
Loading summary
A
Sfogliatella, brioche, bombolone. Mamma mia, che buono. Paese che vai, colazione che trovi, ma dopo mangiato fuori casa, quando non c'è lo spazzolino, c'è Degam.
B
Con Floro Calcexilitolo, un valido aiuto per la tua igiene orale.
A
Ascolta Antonino. Quando le ferie finiscono e la trentenne torna in città, nulla può turbarne la quiete. Con Zalando trova i suoi outfit da casa. Li prova davanti al suo specchio e si rilassa scegliendo i suoi nuovi look.
C
Cosa mi metto per rientrare in ufficio?
A
Shopping senza stress, con Zalando.
C
Se ne sono andati in quattro, in un giorno qualunque, in un giorno solo, ancora una volta uccisi dal lavoro, non morti sul lavoro, come sempre si dice per scaricarsi la coscienza, come se crepare per portare a casa uno stipendio fosse un rischio da mettere sempre nel conto. Una tragica fatalità è la formula usata da una civiltà in rovina come la nostra. che considera le vittime di un ingranaggio socio-produttivo spietato come effetti collaterali di un sisma, di un'alluvione, di un'aneteorite. E invece no. I morti di lavoro sono il terribile epilogo di un altro meccanismo. che non ha nulla a che vedere col fato col destino o col caso si chiama principio di responsabilità ed è quello che esseri umani applicano ed esercitano nei confronti di altri esseri umani come i carnefici nei confronti delle vittime Circo Massimo lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
D
Quello delle morti sul lavoro è una piaga che non accenna da restarsi e che nel nostro Paese ha già mietuto in questi primi mesi centinaia di vite, con altrettante famiglie consegnate alla disperazione. Non sono tollerabili né indifferenza né rassegnazione. È evidente che l'impegno per la sicurezza del lavoro richiede di essere rafforzato. riguarda le istituzioni, lo ha annunciato la Presidente del Consiglio, riguarda le imprese, riguarda i lavoratori. Ringrazio Cgn e Cislo Will per aver scelto la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro come tema di un primo maggio unitario. Tra due giorni celebremo la data simbolo del primo maggio, la festa del lavoro. Un lavoro che non può essere quello di consegnare alla morte, ma che sia indice di sviluppo, motore di progresso, sia strumento per realizzarsi come persona.
C
Quello che avete appena sentito è il Presidente della Repubblica Mattarella. Le sue parole non sono di oggi, ma risalgono al 25 aprile scorso. alla vigilia di un primo maggio nel quale il capo dello Stato volle testardamente riproporre il tema della sicurezza e delle morti sul lavoro per invocare alle opinioni pubbliche e alle autorità politiche un'attenzione che finora non esiste. Per dire non sono accettabili né indifferenza né rassegnazione. Per ricordare che la festa del primo maggio è la festa di un lavoro che serve per vivere e non può servire per morire. Da allora non è cambiato nulla. Solo una settimana fa il capo dello Stato di fronte all'ennesimo incidente, all'ennesima vittima, ha riproposto il tema dicendo non è più accettabile, basta, basta. Ma nulla cambia. e oggi ci risiamo. Quattro in un solo giorno si chiamavano Iosif Gamallo, Salvatore Corbello o Daniele Cucchiaro e così via. Avevano 69, 48, 53 anni e sono finiti così mentre facevano il loro mestiere e il loro dovere per un piatto di minestra. A Torino, a Monza, a Catania, a Roma, su una banchina del Lungotevere. Cambiano le età, cambiano i luoghi, ma non cambia il risultato. Il lavoro continua ad uccidere, mentre dovrebbe servire solo per vivere. Per vivere con dignità e con libertà. E invece in questi primi sette mesi dell'anno siamo già arrivati a 607 caduti. L'anno scorso furono 1077 i morti sul lavoro o di lavoro, come è più giusto dire. Di questo passo, quest'anno, la cifra aumenterà sensibilmente. E non c'è niente da fare. Quel lampo di cui parlarono Stefano Massini e Paolo Iannacci in un indimenticabile Sanremo di due anni fa continua a illuminare la notte di persone in carne ed ossa che cadono sotto i colpi di un sistema barbaro. Continua a illuminare le notti delle famiglie che restano, le uniche che soffrono per questa ecatombe che non finisce mai. L'articolo 1 della Costituzione ci ricorda quello che abbiamo già dimenticato da tempo. L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Mattarella lo dice sempre. Ma che lavoro è? Quello che uccide. uccidono le grandi aziende e qui ricordiamo le solite grandi tragedie la ThyssenKrupp a Torino ci vogliono dieci anni perché passasse ingiudicato la sentenza di condanna nei confronti dei manager tedeschi di quel colosso siderurgico e poi Brandizzo e poi Casteldaccia e poi Firenze e poi Calenzano committenti di lavori pubblici le grandi aziende private statali o comunque controllate dal tesoro, di Sencrup abbiamo detto, oppure Selunga, gigante della distribuzione, oppure l'Enel a Casteldaccia, oppure l'Eni a Calenzano, oppure le ferrovie a Brandizzo. Fanno le gare, le vincono le imprese che poi subappaltano e qui scoppiano le tragedie minori subappalti spezzettati in mille rivoli senza controlli da parte di nessuno al cantiere S lunga lavoravano 62 imprese tutte piccole micro aziende nelle quali i controlli di sicurezza di fatto non esistono è quella guerra minore di cui parlava George Orwell nel 1937 quando parlava dei miniaturi inglesi ma appunto parliamo di quasi un secolo fa ma quella guerra minore continua continua appunto nelle micro aziende continua nei campi dei pomodori dove quasi 3 milioni di lavoratori irregolari operano in nero, raccolgono futta e verdura e ce la portano fresca sulle nostre tavole. Quella tragedia continua anche nei cantieri edili, dove non c'è verso di far rispettare le norme, continua nelle scuole dove il meccanismo scuola-lavoro porta a morire persino giovani studenti di 18 anni. Appunto, la guerra minore, come si è detto. Di chi è la colpa lo sappiamo, la politica, le autorità, le imprese e forse anche i sindacati che si sono svegliati tardi. Per quel che riguarda la politica ci basterà ricordare quella scena indimenticabile nello scorso inverno quando si celebrò la scomparsa di Satnam Singh, un altro degli schiavi del capolarato del Sud, abbandonato davanti a un portone con il braccio amputato sarebbe morto poi dissanguato. Lo ricordò Giorgia Meloni in un dibattito in Parlamento quasi surreale. Quando lo nominò si alzò tutto l'emiciclo ad applaudire. Restarono seduti Tagliani e Salvini e Meloni in un fuorionda che restagliati dovette dir loro Regà, alzatevi pure voi! Come dire, fate almeno questo sforzo. Ma di sforzi non se ne fanno, non ne fa la politica, non ne fa la magistratura. I palazzi d'ingiustizia li chiama Bruno Giordano, magistrato famoso per il suo impegno nella lotta a quelle che un tempo si chiamavano le morti bianche, trascritto in un libro importante, Operai Cilio, pubblicato insieme al giornalista di Repubblica Marco Patucchi. errori giudiziari, orrori normativi come il testo unico sulla sicurezza presentato dal ultimo governo Prodi e poi manomesso dal governo Berlusconi del 2008-2011, poi il sistema nazionale di prevenzione attivato da Draghi mai attuato e poi la patente a punti in edilizia introdotta dal governo Meloni ma tradotto in modo del tutto surreale e dissennato e infine Il codice dei contratti Publish, con l'introduzione dei subappalti e la riduzione della soglia per i lavori dati in affidamento privato senza gara pubblica, voluti da Salvini per liberare il mercato, per far girare l'economia, come si dice. E pazienza se facendo girare quell'ingranaggio c'è della gente che muore. E così, se nella Repubblica fondata sul lavoro il lavoro uccide, allora si ammala e muore anche la democrazia. Lo sappiamo qual è il punto. Partendo dall'analisi marxiana del fenomeno e ragionando di cause strutturali c'è il trionfo del capitalismo sempre più vagabondo senza fissa dimora come scriveva Gramsci un secolo fa ora con la globalizzazione sempre più vagabondo e sempre sempre più privo di dimora ma non solo di dimora anche di tetto e di legge un capitalismo che tratta il lavoro come pura merce oppure come commoditi. Tanto è vero che le sei più grandi società del pianeta, Amazon, Alphabet, Apple, Microsoft, Meta e Netflix, negli ultimi tre anni hanno macinato profitti per quasi 600 miliardi e ricavi per oltre 3.000 miliardi. e nel frattempo hanno licenziato 760.000 dipendenti, lucrando al tempo stesso plus valenze in borsa del 900%. Questo è il trionfo del capitalismo, al quale fa da contraltare il trionfo dell'individualismo, perché quel modello sociale impera anche nella filiera più bassa della produzione, che riguarda le medie imprese, le piccole imprese, fino ad arrivare all'artigiano. Tutti preoccupati solo di difendere i margini di profitto. E addio giustizia di classe, come la chiamava il grande Luciano Gallino. L'abbiamo visto. A tutto questo contribuiamo anche noi, con la nostra indifferenza. Un esempio si è avuto con i rider durante le ultime alluvioni. incentivati dai colossi del delivero, con soldi in più se avessero fatto le consegne lo stesso, attraversando veri e propri fiumi in piena, e noi a casa ad aspettare che arrivasse il pasto caldo portato dai nuovi schiavi. La lotta di classe non è finita, l'abbiamo vinta noi, ha ricordato Warren Buffett, uno dei giganti di Wall Street, che lucra sulla pelle degli altri. al trionfo del capitalismo e al trionfo dell'individualismo fa da contraltare la fine della politica che per la sinistra è una vera e propria sconfitta chi se non la sinistra dovrebbe recuperare quell'idea di lavoro come strumento che serve a trasformare un individuo in cittadino attraverso l'acquisizione dei suoi diritti chi se non la sinistra dovrebbe preoccuparsi di garantire sicurezza sul lavoro e non morte sul lavoro Resta agli atti la grande elezione di Antonio Gramsci, nel febbraio 1917, quando scriveva «Se l'uomo politico sbaglia nella sua ipotesi, è la vita degli uomini che corre pericolo, e la fame è la rivolta per non morire di fame». Perché si provveda ai bisogni degli uomini è necessario sentirli, questi bisogni, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Le autorità italiane, scriveva Gramsci, Ignorano la realtà. Ignorano l'Italia in quanto è costituita da uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Non sanno rappresentarsi il dolore degli altri. Era vero nel 1917. È ancora più vero oggi. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione. One Podcast.
A
Fritturino calamaretti, sfogliatello babà. Vuoi scoprire lo street food più buono di Napoli? Te lo consiglio io di persona.
B
Fino al 30 novembre 2025, con un pack Degam, ogni settimana puoi vincere un weekend a Napoli per conoscere Chef Cannavacciolo. E ogni giorno una pratica lunch bag.
A
Con Degam vinci Napoli e poi mangi.
B
Regolamento su Degam.it.
Episode: "Se il lavoro uccide, muore anche la democrazia"
Host: Massimo Giannini
Date: September 9, 2025
In questa puntata, Massimo Giannini affronta con lucidità e passione il drammatico tema delle morti sul lavoro in Italia. Attraverso una panoramica amaramente dettagliata delle responsabilità e delle radici strutturali di questa strage silenziosa, Giannini lega il mancato rispetto per la vita dei lavoratori alla crisi profonda della democrazia italiana. Abbracciando riferimenti storici, politici e culturali, la sua riflessione si apre anche agli ambiti del capitalismo globale, della debolezza politica e della perdita di coscienza civile, interrogando il reale valore che il lavoro ha oggi nel nostro Paese.
Sulla chiusura delle coscienze:
"Come se crepare per portare a casa uno stipendio fosse un rischio da mettere sempre nel conto." (00:47) – Massimo Giannini
Principio di responsabilità:
“I morti di lavoro sono il terribile epilogo di un altro meccanismo [...] Si chiama principio di responsabilità...” (01:37) – Massimo Giannini
Dati sulle morti:
"In questi primi sette mesi dell'anno siamo già arrivati a 607 caduti. L'anno scorso furono 1077 i morti sul lavoro o di lavoro, come è più giusto dire." (03:41) – Massimo Giannini
Critica all’indifferenza sociale:
"A tutto questo contribuiamo anche noi, con la nostra indifferenza." (09:35) – Massimo Giannini
Capitalismo senza legge:
"Un capitalismo che tratta il lavoro come pura merce oppure come commodity." (08:26) – Massimo Giannini
L’eredità di Gramsci:
"Le autorità italiane, scriveva Gramsci, ignorano la realtà. Ignorano l'Italia in quanto è costituita da uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo." (12:04) – Antonio Gramsci citato da Massimo Giannini
La puntata si conclude con un appello amaro ma chiaro: se nella repubblica fondata sul lavoro il lavoro continua a uccidere, allora si ammala e muore anche la democrazia. Giannini esorta le istituzioni, la politica e la società tutta a riscoprire un senso vero di responsabilità e solidarietà, perché solo così si potranno fermare le "ecatombe" nei luoghi di lavoro e tornare a dare senso all'articolo 1 della Costituzione.