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B
Nel lontano 1969 uscì un grande film di Lochino Visconti. Era il primo capitolo della cosiddetta trilogia tedesca. Si intitolava La caduta degli dèi. Raccontava la decadenza e l'autodistruzione della famiglia Essenbeck, proprietaria di acciaierie, sullo sfondo dell'ascesa del nazismo negli anni 30. volendo simboleggiare con quest'opera la corruzione morale e la rovina della borghesia. Ecco, ieri, di fronte alle ultime notizie che riguardano il governo Meloni e agli effetti devastanti, altro che se devastanti, della sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere tra i magistrati e i pubblici ministeri, Ho ripensato proprio a questo. Alla caduta degli dèi cominciano le prime dimissioni all'interno del governo. Ma a differenza della tragedia raccontata da Luchino Visconti, la banale commedia meloniana ci regala piuttosto la caduta dei pigmei. Circo Massimo, lo spettacolo della politica di Massimo Giannini.
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Sicuramente sarà chiarita, credo, ho letto che anche l'antimafia se ne occuperà e quindi sarà chiarita, ma conoscendo Andrea Del Mastro tutto posso pensare di lui, magari qualche eccesso nella comunicazione, ma certamente non che abbia, non dico delle contiguità, ma anche delle simpatie mafiose o delle conoscenze mafiose, proprio perché anche quando parliamo tra di noi lui è, posso dire, Io sarei un po' più garantista su certe cose anche nei confronti dello stesso 41bis, per esempio. Lui, con molti colleghi della maggioranza, è il più fermo sostenitore di tutti i provvedimenti contro la mafia, quindi se c'è proprio una persona che non può essere sospettata Non dico di simpatie, ma neanche di una minima contiguità occasionale. Ecco, questo è proprio del mastro.
B
dunque eccolo qua. Irremovibile come sempre, inscalfibile più di sempre, il Ministro della Giustizia parla così ai microfoni di Sky TG24, il giorno dopo la disfatta elettorale del governo sul referendum per la riforma della giustizia, come lo avevano impropriamente chiamato. Il guardasigilli non arretra di un solo millimetro, si assume la responsabilità di questa sconfitta procuota naturalmente e prova ancora a blindare i suoi collaboratori. Nella dichiarazione che avete appena sentito il ministro parla di Andrea Del Mastro, il suo setto segretario alla giustizia, che ha già chiarito tutto e non deve far altro che continuare nel suo lavoro e se c'è qualcos'altro da chiarire sicuramente lo farà. E la stessa cosa Carlo Nordio la dice a proposito di Giussi Bartolozzi, invece capa di gabinetto del suo stesso dicastero. Anche lei ha già chiarito e se c'è altro da chiarire lo farà. Ma si continua a lavorare, business as usual, come dicevano gli inglesi ai tempi di Churchill, che entra in guerra contro la Germania per fermare la follia di Hitler. E invece, poche ore dopo, tutto cambia. e cominciano a rotolare le prime teste, decapitate sul cippo del referendum dal popolo sovrano. Succede infatti che proprio del Mastro e proprio Bartolozzi, nonostante le garanzie fornite dal loro datore lì di lavoro, si dimettono. e rassegnano le loro dimissioni tenendo conto degli scandali che gravavano sul loro capo. Non da oggi, non da ieri, da mesi. Dice Del Mastro, ho consegnato oggi le mie rievocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia, ho sempre combattuto la criminalità anche con risultati concreti e importanti eppure non avendo fatto niente di scorretto ho commesso una leggerezza. a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità nell'interesse della Nazione, ancora prima che per l'affetto e il rispetto che nutro verso il Governo e verso il Presidente del Consiglio. Con queste parole amare il sottosegretario saluta e se ne va anche qui un po di manipolazioni un po di omissioni non ho fatto niente di scorretto commesso solo una leggerezza ma avevo rimediato e tuttavia me ne assumo la responsabilità. Ci sarà tempo per capire qual è la reale entità dello scandalo che ha riguardato questo sottosegretario. Lo sappiamo, gli affari con Miriam Caroccia, figlia di quel Mauro Caroccia condannato come prestanome dei clan senesi con cui aveva aperto il ristorante Bisteccheie d'Italia, insieme ad altri papaveri alti di fratelli d'Italia. e sappiamo altrettanto bene che questa storia non ci è stata ancora raccontata come deve e vedremo se nei prossimi giorni ne capiremo di più. La stessa cosa vale per Giuse Bartolozzi, anche lei ci deve ancora spiegare molto della famosa vicenda di Almazri, il tagliagole libico che fu inopinatamente arrestato, rilasciato e rispedito immediatamente a Tripoli con tanto di volo di stato. in una procedura oscura e torbida tra Ministero della Giustizia e Palazzo Chigi, di cui la stessa Bartolozzi fu regista. Anche lì c'è una verità non detta che prima o poi, speriamo, verrà fuori. Ma intanto questo bisogna riconoscere. Tanto Del Mastro quanto Bartolozzi si dimettono oggi da un incarico che avrebbero dovuto lasciare già da gran tempo. Bartolozzi appunto all'indomani di quella ignobile vicenda per la quale siamo finiti, sottotiro anche dalla Corte Penale Internazionale che nei confronti di Al Masri aveva emesso un ordine di cattura internazionale. e Andrè Del Mastro perché prima ancora di questo scandalo di contiguità con esponenti della malavita e della criminalità organizzata romana e campana era stato già condannato in primo grado per violazione di segreto d'ufficio per un'altra vicenda assolutamente oscura. Aveva infatti passato, come vi ricorderete, la relazione segreta del DAP che riguardava la visita di quattro parlamentari del centrosinistra all'anarchico Alfredo Cospito al 41 bis al suo camerata Giovanni Donzelli, che quel documento riservato lo aveva scagliato contro l'opposizione durante un memorabile e ignobile dibattito alla Camera. All'indomani della condanna, per un caso così grave, Del Mastro avrebbe dovuto immediatamente lasciare il suo posto, così come la Bartolozzi. Ma non era successo, perché erano ancora i mesi e le settimane del melonismo da combattimento. Quella fase durante la quale la sorella d'Italia si sentiva invincibile e qualunque cosa le accadesse intorno era irrilevante, era un inutile inciampo nella sua corsa trionfale, verso la fine della legislatura e poi dal suo punto di vista, sicuramente verso la successiva ascesa al colle più alto, il Quirinale. Ma quel tempo è finito. Dopo la disfatta referendaria, Meloni capisce che deve dare una scossa. Nonostante l'immediato successivo alla sconfitta avesse lanciato agli italiani un altro messaggio. L'abbiamo ascoltata nel video flautato dell'altro ieri. I cittadini hanno deciso e noi rispettiamo la loro scelta ma questo non cambia il nostro impegno. Andremo avanti come abbiamo sempre fatto con determinazione e soprattutto con rispetto nei confronti dell'Italia. Anche in queste parole pronunciate solo due giorni fa si coglieva chiaramente l'intenzione di rimuovere in fretta questa disfatta referendaria e di fare in modo che tutto proseguisse come prima e invece come prima non può proseguire niente e per questo oggi Meloni comincia a chiedere conto alla sua squadra di scappati di casa dei loro comportamenti comincia un repulist interno e forse questo è solo l'inizio perché poi sarà difficile che si salvi una ministra come Daniela Santanchè sulla quale pendono una richiesta di rinvio a giudizio e un processo già incardinato per bancarotta e per truffa nei confronti dell'Inps. Poi c'è la politica e anche lì bisognerà capire se Meloni intende rilanciare nel solco dell'autocrazia che stava costruendo la riforma dissennata della legge elettorale che serve solo a far rivincere lei o a non far rivincere le opposizioni nella prossima sfida elettorale. E poi se magari avrà l'ardore di rispolverare anche quell'altra riforma dissennata ancora di più dell'elezione diretta del Presidente del Consiglio. Questo lo capiremo nelle prossime ore. Ma intanto, ricordando con un sorriso il capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, siamo qui celebrando con una certa soddisfazione da cittadini di questo paese la caduta dei pigmei. Circo Massimo, lo spettacolo della politica. È un podcast di Massimo Giannini.
Questa puntata di Circo Massimo si concentra sulla recente crisi interna al governo Meloni, innescata dalla sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia e culminata con le dimissioni di Andrea Del Mastro (sottosegretario alla giustizia) e Giusi Bartolozzi (capo di gabinetto dello stesso ministero). Massimo Giannini utilizza la metafora viscontiana della “Caduta degli Dei” per ripercorrere questa fase discendente del melonismo, tra scandali giudiziari e segnali di debolezza politica.
“Ecco, ieri, di fronte alle ultime notizie che riguardano il governo Meloni... Ho ripensato proprio a questo. Alla caduta degli dèi... la banale commedia meloniana ci regala piuttosto la caduta dei pigmei.”
(Giannini, 00:32)
“Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia… non avendo fatto niente di scorretto ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità nell’interesse della Nazione...”
(Del Mastro, riportato da Giannini, 03:20)
Metafora d’apertura (00:32):
“La banale commedia meloniana ci regala piuttosto la caduta dei pigmei.” (Giannini)
Sulle dimissioni di Del Mastro (03:20):
“Me ne assumo la responsabilità nell’interesse della Nazione, ancora prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il Governo e verso il Presidente del Consiglio.”
(Del Mastro, cit. da Giannini)
Sulle omissioni (04:00):
“Eppure non avendo fatto niente di scorretto ho commesso una leggerezza. [...] anche qui un po di manipolazioni un po di omissioni…”
Lo stallo del governo post-referendum (06:20):
“Quel tempo è finito. Dopo la disfatta referendaria, Meloni capisce che deve dare una scossa… comincia un repulist interno e forse questo è solo l’inizio…”
Sulla soddisfazione amara (08:00):
“…siamo qui celebrando con una certa soddisfazione da cittadini di questo paese la caduta dei pigmei.”
Il tono di Massimo Giannini è ironico, tagliente e disilluso, come da cifra stilistica del podcast. Non manca sarcasmo verso le formule di autoassoluzione politica e una costante allusione letteraria-cinematografica che rende la narrazione vivace e fruibile anche da chi non segue quotidianamente le cronache politiche.
In sintesi:
Questo episodio fotografa una fase di profonda crisi per il governo Meloni, con le prime defenestrazioni illustri dopo il referendum e la proiezione di nuovi strappi interni. La narrazione di Giannini è incalzante, informata e permeata da una metafora che rafforza il senso di inesorabile decadenza di quella che era stata una leadership arrogante e granitica.