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Sapete cos'è la Gig Economy? Ma sì che lo sapete, ormai abbiamo imparato a farci i conti. La Gig Economy è l'indiano o il bangladino che questa sera ci porteranno la pizza a casa. Sono quei nuovi schiavi moderni che a bordo delle loro bici elettriche, quando va bene, dei loro motorini o dei loro scooter, sgobbano per 12-14 ore al giorno facendo consegne in giro per le nostre città a ritmo frenetico. Prendono tra i 2,50€ e i 3€ per ogni pasto che ci consegnano nelle nostre belle case che aspettano solo la loro pizza fumante. Ma la Gig Economy è anche Jeff Bezos, il secondo uomo più ricco della Terra, con un patrimonio che sfiora i 300 miliardi di dollari, proprietario di uno yacht da 125 metri con tre alberi a vela che si chiama Coru e che ha costato 500 milioni di dollari e che di manutenzione costa 50 milioni di dollari l'anno. E noi, e voi che alla Gig Economy apparteniamo in qualche modo, da che parte state? Con il Rider o con Jeff Bezos? Circo Massimo, lo spettacolo della politica, di Massimo Giannini. Dunque, vi sembra un ragionamento un po' troppo populista, il mio, a costare uno degli uomini più ricchi del mondo con i nuovi schiavi del capitalismo contemporaneo? Può darsi che lo sia, ma non me ne vergogno. La gig economy è foriera di questo e di altre ingiustizie. Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando. Gig economy vuol dire economia dei lavoretti, un modello economico basato su rapporti di lavoro temporanei, saltuari, su chiamata. Oppure, spesso, quasi sempre, intermediati da piattaforme digitali, o da app, Uber, Deliveroo, Airbnb, Glovo, tutta merce che ormai abbiamo imparato a conoscere. Fa parte delle nostre vite, la usiamo quotidianamente, ora per ora, si potrebbe dire. E dunque, guai a criminalizzarla, per carità, ci ha cambiato la vita, da molti punti di vista. Un business enorme, se consideriamo che insieme a quella e con la logistica, ed è il motivo per il quale vi parlavo di Jeff Bezos, l'uomo che ha di fatto inventato la Gig Economy, ne è stato il pioniere, è ormai diventata un business colossale, a livello mondiale, per Amazon lo sappiamo, ma anche in Italia, dove ha un giro d'affari da 100 miliardi di euro. rappresenta grosso modo il 7% del prodotto interno lordo del paese e incarna la vita di qualcosa come 100.000 aziende grandi, medie, soprattutto piccole o individuali. In fondo i rider, questi sono Imprenditori che, in totale autonomia e con principi di totale flessibilità, che appunto 9 volte su 10 sconfina nella schiavitù, fanno un lavoro per conto delle grandi piattaforme. In cambio di cosa? Stipendi da fame, senza nessun diritto, senza nessuna garanzia. Si calcola che i rider in Italia siano grosso modo 40.000. Ciclicamente viene fuori lo scandalo. e cioè si scopre, con tutta l'ipocrisia della quale siamo capaci, che questi poveracci vengono trattati da schiavi. Da chi? Appunto dai padroni delle piattaforme. E così, come un fiume calzico, ogni tanto riesplode lo scandalo. Viene fuori qualche grande inchiesta della magistratura, la solita magistratura sempre accusata da chi ci governa di fare l'interesse o di non fare l'interesse delle povere persone non protette. Non è così. Ora la procura di Milano, attraverso il PM Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza un controllo giudiziario per capo ralato nei confronti di Fudigno, la società di delivery, e il colosso spagnolo Glovo, nominando peraltro un amministratore giudiziario. Risulta infatti attraverso le indagini e le intercettazioni effettuate presso i manager di questa filiera produttiva che veniva sistematicamente violato in rispetto delle norme e delle condizioni lavorative dei dipendenti che poi dipendenti non sono perché come abbiamo detto sono in qualche modo piccoli imprenditori di se stessi che facevano servizi per conto di questa piattaforma. Lo sfruttamento era ai limiti della fame dicono testualmente i magistrati nelle loro carte che l'amministratore delegato di questa società avrebbe impiegato mano d'opera in condizione di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, in particolare corrispondeva ai Raider appunto in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale una retribuzione in alcuni casi inferiori fino al 76,9% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino all 81,6% rispetto alla contrattazione collettiva. Dunque una retribuzione non proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato. al fine di garantire un'esistenza libera e dignitosa secondo quanto previsto formalmente dall'articolo 36 della Costituzione. In altre parole, questi signori violavano palesemente le normative previste dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale. Non è la prima volta e non sarà l'ultima, purtroppo, che avvengono scandali di questo tipo. Sappiamo benissimo che il nuovo proletariato è quello di chi fa queste consegne a domicilio e le abbiamo visti più volte, alcuni sono persino morti, consegnare il cibo in condizioni proibitive, anche dal punto di vista meteorologico. Ci ricordiamo tutti quelle foto di quei poveracci che pedalavano faticosamente su strade completamente sommerse durante le ultime alluvioni, soprattutto in Emilia-Romagna. hanno pedalato e pedano quando nevica quando fanno 40 gradi all'ombra in qualunque situazione non si fermano mai perché fermarsi vorrebbe dire non guadagnare e non guadagnare vorrebbe dire morire di fame le testimonianze sono agghiaccianti anche dei soggetti coinvolti da questa inchiesta che riguarda Fudinio e quindi Glovo Un rider dice testualmente sono sempre geolocalizzato tramite l'app e se sono in ritardo con una consegna Glovo mi chiama per sapere che succede. Il compenso varia tra 2,50 e 3,70 euro a consegna. E così via così via. Le testimonianze sono tutte di questo tenore. Attraverso una fatica immane che si traduce in 12-14 ore al giorno, i nuovi schiavi del capitalismo moderno riescono a portare a casa, se e quando va bene, tra le 800 e le 900 euro al mese. Senza altro. Senza straordinari. Senza malattia. Senza ferie. Senza domenicali. Meno che mai festivi, figuriamoci. Quando si amavano, stanno a casa e non guadagnano. Quando cadono si fanno male, stanno a casa, non guadagnano. Se gli rubano lo scooter o la bicicletta, cosa che capita mediamente a un rider su due, stanno a casa, non guadagnano. L'unico modo che hanno per guadagnare è vivere da schiavi. E allora non aspettiamo il prossimo scandalo o la prossima inchiesta per ricordarci di loro. Verrebbe da dire che un atto di disobbedienza civile basta. Non usiamo più queste piattaforme. Non sfruttiamo più questa povera gente. Ma sarebbe ingiusto anche quello. Perché se gli neghi anche quel lavoro, per quanto miserabile, per quanto schiavizzato, cosa gli rimane? Questo è il ricatto del capitale, oggi, purtroppo. al quale non solo loro ma anche noi in qualche misura siamo esposti quello che non dovremmo negarli perlomeno quando sfruttiamo anche noi consapevolmente o meno i loro servizi è una lauta mancia se la meritano loro molto più di Jeff Bezos E per finire, scusate se mi concedo quest'ultima scivolata populista, al di là di quello che possiamo far noi, di quello che dovrebbero fare i sindacati, forse servirebbe anche un governo che si occupasse dei diritti di questi penultimi o di questi ultimi della terra, invece di preoccuparsi di garantire un posto sul palco a Sanremo per Andrea Pucci. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Host: Massimo Giannini
Date: February 10, 2026
In questa puntata di "Circo Massimo", Massimo Giannini riflette sulle contraddizioni della gig economy, sottolineando la distanza tra i grandi profitti delle piattaforme globali, incarnati da figure come Jeff Bezos, e le condizioni di precarietà estrema vissute da migliaia di rider in Italia. Attraverso una narrazione coinvolgente e dati concreti, Giannini denuncia lo sfruttamento dei nuovi lavoratori del capitalismo digitale e l’insufficienza delle risposte istituzionali e sindacali, sollecitando una presa di coscienza collettiva.
Sul confronto tra Bezos e i rider:
Sulle condizioni lavorative:
Sul ruolo delle istituzioni:
Massimo Giannini usa un linguaggio diretto, talvolta volutamente “populista”, per scuotere la coscienza degli ascoltatori e portare in primo piano le ingiustizie sociali insite nel modello della gig economy. Il tono è appassionato e indignato, senza rinunciare a dati precisi e alle testimonianze dirette che danno forza all’argomento.
Un episodio d’impatto che mette a nudo le ombre del miracolo digitale e consegna agli ascoltatori una domanda scomoda: da che parte vogliamo stare? Con chi guida lo yacht o con chi consegna la pizza sotto la pioggia?