono cioè queste anime belle che nel testo della riforma scritta da Meloni e da Nordio non si dice mai in nessun punto che si va a cambiare l'articolo 104 della Costituzione che stabilisce che la magistratura risponde solo alla legge ed è autonoma e indipendente. Costoro usano questo formalismo per spiegare che in nessun modo La riforma che loro propugnano, sperando che passi al vaglio referendario, si tradurrà in un minor potere della magistratura e in un maggior potere della politica, perché non è scritto nel testo della riforma. Questo sottolineano non una, ma dieci volte tutti coloro che guardano l'alberello, ma trascurano di vedere il bosco che gli fa da sfondo. Ebbene, a tutti costoro vorrei far sottolineare un punto. Anche in Russia, anche nella Russia di Putin, a dispetto di quello che dice l'ineffabile Rasputin fazzolari, la Costituzione recita e sancisce formalmente l'indipendenza del potere giudiziario. Ripeto, è scritto nella Costituzione e, aggiungo, come dicevo prima, che la legge sullo status dei giudici a sua volta ribadisce l'indipendenza e l'inamovibilità, oltre che la nomina e la struttura gerarchica dei magistrati e dei tribunali. Allora, è tutto scritto nella Costituzione e nelle leggi, ma nella pratica poi cosa succede? Quello che abbiamo detto e che abbiamo ascoltato. Putin è lo czar indiscusso. Putin sovrintende alle corti supreme e alle corti costituzionali e decide chi deve essere procuratore generale e chi andrà a ricoprire il ruolo di presidente dei tribunali e delle corti federali. Questa è la situazione della Russia e su questo noi andremo a votare. Anche se Fazzolari dice che Putin voterebbe no, Putin ha già da tempo, in modo ideale, naturalmente ragioniamo per paradosso, votato sì. Non solo alla separazione delle carriere, della quale non gliene frega niente, perché quello che conta è la Costituzione materiale, al di là di quella formale. Ma Putin ha votato sì al fatto che la politica domina sull'organo di garanzia della magistratura. E questo, alla fine, è quello sul quale saremo chiamati a votare. E chi vota sì oggi, governo, maggioranza, camere penali, avvocature, chiunque, ragiona esattamente in questi termini. E a questo si appellano i promotori del sì. Come dice, ancora una volta, l'uomo del creblino Vadim Baranov, consigliere dello Zar, non c'è nulla di più saggio che puntare sulla follia degli uomini.
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Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Host: Massimo Giannini
Date: 25 febbraio 2026
Massimo Giannini approfondisce, con il suo stile caustico e analitico, il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri in Italia, collegandolo all’anniversario dei quattro anni della guerra in Ucraina e al parallelo – volutamente paradossale – tra il sistema russo di Putin e le discusse riforme della giustizia proposte dal governo italiano. Punto focale: la provocatoria affermazione di Giovan Battista Fazzolari sul fatto che "Putin voterebbe no" al referendum, utilizzata per riflettere sulla reale autonomia della magistratura e sulla subordinazione tra poteri dello Stato.
[00:26–02:00]
Giannini parte citando "Il Mago del Cremlino" e l’interpretazione di Jude Law nel ruolo di Putin, attingendo alle parole di Vadim Baranov, consigliere immaginario dello zar:
"Lo czar ha restaurato la verticale del potere in Russia… Non siamo più una repubblica, siamo di nuovo un impero… il potere per noi è l’unica soluzione. E quella soluzione si chiama Putin."
(Giannini leggendo Baranov, 00:38)
Il quadro delineato è quello di una Russia che si pone come "fabbrica degli incubi" per l’Occidente, un sistema dove il potere è accentrato. Da qui l’aggancio ironico con la cronaca italiana: l’affermazione che "Putin voterebbe no" al prossimo referendum sulla giustizia in Italia.
[02:00–03:45]
[03:45–07:15]
"Il governo e la maggioranza hanno ingaggiato, in chiave negativa, persino Vladimir Putin. Voterebbe no, perché in Russia... non c’è la separazione delle carriere e quindi siccome ora noi attraverso i buoni uffici delle destre al comando questa separazione la vogliamo introdurre... rappresentiamo un modello di democrazia perfetta ben diversa da quella russa..."
(Giannini, 05:00)
[07:15–09:35]
Giannini esplora come in Russia la magistratura sia subordinata all’esecutivo, citando le riforme del 2020 che hanno ulteriormente ampliato il controllo del presidente sulle nomine dei giudici e del procuratore generale:
"La Camera Alta del Parlamento interviene e rende così la loro carriera dipendente, in maniera praticamente esclusiva, dalla lealtà politica a chi governa il Paese."
(Giannini, 08:30)
Contrasto tra la teoria giuridica (indipendenza sancita formalmente) e la pratica politica: "la nomina politica e la struttura gerarchica dei tribunali creano a tutti gli effetti una magistratura di governo."
[09:35–11:20]
Confronta, attraverso le posizioni pubbliche di Meloni, Nordio, Salvini e altri esponenti di governo, il rischio che anche in Italia, pur adottando formalmente la separazione delle carriere, la sostanza non cambi:
"...anche se fosse introdotta la separazione dei poteri... raggiungeremo alla fine... la stessa subordinazione del sistema giudiziario e del potere della magistratura al potere politico, cioè all’esecutivo."
(Giannini, 10:20)
Smonta l’argomento formale dei sostenitori del sì ("non si tocca l’articolo 104 della Costituzione che garantisce l’autonomia della magistratura"), sottolineando la differenza tra Costituzione formale e Costituzione materiale:
"Anche in Russia, anche nella Russia di Putin… la Costituzione recita e sancisce formalmente l’indipendenza del potere giudiziario... Ma nella pratica poi cosa succede? Quello che abbiamo detto e che abbiamo ascoltato."
(Giannini, 11:15)
[11:20–12:35]
Sostiene che, nella realtà, una volta che la politica si arroga il potere di governare la magistratura, la distinzione tra democrazia e autocrazia diventa labile, e la riforma rischia di essere un alibi per un controllo politico rafforzato:
"Putin ha già da tempo, in modo ideale... votato sì... al fatto che la politica domina sull’organo di garanzia della magistratura. E questo, alla fine, è quello sul quale saremo chiamati a votare."
(Giannini, 12:00)
Conclude citando Vadim Baranov:
"Non c’è nulla di più saggio che puntare sulla follia degli uomini."
(Baranov, citato da Giannini, 12:30)
Sull’anniversario della guerra in Ucraina:
"Quattro anni di sterminio, di massacri, di continue stragi di civili ad opera di un dittatore che intende ricostruire Eurasia."
(Giannini, 02:12)
Sull’ironia di Fazzolari:
"Putin voterebbe no al referendum. In Russia non mi risulta che ci sia la separazione delle carriere. E quindi sì, sicuramente Putin voterebbe no."
(Fazzolari, riportato da Giannini, 04:00)
Sul rischio italiano:
"Anche se fosse introdotta la separazione dei poteri, o forse proprio perché sarebbe introdotta la separazione dei poteri… raggiungeremo la stessa subordinazione del sistema giudiziario… al potere politico."
(Giannini, 10:20)
Chiusura filosofica:
"Non c’è nulla di più saggio che puntare sulla follia degli uomini."
(Vadim Baranov, citato da Giannini, 12:30)
Massimo Giannini utilizza la provocatoria metafora di Putin e del suo sistema autoritario per mettere in guardia dagli effetti sottili e strutturali di una riforma della giustizia che potrebbe, nelle modalità attuali, favorire la prevalenza del potere politico su quello giudiziario, riproducendo – senza dirlo – dinamiche più simili a quelle russe che a quelle delle consolidate democrazie occidentali. L’episodio si chiude con amarezza e ironia sul paradosso politico-giuridico che caratterizza il dibattito italiano di oggi.