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Dunque, il popolo sovrano ha parlato, finalmente. E quello che ha detto è inequivocabile. In una delle ordalie referendarie più avvelenate e bugiarde di sempre, alla fine, il no ha prevalso. Gli italiani hanno deciso che la Costituzione non si tocca, non si manomette, non si manipola, soprattutto se a farlo è solo una parte ai danni dell'altra. e poi hanno anche respinto l'assedio che un potere dello Stato voleva compiere nei confronti di un altro potere dello Stato, perché gli italiani tutto sommato si sentono molto più garantiti dalla magistratura che non dalla politica. E questa è una lezione clamorosa che il governo in carica, quello di Giorgia Meloni, farà bene a tenere in alta altissima considerazione. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
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La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. L'abbiamo sostenuta fino in fondo e poi abbiamo rimesso la scelta ai cittadini e i cittadini hanno deciso e noi come sempre rispettiamo la loro decisione. Resta chiaramente il rammarico per un'occasione persa di modernizzare l'Italia, ma questo non cambia il nostro impegno per continuare con serietà e determinazione a lavorare per il bene della nazione e per onorare il mandato che ci è stato affidato. Andremo avanti come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, con determinazione e soprattutto con rispetto verso l'Italia e verso il suo popolo.
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E dunque, eccola qua la grande sconfitta. Giorgia Meloni, l'avete sentita? Con un video più moderato, più rassegnato se vogliamo che mai, la Presidente del Consiglio commenta con queste parole il risultato direi clamoroso e sorprendente del referendum sulla magistratura e lo fa prendendo atto della sconfitta rispettando il voto del popolo sovrano ma garantendo andiamo avanti nulla cambia per noi. Ricorda un po' il protagonista di quella splendida canzone di Francesco De Gregori, Titanic. Il comandante, dopo che il transatlantico meraviglioso è andato a sbattere contro l'iceberg, guarda il mozzo di bordo che lo avverte dell'imminente affondamento di quel gioiello della marina planetaria e gli dice, mozzo di bordo, io non vedo niente, andiamo avanti tranquillamente. Ecco, questo atteggiamento della Premier può anche apparire comprensibile, ma è ovvio che dal punto di vista politico da adesso in poi nulla sarà più come prima. Cade l'aura di invincibilità che finora aveva avvolto la nostra capa del governo nel nostro paese e in campo internazionale. Non è più la regina che tutto quello che tocca lo trasforma in oro. Anzi, stavolta, dopo averci massicciamente messo la faccia, incassa una delle disfatte più clamorose, peraltro sull'unica riforma fatta finora, anzi più che fatta, tentata finora da questo esecutivo di scappate di casa, consentitemi di dirlo. E dunque il significato di questo voto è tutto politico, come era ovvio. Gli italiani, dicendo no alla riforma Meloni-Nordio, Non hanno solo detto no alla separazione delle carriere, non hanno detto solo no ai due CSM, non hanno detto solo no all'introduzione dell'alta corte disciplinare per i magistrati, non hanno detto solo no al sorteggio per l'elezione dei membri laici del CSM. No, hanno detto no a un governo che per tre anni e mezzo è girato a vuoto. ha girato a vuoto sulla politica estera, incardinata intorno all'abbraccio mortale con Donald Trump che sta trascinando dell'abisso l'economia di tutto il mondo. E hanno detto no alla messe intollerabile di promesse mancate. L'abolizione delle accise e stiamo vedendo in questi giorni che al benzinaio paghiamo il carburante il doppio di quello che costava prima. Le tasse da ridurre e stiamo toccando con mano che la pressione fiscale è salita al 43% e passa per cento, il record degli ultimi dieci anni. alle liste d'attesa che dovevano essere risolte con un decreto farlocco di un anno e mezzo fa e invece la sanità continua ad andare in rovina e con essa tutti gli italiani che non si possono più curare perché non hanno risorse per farlo. I salari che, come sappiamo, da 25 anni ormai sono per i 10, 12, 20% più bassi di quelli medi di Germania e Francia e Meluni aveva promesso che avrebbe risolto anche questo problema, è invece niente, ha detto no anche al salario minimo. È tutto questo che è precipitato nell'urna di questo sciagurato referendum. Ma insieme a questa valutazione ci sarà modo e tempo per capire che impatto avrà sulla tenuta del governo, sulla possibile durata di un governo che al suo interno, tra le sue fila, ha un numero insopportabile di impresentabili, a partire da quel guardasigili nordio che insieme alla Premier su questa riforma ci ha messo la faccia fino in fondo, usando tutti gli strumenti mediatici più tossici che si possano immaginare, definendo il CSM una consorteria paramafiosa. Insieme a lui il sottosegretario del Mastro, altro esponente del Dicastero della Giustizia, socio in affari con la figlia di un prestanome di un camorrista famoso, Senese O'Pazzo, e insieme a loro Santanchè, Lollobrigida e tutti i ministri di un'armata brancaleone che ormai non può più reggere. E vedremo se reggerà. E poi vedremo anche se Giorgia Meloni avrà l'ardire, a questo punto, di rilanciare, invece di prendere atto della sconfitta, la riforma della legge elettorale, altro colpo di mano fatto a maggioranza, oppure addirittura se avrà l'ardore di riproporre agli italiani l'altra grande riforma costituzionale che avevano messo in campo, cioè quella dell'elezione diretta del Presidente del Consiglio, un modo per trasformare la nostra democrazia in capocrazia pensata, ideata e scagliata contro l'attuale inquilino del Colle, e cioè quel Sergio Mattarella nei cui confronti tutti gli italiani hanno una stima incommensurabile. Vedremo se la sorella d'Italia avrà il coraggio di fare anche questa sfida. Io lo ne dubito, ma in ogni caso Ora tutto questo lo mettiamo in secondo piano e pensiamo solo a che cosa è successo in questo tornante storico di questo Paese. Sì, stavolta lo possiamo definire così, un tornante storico, perché appunto questo voto cambia radicalmente lo scenario politico di questo Paese. Questo referendum a cosa serviva se non a propiziare l'ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo, dopo aver fagocitato il legislativo, doveva divorare anche il giudiziario. Per tre mesi la premiera ha trascinato il paese nella notte della ragione, dove, al contrario delle vacche nere di Hegel, tutte le toghe sono rosse. E dunque andavano delegittimate e punite. E se questo era il fine, tutti i mezzi erano giustificati, non solo l'uso della disinformazione come strumento di alterazione cognitiva, ma anche l'abuso dei fatti di cronaca, passati e presenti. dai quali spremere l'indignazione popolare, scagliarla contro i magistrati e poi convogliarla dentro le urne. L'esito di questo referendum fa crollare questo castello di carte. Io ho partecipato a tante iniziative in giro per l'Italia in questi tre mesi. Ricordo le prime a Genova e a Napoli, quando arginare l'Onda del Sì pareva impossibile. Ho visto tanti teatri pieni, non solo a Roma o a Torino, a Verona o a Catania, ma ancora di più nei centri minori, da Bracciano a Cuneo a Merate. Ho parlato con tante persone, non addette ai lavori e ai livori, e mi sono fatto alcune idee. La prima cosa che mi è stata chiara è che se non ti fermavi al testo ma descrivevi il contesto, la gente capiva, capisce e ha capito. Se prima di affrontare la montagna della separazione delle carriere tra giudici e PM, i due CSM, l'alta corte disciplinare, scalata faticosa per un qualunque comune cittadino, Se provavi ad allargare l'orizzonte e a descrivere cosa sta succedendo nel mondo a tutte le democrazie, la gente capiva, capisce, ha capito. Se prima di spiegare le criticità del sorteggio e le disparità tra membri togati e membri laici, complicate per chiunque non abbia dimestichezza con le regole della rappresentanza. Provava invece a raccontare quello che fanno i Trump e i Millet, gli Erdogan e gli Orban per forzare i limiti della loro potestà. La gente capiva, capisce, ha capito. Se prima di illustrare i pericoli di un pubblico ministero trasformato in avvocato dell'accusa e non più organo della giurisdizione, concetto criptico per chiunque non frequenti un'aula di tribunale. Provavi invece a dimostrare come i nuovi autocrati tendano ovunque a svuotare da dentro le liberaldemocrazie, protamando Montesquieu e il principio di separazione e bilanciamento dei poteri. La gente capiva, capisce, ha capito. Se prima di avventurarti sul sentiero delle correnti e del discredito sotto il quale la stessa politica che le ha ispirate e strumentalizzate vorrebbe ora seppellirle? Impervio per chi non ne ha mai seguito la genesi. Provavi invece a descrivere la solida trama che unisce Silvio Berlusconi delle leggi ad personam, Donald Trump delle milizie dell'Aisi e infine l'underdog della garbatella che vuole l'elezione diretta del Presidente del Consiglio e dei decreti sicurezza. Ebbene, la gente capiva, capisce e ha capito che con tutti i suoi difetti la democrazia dell'era moderna non muore più per i colpi di Stato, ma per la lenta regressione dei suoi capisaldi. Il modus operandi di chi vinte le elezioni mira a piegare la delega ottenuta dal popolo per comprimerne la libertà, le garanzie e i diritti. La seconda cosa che mi è stata chiara è che la gente, nonostante tutti i tentativi di svilirla, vuole bene alla Costituzione. Se gli documentavi in che modo le destre che governano ambiscono a governare, cercano tutte allo stesso modo di manomettere le costituzioni formali e materiali, modellandole sui loro dispositivi di comando, la gente capiva, capisce e ha capito. Ha capito quando ancora prima di sviscerare il perché questa pseudoriforma non funziona nel merito, gli illustravi cosa la rendeva inaccettabile nel metodo. Capiva, capisce, ha capito la gente quando rievocavi lo spirito della Costituzione del 1946, il benedetto croce che in apertura dei lavori diceva Beni Creator Spiritus, come il camerlengo che chiude le porte della Sistina, dove i cardinali eleggeranno il Papa. Oppure il Piero Calamandrei che anni dopo dirà «Quando si decide sulle regole, i banchi del governo devono restare vuoti». La gente capiva, capisce e ha capito quando al contrario gli spiegavi che ancora una volta una maggioranza protempore imponeva la sua legge, quella del più forte, che non ammette né suggerimenti né emendamenti, e andava e va approvata così com'è, contro una metà di Parlamento e di Paese. Capiva, capisce e ha capito quando gli ricordavi che lo stesso errore, fatto dalla sinistra nel 2001 con la riforma del titolo quinto, lo hanno fatto altri governi prima di questo. E gli spiegavi il nefasto canone del 6, numero diabolico, non per caso. Lo stesso strappo costituzionale lo azzardarono Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016 e ora Meloni nel 2026. Una sedicente grande riforma ogni dieci anni. utile solo a rifondare il dominio di un leader. A Silvio e a Matteo andò malissimo, ora sappiamo che è andata altrettanto male anche a Giorgia, perché la gente capiva, capisce e ha capito che la Costituzione è la casa comune di tutti gli italiani e va abitata con cura e premura, non occupata da una banda di inquilini contro l'altro. La terza e ultima cosa Che mi è stata definitivamente chiara è che la gente non merita la disgustosa messe di falsità che gli è piovuta addosso in questi tre mesi. Abbiamo sentito di tutto. Una premier dai comici salotti Rai, Seto o i comodi microfoni di Fedez annunciare all'Italia le sette piaghe d'Egitto, se non avrebbe vinto il sì. La patria invasa di migranti e pedofili, stupratori e spacciatori, tutti liberi grazie ai giudici compiacenti che non ci lasciano governare. Abbiamo sentito ministri e capi di gabinetto sparlare di magistrati come plotoni di esecuzione di cui liberarsi, di CSM come consorterie paramafiose. DPM peggio di un cancro. Li abbiamo sentiti cavalcare senza vergogna i casi Tortora, i casi Garlasco, i centri in Albania, i bambini nel bosco e spergiurare che col sia avrebbero posto fine agli errori giudiziari. sarebbero tornati i cervelli in fuga, sarebbe cresciuto il pil. Li abbiamo visti in seduta spiritica invocare le anime nobili di Falcone, Borsellino, Vassalli per fargli dire quello che non avevano mai detto. Che le carriere separate erano una benedizione, che il CSME li aveva assassinati, che il processo accusatorio va completato. Troppo anche per il teatrino ipnotico tricolore che Giorgia Meloni ha messo in piedi da tre anni e mezzo a questa parte. Una democrazia liberale non è un allegro carnevale, quello di chi si ritrova in piazza a celebrare il capo, come scriveva Piero Gobetti. E per quanto logorata, una democrazia che vuole rimanere tale ha bisogno di verità. Per questo gli italiani hanno votato no per la verità e per la democrazia, cioè i beni più preziosi che ci restano. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Episode: "Un no alla capocrazia, in nome della Costituzione"
Host: Massimo Giannini
Date: March 24, 2026
In this episode, Massimo Giannini offers his sharp, passionate commentary on the results of a pivotal referendum on judicial reform in Italy. The resounding "no" from the electorate not only blocks the government’s proposed changes to the justice system but also signals a major blow to Giorgia Meloni’s administration. Giannini dissects the deeper political and social implications of this defeat, explores the role of truth and civic engagement in democracy, and criticizes the methods and narrative adopted by the country's leadership.
[00:02] Massimo Giannini:
"Il popolo sovrano ha parlato, finalmente. E quello che ha detto è inequivocabile… la Costituzione non si tocca, non si manomette, non si manipola, soprattutto se a farlo è solo una parte ai danni dell'altra."
[01:10] Giorgia Meloni (audio):
"La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza… Resta chiaramente il rammarico per un'occasione persa di modernizzare l'Italia, ma questo non cambia il nostro impegno…"
[01:54] Massimo Giannini:
"Ricorda un po' il protagonista...Titanic… 'mozzo di bordo, io non vedo niente, andiamo avanti tranquillamente.'… Ma è ovvio che dal punto di vista politico da adesso in poi nulla sarà più come prima."
[Throughout] Massimo Giannini:
"La gente capiva, capisce, ha capito… la Costituzione è la casa comune di tutti gli italiani e va abitata con cura e premura, non occupata da una banda di inquilini contro l'altro."
[Finale] Massimo Giannini:
"Per questo gli italiani hanno votato no per la verità e per la democrazia, cioè i beni più preziosi che ci restano."
This episode serves as both a chronicle of a turning point in Italian politics and a warning against complacency, emphasizing that the defense of constitutional democracy is a constant civic duty.