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Dacia/Miele Advertiser
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Massimo Giannini
Miele per sempre. One Podcast. Diceva Blaise Pascal in uno dei suoi più celebri aforismi, poiché non si poteva trovare la giustizia, si è inventato il potere. Il grande francese, giurista, filosofo, matematico, fisico, teologo del Seicento, intendeva dire con questa frase che di fronte all'impossibilità di stabilire una giustizia oggettiva e universale, dunque riconosciuta da tutti gli uomini, la civiltà umana ha creato il potere, poi anche le leggi, per cercare di fissare e stabilire un ordine sociale, per quanto imperfetto. Ecco, ma questa frase, poiché non si poteva trovare la giustizia, si è inventato il potere, suona alla perfezione per descrivere quello che sta succedendo in Italia. con la presunta sedicente riforma della giustizia appena varata dal governo di Giorgia Meloni.
Carlo Nordio
La separazione delle carriere esiste praticamente in tutto il mondo e soprattutto esiste dove c'è un processo accusatorio che da noi è in vigore dall'88-89 che è stato voluto da una medaglia d'argento della Resistenza come il ministro Vassalli. Anche questa è una vuota metafisica di una polemica sterile perché la separazione delle carriere esiste dove è nata la democrazia, in Gran Bretagna negli Stati Uniti d'America, in Australia, nella Nuova Zelanda, ma ormai esiste anche in tutta Europa, dove non c'era common law, ma esistono sistemi continentali, quindi anche questa è una polemica che è incomprensibile.
Massimo Giannini
Quello che avete appena ascoltato è il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. In una dichiarazione di pochi giorni fa, giusto alla vigilia del voto col quale il Senato ha dato lo via libera definitivo del Parlamento a quella che appunto la maggioranza incarica considera una riforma della giustizia e in realtà è soltanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, Per l'appunto il ministro dichiara senza mezzi termini che così fan tutti, non c'è da scandalizzarsi, non c'è da gridare alla democrazia in pericolo, perché questo principio, e cioè i percorsi professionali separati per la magistratura inquirente e per quella requirente, esiste in tutti i paesi del mondo, dice lui, parte dagli Stati Uniti, e arriva poi anche all'Europa dicendo, appunto, che è così da sempre. Da quando esiste la democrazia, dai tempi di Montesquieu, ora il ministro, come sempre, fa molta confusione. Non si considera mai, quando si racconta ai cittadini una balla così colossale, che ogni paese ha il suo ordinamento giuridico e anche il suo sistema istituzionale. È vero che negli Stati Uniti buona parte dei magistrati dipendono dalla politica, ma è anche vero che negli Stati Uniti esiste una forma di presidenzialismo che non ha analogie con il resto del mondo. E la stessa cosa si può dire per l'Europa. È vero che la separazione delle carriere esiste in Gran Bretagna, ma quella è una monarchia dove il Parlamento di Westminster ha una funzione fondamentale nella logica del riequilibrio dei poteri E la stessa cosa può valere per la Francia, dove sì esiste la separazione delle carriere e i pubblici ministeri sono sottoposti al potere della politica. Ma quello è un regime presidenziale. Semipresidenzialismo, si chiama quello francese. E lì è il Presidente della Repubblica che ha una funzione riequilibratrice fortissima. In Italia la separazione delle carriere non esiste perché i padri costituenti non l'hanno concepita come tale. Quando la Costituzione prese forma e fu definitivamente approvata dai padri costituenti nel 1948, si intese fare della magistratura un ordine autonomo, un potere indipendente, proprio perché c'era la necessità di bilanciare il giudiziario con il legislativo, e cioè il Parlamento, e soprattutto con l'esecutivo. cioè il governo. Il tutto, tra l'altro, bilanciato da altri due fondamentali organi di garanzia, il Presidente della Repubblica e poi la Corte Costituzionale. Dunque serviva una magistratura unita da tutti i punti di vista, anche perché uscivamo dal fascismo. Sapevamo che avevamo alle spalle una stagione buia nella quale il potere politico poteva qualunque cosa e non c'era nessun tipo di controbilanciamento politico e istituzionale. E questo è un tratto caratteristico del nostro ordinamento costituzionale e del nostro check and balance, come si chiama. Un bilanciamento virtuoso tra i diversi poteri dello Stato, che ora questa riforma scardina in maniera evidente. Ora comincia una lunga campagna elettorale che ci porterà al referendum confermativo nella prossima primavera, nel quale gli italiani dovranno dire sì o no a questa riforma. Ci sarà occasione per tornarci sopra, per riesaminarla dal punto di vista degli aspetti specifici. Si sono detti più volte i problemi che la separazione delle carriere può innescare in un paese come il nostro. Questa riforma istituisce due consigli superiori della magistratura differenti per giudici e pubblici ministeri, così che gli organi di autogoverno diventano due e in ciascuno di questi organi di autogoverno i membri scelti verranno sorteggiati quindi venendo meno a qualunque valutazione di merito sugli attributi dei magistrati che possono ricoprire certi incarichi apicali nelle procure nei tribunali nelle corti d'appello tutto si fa con il sorteggio perché si dice così si evita il correntismo cioè la politicizzazione dei magistrati in realtà così si garantisce soltanto al sistema una minor professionalità e una minore competenza Poi c'è l'alta corte disciplinare, un'altra novità introdotta dalla riforma, con la quale, appunto, l'operato dei singoli magistrati viene valutato da un altro organismo, terzo, che tuttavia è a sua volta composto da esponenti laici e togati, scelti di nuovo con il sorteggio. Insomma, tutto il meccanismo allude soltanto a un tema, che è quello che diceva Blaise Pascal, poi, poiché non si può dare giustizia in senso proprio, supplisce il potere. Ecco, questa è la logica. Il potere, la politica che sopravanza un altro ordine dello Stato, la magistratura, dividendola, spaccandola, intimidendola e riconducendola sotto il controllo più stretto del potere esecutivo. C'è una prova provata di quello che sto dicendo. Non si tratta di un teorema. Si tratta della verità che questa volta, con una buona dose di naivete, è ancora Carlo Nordio a dichiararcela. In un'intervista al Corriere della Sera, uscita ieri, il guardasigili spiega con assoluta e candida trasparenza qual è l'obiettivo di questa riforma. L'obiettivo non detto ma che lui, da full Shakespeareano, quello che osa denunciare l'indenunciabile, proclama ai Quattroventi. Vi leggo testualmente alcuni passaggi. Alla nostra collega Virginia Piccolillo, che gli chiede appunto a cosa serve questa riforma, Nordio risponde testualmente. «Fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Il governo Prodi cadde perché Mastella, mio predecessore, fu indagato per accuse poi, rivelatesi, infondate. Mi stupisce che una persona intelligente come Alice Lyne non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro. nel momento in cui andassero al governo. Avete ascoltato bene quello che dice il ministro Nordio? Qui non c'entra niente l'accelerazione dei processi, non c'entra niente l'alleggerimento del rito processuale. Qui non si tratta di rendere giustizia in maniera più giusta ed efficiente nell'interesse del cittadino. che non vuole, quando va in un processo civile, dover aspettare otto anni per la sentenza definitiva, o quando si sottopone a un processo penale, aspettarne dieci addirittura. No, qui l'unica necessità, l'unico obiettivo, l'unico movente della riforma, e lo dice il Ministro della Giustizia, è far recuperare alla politica il suo primato costituzionale. E cita anche il caso del governo Prodi, caduto perché l'allora ministro Mastella, anche lui della giustizia, fu indagato per accuse poi rivelate si infondate. E si stupisce addirittura, Nordio, che la leader del PD non abbia capito che questa riforma conviene anche a lei e al suo partito. Perché nel momento in cui sarà approvata questa è la vera gabbola, la politica sarà più protetta. perché i pubblici ministeri avranno molto, molto meno potere e avranno molto meno margine per indagare sul malaffare politico. Lo dice, signori e signore, il Ministro della Giustizia. Ed è stupefacente che glielo faccia dire Giorgia Meloni, che invece racconta ai Quattroventi che questa riforma della giustizia serve ai cittadini. Non è così. Lo ripeto per l'ennesima volta, e lo ripete lui stesso in un altro passaggio dell'intervista al Corriere della Sera, quando la giornalista gli chiede il Vice Presidente del Consiglio Superiore, Fabio Pinelli, dice che è in corso un riassetto degli equilibri di potere. La magistratura dovrà arretrare? Ennordio risponde, ancora una volta naif come a lui, no, è la politica che deve recuperare gli spazi che ha abbandonato, in modo talvolta codarlo. Ecco dunque che tutto si spiega. Questa riforma serve soltanto a tutelare i leader e i segretari di partito, gli esponenti di partito, i parlamentari, insomma la casta del potere politico dalle intromissioni della magistratura, anche quando questa, nella maniera più trasparente e corretta possibile, cerca di far rispettare il principio di legalità e di attuare il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale. Con questa riforma tutto questo non sarà più possibile. Dunque adesso lo sappiamo e lo sapete. Sappiamo e sapete perché cosa voteremo al referendum della prossima primavera. Non per una giustizia più giusta per i cittadini, ma per un salvacondotto penale per i potenti. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini. Una produzione, one podcast.
Dacia/Miele Advertiser
Si dice che ogni sorpresa insegni più di mille consigli, ma a novembre il nostro consiglio è di approfittare di una bella sorpresa. Dacia Spring da 3.900 euro con incentivi statali pari a 11.000 euro e 3.300 euro di vantaggi Dacia. Non perderti l'offerta esclusiva di Dacia che rende l'auto elettrica accessibile a tutti. Offerta valida su vetture in pronta consegna fino ad esaurimento scorta in caso di applicazione degli incentivi statali e in presenza delle condizioni per accedervi. Info e condizioni presso la rete aderente su Dacia.it.
Host: Massimo Giannini
Date: November 4, 2025
In this episode, journalist Massimo Giannini critically examines the recently approved Italian justice reform, spearheaded by Minister of Justice Carlo Nordio and the government of Giorgia Meloni. The discussion centers on the controversial separation of judicial and prosecutorial careers, the alleged intent behind the reform, and its broader implications for Italian democracy. Giannini argues that rather than improving justice for citizens, the reform primarily serves to shield political elites from judicial scrutiny.
Giannini disputes Nordio’s comparison to Anglo-Saxon and European systems, underlining that each country’s constitution and checks-and-balances are unique.
He reminds listeners that after fascism, Italy deliberately crafted an independent, unified judiciary to ensure autonomy from political interference—a fundamental choice of the 1948 Constitution.
Quote (Giannini, 04:10):
"In Italia la separazione delle carriere non esiste perché i padri costituenti non l'hanno concepita come tale... Proprio perché c'era la necessità di bilanciare il giudiziario con il legislativo, e soprattutto con l'esecutivo."
Main changes introduced:
Giannini fears this lowers professionalism and competence, ostensibly to fight political “correntismo” but in reality making the system more manipulable.
Quote (Giannini, 07:10):
"Tutto si fa con il sorteggio perché si dice così si evita il correntismo... In realtà così si garantisce soltanto al sistema una minor professionalità e una minore competenza."
Giannini emphasizes that, according to Nordio’s own admissions, the real purpose is to reassert political primacy over the judiciary—not to speed up trials or benefit citizens.
Key passage from Nordio (Corriere della Sera interview):
«Fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Il governo Prodi cadde perché Mastella, mio predecessore, fu indagato per accuse poi, rivelatesi, infondate... Mi stupisce che una persona intelligente come Alice Lyne non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro...»
(quoted by Giannini at 09:30)
Giannini reads this as explicit confirmation: the reform is a “salvacondotto penale per i potenti” (penal safe-conduct for the powerful).
The principal effect, Giannini argues, is to protect politicians by reducing prosecutors’ power and limiting their ability to investigate political corruption.
He finds it remarkable that Nordio states this openly while Giorgia Meloni claims the reform is in citizens’ interests.
Quote (Giannini, 11:30):
"Lo ripeto per l'ennesima volta, e lo ripete lui stesso... Qui l'unica necessità, l'unico obiettivo, l'unico movente della riforma... è far recuperare alla politica il suo primato costituzionale."
Giannini closes by reminding listeners that the forthcoming referendum is not about “a more just justice for citizens,” but rather about granting immunity to political power.
Memorable closing line (Giannini, 12:10):
"Sappiamo e sapete perché cosa voteremo al referendum della prossima primavera. Non per una giustizia più giusta per i cittadini, ma per un salvacondotto penale per i potenti."
Massimo Giannini delivers a compelling critique of the Meloni government’s justice reform, arguing it is designed not for citizens, but to fortify political power against independent judicial oversight. By exposing the logical and historical contradictions in Minister Nordio’s defense, Giannini calls on listeners to scrutinize the real motives behind the separation of judicial careers and the impending constitutional referendum. The episode is a pointed, passionate reflection on the balance of power in Italian democracy—a warning that the stakes go far beyond procedural tweaks, affecting the very transparency and fairness at the core of the republic.
For those who haven't listened:
This episode offers a succinct yet forceful breakdown of the Italian justice reform, contextual, legally astute, and animated by Giannini’s signature polemical style. It’s essential for anyone wanting to understand not just the “what” but the crucial “why” behind the political spectacle.