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Massimo Giannini
Il mondo è ridotto come un tragico Luna Park. Ogni mattina c'è un autocrate che si sveglia e va a giocare al tiro al bersaglio. Putin bombarda sistematicamente l'Ucraina, ormai da più di tre anni. Ma ormai l'Ucraina non basta più. Il mondo è tanto grande, i satelliti ex-sovietici sono lì, a portata di tiro. E dunque perché non mandare un po' di droni anche in Polonia? Così, per vedere l'effetto che fa. Poi semmai dai droni si passerà a qualcosa di più comodo. Sull'altro fronte Netanyahu fa lo stesso. Non basta tradere al suolo Gaza con missili, cararmati e con tutto quel che serve per spianare la striscia e trasformarla in futuro nella Miami del Medio Oriente. Ogni tanto bisogna anche smarginare ulteriormente, dunque andare a colpire una volta in Iran, una volta in Libano, adesso anche in Qatar. E non solo il Qatar, ma bisogna anche attaccare gli Huti, nello Yemen, violando ogni volta una sovranità, uno spazio aereo, un territorio altrui. E la terza guerra mondiale a pezzi, quella di cui parlava Papa Francesco, Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
Historical Expert / Commentator
Al di là del contenuto, della portata dei due gravi episodi, quel che fa, che crea allarme è il fatto che ci si muove su un crinale in cui anche senza volerlo si può scivolare in un baratro di violenza incontrollata. Quando ero ragazzo ho letto uno dei primi libri di storia sulla scoppio della prima guerra mondiale sul luglio 14, che forse nessuno voleva far scoppiare, ma lì la imprudenza dei comportamenti, come è spesso avvenuto nella storia, provoca conseguenze poi non scientificemente evolute, ma ugualmente provocate dai comportamenti che si mettono in campo.
Massimo Giannini
Ancora una volta, dunque, tocca al nostro Presidente della Repubblica, tocca a Sergio Mattarella, avvisarci su quale sia il crinale pericolosissimo sul quale stiamo camminando. In visita di Stato in Slovenia, insieme alla Presidente di quel paese, Natasja Pirc, Mattarella ricorda quel che accadde nel 1914, quel che lui ha studiato nei libri di storia. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando arrivavamo Ancora tutti gaudiosi dopo gli anni della bella Epoque, il periodo più prolungato di pace e di prosperità che avevamo alle nostre spalle. La stessa cosa che è successa oggi, prima ancora che scoppiasse la guerra in Ucraina e poi l'attacco a Gaza. Anche oggi vivevamo nel periodo più lungo di tranquilla prosperità dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Nel 1914 accade la stessa cosa. Tutti erano sereni e tranquilli, non sembrava di poter immaginare che potesse esplodere un conflitto su scala mondiale. E invece, ricorda Mattarella, le tensioni reciproche tra Stati e poi un piano inclinato nel quale attraverso una serie di grandi errori e piccole provocazioni si finisce per scivolare, magari anche solo per un errore, verso un baratro senza fine. Anche prima del 1914 vivevamo, ci sembrava, nel migliore dei mondi possibili. C'era l'idea che i progressi scientifici e sociali non si potessero più arrestare. Vivevamo nella stagione culturale, filosofica del positivismo. Il più lungo intervallo di stabilità politica anche in Europa era iniziato nel 1815 con la sconfitta definitiva della Francia napoleonica. Poi era proseguito per tutto il XIX secolo tra conflitti minori a carattere molto, molto limitato. Poi un progressivo incancrenirsi di una serie di crisi di tipo regionale, tra potenze che crescevano e altre che si sentivano venir meno la dimensione sovrana di un tempo, fino ad arrivare a quel giorno fatidico A quel 28 giugno del 1914, quando a Sarajevo uno studente bosniaco facente parte della mano nera organizzazione terroristica serba sparò una pistolettata contro l'arciduca ed erede al trono Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia. Bastò quella pistolettata per far esplodere la prima guerra mondiale. Oggi, come sembra ricordarci il Presidente della Repubblica, non sono più le pistolettate. Sono cose ben più serie, ben più gravi. Pensate a quello che sta succedendo nella Russia di Putin. Non basta più l'offensiva sempre più massiccia e sanguinosa in Ucraina, dove ormai vengono colpiti tutti i luoghi della vita civile, compresi i pullman dei pensionati che vanno a riscuotere l'assegno previdenziale alle poste. No, ormai si va anche oltre. L'uomo del Cremlino manda i suoi droni persino in Polonia, innescando un meccanismo che davvero ci può portare all'impensabile, come dice Mattarella. Non è un caso che il presidente polacco Tusk chieda l'aiuto della Nato. Perché sì, in questi casi l'alleanza atlantica scende in campo o dovrebbe scendere in campo o potrebbe scendere in campo in nome dell'articolo 4 del trattato dell'alleanza atlantica. L'articolo 4 che permette ai membri dell'alleanza di consultarsi qualora sia minacciata la sicurezza di uno di essi anche senza che abbia subito un attacco armato. Recita testualmente quella parte dell'alleanza. Le parti si consulteranno ogni volta che nell'opinione di una di esse fosse minacciata l'integrità territoriale, l'indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti. È questo che il presidente polacco Tusk chiede agli alleati del Patto Atlantico. Consultiamoci perché in questa fase può accadere di tutto e l'articolo 4 è solo l'anticamera dell'altro articolo, quello più pericoloso per noi e per tutto il mondo perché innescherebbe davvero un effetto a catena che non potremmo più controllare, il famoso articolo 5 dell'alleanza atlantica che dice le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell'America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti. e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse nell'esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria. Ivi compreso l'uso della forza armata. Eccola il piano inclinato a cui facendo implicitamente il nostro capo dello Stato. Siamo alla vigilia di una dinamica di questo tipo? Arrivare con i droni sul territorio polacco violando il suo spazio aereo, la sua sovranità territoriale, potrebbe innescare l'applicazione dell'articolo 5? Con quali conseguenze? Se ci spostiamo sul fronte israele il quadro non cambia. Anzi, siamo sulla stessa falsa riga. Netanyahu non solo spiana Gaza, ma colpisce un giorno lo Yemen con missili arrivati sulla capitale Sana'a per colpire gli Huti ed era accaduto in Qatar, violata la difesa aerea di quel paese che è sempre stato considerato terra di frontiera. Lo sheikh al-Thani si era prodigato in una prima fase con gli accordi di Abramo e poi anche in quest'ultimo anno e mezzo di offensiva israeliana sulla striscia contro i palestinesi per cercare un punto d'incontro, una mediazione con i tagliagole di Hamas. Israele colpisce anche lì. In tutto questo, l'unico gendarme del mondo che si era candidato per risolverne i problemi Guarda, osserva, inebetito, incapace di muovere un solo dito. Stiamo parlando di Donald Trump, costretto, forse, dal governo israeliano a dover dire di non sapere nulla di quell'attacco in terra catarina. Perché, con tutta evidenza, Trump è sotto ricatto da parte di Netanyahu. Non sappiamo per quale ragione, ma non è in grado, in alcun modo, di fermarne le follie. così come non è in grado in alcun modo di contenere i deliri di ogni potenza neo-imperiale dell'amico Vladimir Dimoska. L'unica cosa che è stato capace di fare Trump in sei mesi di presidenza è non far finire le guerre vere ma lanciarne lui di nuove sul fronte commerciale con i dazzi usati come una clava contro tutto e contro tutti, amici e nemici, alleati e avversari, noi compresi, in modo tale che, alla fine, l'unica vera entità che avrebbe potuto ancora dare un po' di equilibrio a questo mondo impazzito, l'Occidente, è andato in frantumi. L'America non c'è più, ci rimane l'Europa, ma cosa aspettarci dal vecchio continente? Verrebbe da dire, citando il nostro grande poeta, che l'Europa sta sola sul cuor della terra, trafitta da un raggio di sole. Ed è subito sera. E subito sera, e lo abbiamo capito ascoltando il discorso dell'Unione di Ursula von der Leyen, la Presidente della Commissione Europea, oggi caricata di oneri forse persino eccessivi rispetto all'architettura che tiene in piedi la UE. e che cerca di esercitarli come sa e come può, cioè abbastanza male. Ma gli Stati, membri, le danno una mano? Sentite alcuni passaggi del discorso di von der Leyen al Parlamento di Strasburgo di ieri.
Ursula von der Leyen
So, honorable members, the central question for us today is a simple one. Does Europe have the stomach to fight? Do we have the unity and the sense of urgency, the political will and the political skill to compromise? Or do we just want to fight between ourselves, be paralyzed by our divisions? Questo è ciò che tutti noi dobbiamo rispondere. Ogni Stato membro, ogni membro di questa Casa, ogni Commissione, tutti noi. E in miei occhi la scelta è molto chiara. Quindi il mio voto oggi è un voto per l'unità.
Massimo Giannini
La questione, dice Von der Leyen, per me è molto semplice. L'Europa ho lo stomaco per combattere, abbiamo la volontà di unirci, la volontà politica per farlo o vogliamo solo combattere tra di noi? Ai miei occhi la scelta è chiara. Il mio è un appello all'unità. Sono parole sacrosante da questo punto di vista, quelle che la Presidente della Commissione ha pronunciato nell'emiciclo. Ma quello che manca è l'orizzonte politico, culturale, valoriale, una certa idea di Europa e di mondo, che nel discorso piatto di Von der Leyen non si percepisce mai. E quindi quello che risuona forte è il clangore delle armi, anzi il clangore del riarmo verrebbe da dire e cioè il piano di rafforzamento delle spese militari che ciascuno stato membro dovrebbe attuare velocemente a prescindere dai propri impegni sottoscritti con la NATO, secondo quel piano di rearmy U presentato dalla stessa von der Leyen nei mesi scorsi. Un passaggio che forse sarà anche necessario, ma da solo non basta, a salvarci non soltanto la coscienza, ma anche la vita. Perché l'Europa ha bisogno di più. E da questo punto di vista, in un discorso che alla fine per accontentare tutti ha finito in realtà per scontentare quasi tutti, Von der Leyen almeno una cosa importante l'ha detta, e cioè ha rilanciato anche lei la necessità di superare quel voto all'unanimità che finora ha paralizzato l'Unione, concedendo a stati ispirati al sovranismo della terza alleanza costruita intorno all'America di Trump di bloccare qualunque passo avanti. Parlo dell'Ungheria di Orban, della Slovacchia di Fico. La stessa cosa che a più riprese hanno sollecitato padri fondatori dell'Europa, come per esempio Romano Prodi, oppure salvatori dell'Europa come Mario Draghi. Beh, almeno questa campagna, a quanto pare, Von der Leyen se la vuole intestare e vedremo se saprà portarla davvero avanti. Von der Leyen ha molte responsabilità, la più importante delle quali in questo momento è averci dato impasto agli Stati Uniti, accedendo ad un accordo capestro sui Dazi. ma più in generale non ha avuto mai il coraggio che sarebbe servito. E alla fine è stata timida sulle grandi questioni che vanno dal Green Deal fino ad arrivare addirittura ai rapporti con Israele, che solo ora scopre tarati da una condizione di sovraordinazione da parte nostra nei confronti degli interessi di quel paese, di tipo militare, strategico e tecnologico. Ma detto tutto questo, in che modo gli Stati membri aiutano la costruzione europea? In che modo può aiutare una Francia ormai in crisi politica quasi permanente? In che modo può aiutare un'Italia nella quale, ancora una volta, in Parlamento, sulle emozioni di politica estera, ogni partito va per conto suo e non esistono maggioranza e opposizione schierate sulla stessa linea? Per cui alla fine, tra tanti architetti del caos e Dottor Stranamore in azione, guardando al vecchio continente viene da pensare alle stesse cose che i nostri antenati dissero alla fine dell'Ottocento, quando ci costituimmo come Stato nazionale. Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani, su un piano diverso oggi, di fronte alla guerra, planetaria che incombe, viene da pensare che abbiamo fatto l'Europa, ma non siamo ancora stati capaci di fare gli europei. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Antonino Cannavacciuolo
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Antonino Cannavacciuolo
Parola di Antonino.
Episode: Putin, Netanyahu e la pistola carica di Gravrilo Prinzip
Host: Massimo Giannini
Date: September 11, 2025
Questo episodio di “Circo Massimo” vede Massimo Giannini riflettere sulle drammatiche tensioni geopolitiche del nostro tempo, tracciando potenti parallelismi fra la situazione attuale—con i comportamenti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu—e il delicato contesto che portò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La puntata esplora il rischio di escalation globale, l’impotenza delle istituzioni europee di fronte alle crisi contemporanee e sottolinea la fragilità dei meccanismi che dovrebbero garantire la pace. Il tutto viene raccontato con toni incisivi, talora amari, richiamando la lezione della storia e allargando lo sguardo all’Europa d’oggi.
00:41 Massimo Giannini apre con un’immagine forte:
“Il mondo è ridotto come un tragico Luna Park. Ogni mattina c’è un autocrate che si sveglia e va a giocare al tiro al bersaglio. Putin bombarda sistematicamente l’Ucraina, ormai da più di tre anni. Ma ormai l’Ucraina non basta più.”
Estende la critica a Netanyahu, accusato di seguire una logica analoga, con bombardamenti sulle aree limitrofe e attacchi oltre confine (Iran, Libano, Yemen, Qatar, Huti):
“...bisogna anche attaccare gli Huti, nello Yemen, violando ogni volta una sovranità, uno spazio aereo, un territorio altrui.” (01:32)
Giannini richiama la “terza guerra mondiale a pezzi”, secondo l’espressione di Papa Francesco.
01:59 Un commentatore storico riflette sul rischio di scivolare in conflitti per imprudenza e provocazioni, proprio come accadde nel 1914:
“Ci si muove su un crinale in cui anche senza volerlo si può scivolare in un baratro di violenza incontrollata... la imprudenza dei comportamenti, come è spesso avvenuto nella storia, provoca conseguenze poi non scientificemente evolute, ma ugualmente provocate dai comportamenti che si mettono in campo.”
Giannini collega l’allarme di oggi alle parole di Sergio Mattarella in Slovenia, evocando l’atmosfera spensierata della Belle Époque subito prima della catastrofe mondiale:
“Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando arrivavamo ancora tutti gaudiosi dopo gli anni della bella Epoca... La stessa cosa che succede oggi…” (02:42)
Ricorda l’episodio di Gavrilo Prinzip (attentato a Sarajevo del 28 giugno 1914) come simbolo della facilità con cui si può innescare una guerra per una singola azione impulsiva.
05:32–06:45 Sul rischio che l’attivismo aggressivo di Putin provochi l’attivazione dei meccanismi di difesa NATO:
“L’uomo del Cremlino manda i suoi droni persino in Polonia, innescando un meccanismo che davvero ci può portare all’impensabile…”
Spiega la differenza fra Articolo 4 (consultazione in caso di minaccia) e Articolo 5 (difesa collettiva in caso di attacco armato) della NATO, paventando la possibilità concreta di un’escalation incontrollata.
Parallelismi con la situazione israeliana:
“Se ci spostiamo sul fronte Israele il quadro non cambia. Anzi, siamo sulla stessa falsa riga. Netanyahu non solo spiana Gaza, ma colpisce un giorno lo Yemen... era accaduto in Qatar...” (07:32)
Giannini accusa gli Stati Uniti di immobilismo sotto la presidenza Trump, lasciando l’Europa senza una guida:
“L’unica cosa che è stato capace di fare Trump in sei mesi di presidenza è non far finire le guerre vere ma lanciarne lui di nuove sul fronte commerciale… Alla fine, l’unica vera entità che avrebbe potuto ancora dare un po’ di equilibrio a questo mondo impazzito, l’Occidente, è andato in frantumi.” (08:53)
L’Europa viene dipinta come “sola sul cuor della terra, trafitta da un raggio di sole. Ed è subito sera”, citando Quasimodo e rimarcando una sensazione di sbandamento e vulnerabilità del Vecchio Continente.
10:51 Estratto dal discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento Europeo:
“So, honorable members, the central question for us today is a simple one. Does Europe have the stomach to fight? Do we have the unity and the sense of urgency, the political will and the political skill to compromise? Or do we just want to fight between ourselves, be paralyzed by our divisions?... il mio voto oggi è un voto per l’unità.”
Giannini riconosce la correttezza dell’appello all’unità, ma lo giudica privo di visione politica e culturale:
“Sono parole sacrosante… Ma quello che manca è l’orizzonte politico, culturale, valoriale, una certa idea di Europa e di mondo, che nel discorso piatto di Von der Leyen non si percepisce mai. E quindi quello che risuona forte è il clangore delle armi, anzi del riarmo...” (11:28)
Critica la “timidezza” della UE sui grandi dossiers (Green Deal, politica estera) e accusa la stessa von der Leyen di aver ceduto troppo agli interessi politici e commerciali degli Stati Uniti.
“In che modo può aiutare un’Italia nella quale, ancora una volta, in Parlamento, sulle emozioni di politica estera, ogni partito va per conto suo e non esistono maggioranza e opposizione schierate sulla stessa linea?... viene da pensare che abbiamo fatto l’Europa, ma non siamo ancora stati capaci di fare gli europei.” (14:38)
“Il mondo è ridotto come un tragico Luna Park.”
— Massimo Giannini, 00:41
“La imprudenza dei comportamenti, come è spesso avvenuto nella storia, provoca conseguenze poi non scientificemente evolute, ma ugualmente provocate dai comportamenti che si mettono in campo.”
— Historical Expert, 01:59
“Pensate a quello che sta succedendo nella Russia di Putin... l’uomo del Cremlino manda i suoi droni persino in Polonia, innescando un meccanismo che davvero ci può portare all’impensabile.”
— Massimo Giannini, 06:04
“La questione, dice Von der Leyen, è molto semplice. L’Europa ha lo stomaco per combattere, la volontà di unirci, la volontà politica per farlo o vogliamo solo combattere tra di noi?”
— Massimo Giannini (parafrasando Ursula von der Leyen), 11:28
“Abbiamo fatto l’Europa, ma non siamo ancora stati capaci di fare gli europei.”
— Massimo Giannini, 14:38
L’episodio si muove tra il racconto lucido della crisi internazionale e una riflessione disillusa sul ruolo dell’Europa sullo scenario globale. Giannini propone uno sguardo critico ma mai rassegnato, scomoda la storia per risvegliare le coscienze e incita a non sottovalutare i segnali del passato. Un quadro ricco di spunti, scetticismo e provocazione, utile a chi vuole capire il senso del presente e intravedere i rischi del futuro.