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"Questa indagine ci ha portato negli angoli più oscuri di Internet e sono assolutamente inorridito per le donne e le ragazze che hanno dovuto sopportare questo sfruttamento". Sono le parole con le quali, qualche mese fa, il Procuratore capo di San Francisco, David Chiu ha annunciato di aver trascinato in Tribunale sedici fornitori di servizi che offrivano al pubblico soluzioni capaci di generare, grazie all’intelligenza artificiale, immagini e video sessualmente esplicite di chiunque, partendo da una qualsiasi foto pubblicata sui social. "L'intelligenza artificiale generativa ha enormi promesse, ma come con tutte le nuove tecnologie, ci sono conseguenze indesiderate e criminali che cercano di sfruttare la nuova tecnologia. Dobbiamo essere molto chiari sul fatto che questa non è innovazione, è abuso sessuale.”. Ben detto e ben fatto. Impossibile non condividere le sue parole e la sua azione che è anzi da imitare. Se ci sono ambiti tra quelli nei quali l’intelligenza artificiale produce impatti meno umanamente sostenibili e in relazione ai quali dovremmo semplicemente adottare politiche di tolleranza zero, non c’è dubbio che il porno deepfake è tra questi. Non si può accettare l’idea che qualcuno per far soldi consenta a una persona di spogliarne un’altra contro la sua volontà o, il che è lo stesso, senza il suo consenso e rappresentarla, contrabbandando il falso per vero, intenta in qualsivoglia genere di attività sessuale. Ma nel presentare la sua azione, il Procuratore di San Francisco, ha messo sul tavolo un dato che dovrebbe suggerire una riflessione in più: solo le piattaforme gestite dalle sedici società che ha portato alla sbarra, nei primi soli primi sei mesi del 2024, sono state visitate da oltre duecento milioni di utenti. E allora, forse, oltre a puntare l’indice giustamente contro i fornitori di servizi in questione e intraprendere ogni iniziativa utile a impedire loro di continuare a far business sulla pelle delle di donne, uomini, ragazzine e ragazzini, bambine e bambini talvolta, dovremmo iniziare a rivolgere lo stesso indice anche verso noi stessi o almeno verso quella parte dell’umanità che rappresenta la domanda di mercato che i fornitori dei servizi in questione si affrettano a soddisfare con la loro offerta. Perché, per fortuna, in giro per il mondo, verosimilmente, non ci sono duecento milioni di stupratori capaci di violentare una donna, una ragazzina o un ragazzino nella dimensione fisica, né altrettanti pronti a guardare la scena e, quindi, se ci sono, invece duecento milioni di utenti desiderosi di generare questo genere di immagini o di goderne, significa che in troppi non hanno chiara la circostanza che il porno deepfake è una forma di violenza feroce tanto quanto lo stupro e capace di rovinare la vita di una persona allo stesso modo. C’è, insomma, un enorme problema educativo, culturale e sociale che va affrontato e risolto prima che continui a mietere vittime. Parlarne non è, certamente, sufficiente a risolvere il problema ma può essere un inizio. E già che ci siamo vale la pena ricordare che le regole sulla protezione dei dati personali valgono anche a difenderci da questo genere di orribili crimini e che il Garante per la privacy, in Italia, dispone del potere di inibire, a semplice richiesta degli interessati, anche in via preventiva, la pubblicazione, via social e web di questo genere di immagini. Vi lascio qui il link alla pagina attraverso la quale chiedere aiuto. Lo so, questa mattina il caffè e amaro, ma qualche volta è necessario. La giornata sarà certamente migliore del suo inizio! Come sempre good morning privacy!

È un j’accuse documentato e piuttosto duro quello pubblicato dalla BBC a proposito dell’affidabilità di quattro tra i modelli di intelligenza artificiale generativa più popolari al mondo e, nello specifico, ChatGPT di OpenAI, Copilot di Microsoft, Gemini di Google e Perplexity. Quando si tratta di rispondere a domande di cronaca e attualità rielaborando le notizie già pubblicate dalla BBC, gli algoritmi sbaglierebbero tanto, anzi, secondo la BBC decisamente troppo. Per arrivare a questa conclusione un pool di giornalisti della BBC ha posto ai quattro servizi basati sull’intelligenza artificiale centinaia di domande, chiedendo di utilizzare nelle risposte, come fonte, proprio la BBC. E poi si sono verificate le risposte. Nel 51% dei casi, secondo i giornalisti, le risposte contenevano “problemi significativi”. Nel 19% dei casi, a non andare sarebbero stati dati e numeri pure correttamente indicati nelle fonti utilizzate dagli algoritmi per generare la risposta e nel 13% dei casi, i contenuti generati artificialmente contenevano citazioni tra virgolette, alterate o addirittura non presenti nelle fonti. La sintesi della BBC è tranchant. L’intelligenza artificiale nel mondo dell’informazione può essere preziosa e noi stessi la stiamo utilizzando in molti ambiti diversi ma quado si tratta di fare riassunti da fonti giornalistiche o rispondere a domande di attualità, per ora, i rischi sono troppo elevati. Anche perché il rischio è compromettere l’affidabilità della stessa fonte. Se uno dei servizi basati sull’AI in questione a domanda risponde che la BBC dice qualcosa che in realtà non dice e che poi risulta falso, infatti, il pubblico rischia di persuadersi che sia la BBC a non verificare le notizie con l’accuratezza che sarebbe lecito attendersi. Un altolà importante e qualificato quello che rimbalza da Londra sull’affidabilità dell’AI. Ma, naturalmente, guai a non considerare che la BBC, come tanti altri editori in giro per il mondo, ha un conto aperto con le fabbriche degli algoritmi che hanno fagocitato buona parte dei suoi contenuti senza chiederle permesso. Qui sotto nei commenti, per chi al posto del caffè volesse prendere un cappuccino, lascio il link ai risultati della ricerca della BBC. Per tutti, invece, buona giornata, buon inizio settimana e, naturalmente, #goodmorningprivacy

Oggi, nel giorno di Cupido, c’è una freccia che non posso far a meno di scoccare è quella con la quale mi piacerebbe che qualcuno si innamorasse di uno dei diritti più preziosi che c’è, il diritto alla privacy. Ma è difficilissimo che vada a segno specie in un’epoca nella quale tutto suggerisce di considerarla morta, inutile, superata, dai tempi e dalle tecnologie. Eppure, è proprio oggi che la privacy è più importante di sempre, è proprio oggi che dovremmo letteralmente innamorarcene, è proprio oggi che dovremmo conoscerla, promuoverla e difenderla. Tra migliaia scelgo una ragione, una soltanto, che potrebbe accendere in qualcuno la scintilla dell’amore per un diritto speciale. Si dice spesso che chi ci conosce meglio sa come prenderci e quello che si intende è che sa come farci cambiare idea, come farci scegliere qualcosa o qualcuno al posto di qualcos’altro o qualcun altro, come farci svoltare in una direzione diversa da quella nella quale in assenza del suo intervento avremmo svoltato. E, naturalmente, è vero. Chi ci conosce meglio sa quali idee e quali parole possono più facilmente far breccia nel nostro cuore e nella nostra mente e sa su quali tratti del nostro carattere e su quali intime debolezze e fragilità far leva per portarci a pensarla in un certo modo, a decidere qualcosa, a dir di si o di no a questa o quella domanda. Tradizionalmente, per nostra fortuna, a conoscerci meglio erano le persone a noi più vicine, la nostra famiglia, i nostri affetti, i nostri amici, persone, insomma, che, con poche eccezioni, non abusavano di poteri tanto straordinari su di noi. Oggi, però, non è più così. A conoscerci meglio di tutti – e scriverlo non è più un’iperbole – oggi sono i fornitori di una serie di servizi digitali, social network, motori di ricerca e chatbot di intelligenza artificiale in testa. E sono questi soggetti che rispondono alle regole del mercato e che talvolta – come accade sempre più di frequente – strizzano l’occhiolino anche alla politica e, quindi, potrebbero rispondere anche ai desiderata di questo o quel Governo, che oggi sanno come prenderci o, per dirla in maniera più diretta, sono in condizione di etero guidare ogni nostra decisione in ogni ambito della nostra vita. Ecco, in un contesto di questo genere, la privacy, ovvero il diritto di ciascuno di noi di controllare chi può far cosa con i nostri dati personali, a me sembra evidente che dovrebbe essere considerato uno tra i più preziosi dei diritti, un amore irrinunciabile. Più lo proteggiamo, più siamo liberi. Meno ce ne preoccupiamo, meno siamo liberi. Tanto basta per farcene innamorare nel giorno di San Valentino? Non lo so e ho troppo rispetto per la privacy del cuore per chiedervelo. Buon San Valentino a tutte e a tutti, buona giornata e un goodmorning privacy più caldo e appassionato del solito.

Il “fair use” è un’altra cosa. Parola di un giudice pentito.“Un uomo intelligente sa quando ha ragione; un uomo saggio sa quando ha torto. La saggezza non mi trova sempre, quindi cerco di accoglierla quando lo fa, anche se arriva tardi, come in questo caso. Rivedo quindi il mio giudizio sommario del 2023 e l'ordinanza in questo caso”.Personalmente questo incipit della decisione con la quale un giudice americano l’altro ieri ha, almeno per il momento, stabilito che usare materiale protetto da diritto d’autore per addestrare algoritmi destinati a dar vita a servizi concorrenti rispetto a quello nel cui ambito è pubblicato il materiale protetto rappresenta una violazione del diritto d’autore, vale da solo il caffè di questa mattina.Raro, rarissimo. Un Giudice che ammetta un proprio errore di valutazione e ritorna sui suoi passi per correggere il tiro.Ma bellissimo, nobile e prezioso, capace di far ben sperare sul futuro dell’umanità e, quindi, secondo me, particolarmente, adatto a accompagnare il caffè del mattino.Venendo al caso specifico per non perdermi nel romanticismo la sintesi è semplice: Thomas Reuiters è, tra l’altro, editore di uno dei più grandi database legali al mondo, un database nell’ambito del quale i documenti sono preceduti da brevi note che ne riassumono i tratti essenziali.Ross Intelligence, una società intenzionata a creare un sistema di intelligenza artificiale destinato a supportare i professionisti del diritto nell’accesso e riuso di provvedimenti – leggi e sentenze – americani ha, anche se indirettamente ovvero attraverso un fornitore terzo, dragato a mani basse l’archivio della Reuiters per addestrare i propri modelli.Davanti alle contestazioni della Reuiters ha, tra l’altro, eccepito il fair use, l’eccezione prevista dalla disciplina americana sul copyright che consente il riuso di altrui contenuti senza alcuna autorizzazione del titolare originario dei diritti sui contenuti in questione.Secondo il Giudice-pentito, tuttavia, quest’eccezione sarebbe infondata e non avrebbe futuro nella prosecuzione del giudizio.Non potrebbe considerarsi fair, corretto un utilizzo di contenuti protetti da diritto d’autore che abbia lo scopo o anche solo l’effetto ultimo di far concorrenza a chi su quei contenuti detiene i diritti d’autore.La decisione è sommaria, riguarda un caso specifico diverso da quello relativo all’addestramento dei grandi modelli di AI generativa ma segna, comunque, un indirizzo e principi decisamente utili.Forse, quello che sta accadendo, con pochi giganti che sfamano i loro algoritmi con contenuti creativi prodotti dall’intera umanità, spesso per andare a far concorrenza proprio ai titolari dei diritti su questi contenuti non è così tanto lecito.Ma staremo a vedere.Frattanto godiamoci la bellezza di un giudice che dice di aver sbagliato e si corregge.Buona giornata per davvero e, naturalmente, good morning privacy!

Ieri ho provato a scriverlo senza troppi giri di parole sulle pagine di Milano Finanza e oggi ve lo racconto con il caffè del mattino.A me questa storia dei tanti, troppi che si ribellano e incitano alla ribellione contro la regolamementazione nel settore tecnologico comincia davvero a preoccupare.Il grido dei rivoltosi, rimbalzato anche dall’AI Summit di Parigi, è, più o meno, sempre lo stesso: le regole frenano l’innovazione tecnologica che rappresenta la più straordinaria delle leve disponibili per sollevare l’economia globale.È una rivolta che parte dai colletti bianchi, dalle elite, dai Governi delle economie più sviluppate e che ospitano i giganti della tecnologia.E, però, è una rivolta che, a prescindere dalle sue origini altolocate, ha una presa straordinaria anche sulla gente comune, sulle masse, su chi fa fatica a arrivare alla fine del mese, perché, naturalmente, se si racconta che le cose potrebbero andar meglio se si regolamentasse di meno, se si lasciasse correre di più il progresso tecnologico, se ci si sottraesse al rischio di vedersi sistematicamente sorpassare nella corsa globale verso il futuro da economie e industrie di Paesi che – almeno nella narrativa che serpeggia tra i rivoltosi – regolamentano di meno e innovano di più, è facile trovare consensi, sostenitori e manifestanti in ogni settore della società.Proprio per questo è una rivolta pericolosa che andrebbe sedata sul nascere.Perché la causa è sbagliata, la narrativa fuorviante e ipocrita, le conseguenze drammatiche.“Il progresso tecnologico è come un’ascia nelle mani di un criminale patologico!”.Non sono le parole di un luddista ma quelle di Albert Einstein, uno scienziato con pochi eguali nella storia dell’umanità.Solo le regole possono sfilare quell’ascia dalle mani di quel criminale e trasformare uno strumento di offesa in uno strumento di vero progresso.E il vero progresso, il solo che dovremmo abituarci a considerare innovazione, è quello del quale parlava Henry Ford quando diceva che “c'è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.Niente di più lontano rispetto a quello che sta accadendo, con i vantaggi delle nuove tecnologie asserviti all’interesse economico e politico di pochissimi, grazie a inedite concentrazioni di potere tecno-finanziario.Ecco le regole servono anche a questo: a garantire la distribuzione dei vantaggi tecnologici, a scongiurare il rischio che si rafforzino oligopoli tecno-commerciali capaci di rendere interi mercati ormai incontendibili, annientando la libertà di concorrenza, con effetti insostenibili per miliardi di utenti e consumatori in tutto il mondo.Ma le regole servono anche per evitare che si creino alleanze invincibili tra l’industria tecnologica e il potere politico.Perché quando questo avviene – e sta avvenendo tanto rapidamente che nelle fila dei rivoltosi dell’anti-regolamentazione digitale militano i più grandi oligopolisti tecnologici e i leader di alcune superpotenze – è la stessa idea di una società democratica a essere minacciata.Ecco altro che ribellarci alle regole, dovremmo, credo, iniziare a ribellarci a chi quelle regole non le vuole.Poi che sia urgente e necessario, oggi più di sempre, un ripensamento profondo sul modo di scrivere le regole, sui tempi dei processi regolamentari ormai incompatibili con quelli dell’innovazione tecnologica, sull’esigenza di debellare l’ipertrofia normativa degli ultimi decenni è indiscutibilmente vero ma è una questione diversa che non andrebbe strumentalizzata, come fanno i rivoltosi, per raggiungere obiettivi politici e commerciali egemoni.Buona giornata e, naturalmente, goodmorning privacy!

NordPass, come ogni anno da sei anni, ha pubblicato il suo rapporto sulle password più utilizzate dell’anno, il 2024, in questo caso.Leggerlo, ormai, è diventato noioso.La password più usata al mondo è 123456.E l’Italia non si sottrae alla regola.In sei anni, è salita sul gradino più alto del podio cinque volte.E l’unica volta che non ci è salita è perché lo ha lasciato a “password”.Nella classifica mondiale il secondo e il terzo posto toccano a 123456789 e 12345678.Qualcuno deve essersi convinto che le password più sono lunghe e più sono sicure e, quindi, ha pensato di aggiungere due o tre numeri.Che siano in sequenza è un dettaglio.Ma in Italia siamo originali, si sa.Al secondo posto, quindi, invece che 123456789 che si classifica solo terza, c’è “cambiami”, un’indicazione preziosa, ma una pessima scelta come password.NordPass ci tiene a ricordare che il tempo medio impiegato da un aggressore per indovinare le password sul podio nella classifica italiana come in quella mondiale è un secondo.Tra le prime dieci password più utilizzate nel nostro Paese, subito sotto quelle sul podio, francesco, password e juventus, scritte tutto in minuscolo.Se si scorre la classifica, sotto le prime dieci, non si trovano, comunque, capolavori di creatività e originalità: alessandro, giuseppe, ciaociao, andrea e un romantico amore mio.Il romanticismo, peraltro, è premiato perché secondo i ricercatori della NordPass, per indovinarla, un aggressore ci metterebbe in media tre ore.Per finire, vale la pena ricordare che sono le stesse password che campeggiano nella parte alta della classifica da dieci anni.La sintesi è semplice e breve: per quanto ci si sforzi di continuare a ricordare in ogni dove che le password, ormai, sono letteralmente la chiave di accesso alla nostra esistenza, che devono essere più lunghe e complicate, tendenzialmente di una ventina di carattere con lettere maiuscole, minuscole e caratteri speciali, che vano cambiate spesso e non usate eguali per più servizi, tutto sembra incredibilmente inutile.Siamo pigri o, forse, non ci siamo ancora convinti che se qualcuno si impossessa delle nostre password si impossessa della nostra vita.

Quante volte ci capita di abbonarci a un servizio o di scaricare un’app mossi da una qualche urgenza, usarla per qualche ora o per qualche giorno e poi dimenticarcene completamente?Non so a voi ma a me, forse per colpa della curiosità, capita spesso.E, naturalmente, finisce che pago per mesi, se non per anni, per un servizio che non uso.Contrattualmente ineccepibile ma eticamente ingiusto.Certo, prima di tutto sciocco da parte mia.Ma questa è un’altra storia.Forse proprio per questo mi ha colpito la notizia della nuova politica commerciale applicata da Kagi, un motore di ricerca alternativo ai più famosi e a pagamento.Si chiama “fair pricing”.E la società l’ha spiegata così sul proprio sito internet: "Abbiamo implementato questa funzionalità per il semplice motivo di essere gentili con i nostri utenti. Sappiamo che alcuni dimenticano di usare Kagi anche per mesi o non averne bisogno, quindi quando vi capita, da oggi, potete stare tranquilli: non vi addebiteremo alcun costo".Decisamente un modo onesto di far business online.Ci sarebbe da augurarsi – anche se, forse, è solo una romantica illusione – che la scelta di Kagi sia di ispirazione per tanti altri fornitori di servizi digitali e app.E, forse, numeri del fenomeno alla mano – quelli che io non ho e, per la verità, non ho neppure cercato preparando il caffè di oggi – sarebbe interessante che qualche associazione di utenti e consumatori promuovesse una bella e sana campagna per richiedere almeno alle aziende che guadagnano di più dal non uso dei loro servizi da parte di utenti pure paganti di seguire l’esempio di Kagi e scegliere la strada del fair pricing.A volte i sogni si avverano e il momento migliore per sognare e all’inizio di un nuovo giorno anche se, questa volta, sarà l’amaro del caffè, ma ho il sospetto che non andrà così.Ma sognare non costa niente, fair pricing o no!Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

“Per favore... non utilizzare assistenti AI, mentre incoraggiamo le persone a usare sistemi di intelligenza artificiale una volta assunte per aiutarle a lavorare più velocemente e in modo più efficace, vi preghiamo di non usare assistenti di intelligenza artificiale durante il processo di candidatura perché vogliamo capire il vostro interesse personale a lavorare per la nostra società senza mediazione tramite un sistema di intelligenza artificiale e vogliamo anche valutare le vostre capacità di comunicazione non assistite da intelligenza artificiale".Chi indovina chi pubblica un’avvertenza di questo genere in cima alla pagina web dedicata alla selezione del personale oggi vince il caffè.Posso darvi un aiutino: non è un soggetto pubblico, non è un’università, non è un’associazione di attivisti dell’anti-tecnologia!Poi se non ci arrivate da soli, ve lo dico: è Anthropic uno dei giganti globali dell’intelligenza artificiale, una società che vende servizi basati sull’intelligenza artificiale per supportare qualsiasi genere di funzione aziendale, inclusa quella delle risorse umane proprio nell’attività di selezione artificialmente intelligente del personale.Una circostanza che, in effetti, fa un po' sorridere.Anche se, guai a negarlo, la richiesta – peraltro formulata in termini straordinariamente cortesi – è assolutamente condivisibile.E però la questione esiste perché con il moltiplicarsi dei sistemi di intelligenza artificiale applicati alle selezione del personale, inesorabilmente si moltiplicano anche le soluzioni di intelligenza artificiale capaci di supportare il candidato nel prendere in giro gli algoritmi di selezione.Intelligenza artificiale contro intelligenza artificiale, realtà dissimulata contro valutatori non umani, macchine contro macchine.Difficile capire chi ci guadagna in tutto questo, a parte, probabilmente, proprio le fabbriche di intelligenza artificiale che, però, poi, quando si tratta di scegliere i migliori da assumere sembrano spaventate dall’idea di sbagliare per colpa della maschera artificiale che molti candidati potrebbero indossare facendosi scrivere i curricula e le risposte alle domande anche motivazionali proprio da algoritmi di intelligenza artificiale.Usate l’intelligenza artificiale ma solo dopo esservi fatti assumere senza, insomma è la raccomandazione di Anthropic che, confesso, non sono certo di condividere.Mi sembra ci sia una punta di ipocrisia.Ma forse non è così.Il caffè del mattino, però, serve anche a accendere riflessioni di questo genere e, magari, a convincersi prima di sera dell’opposto di ciò che si è pensato al risveglio.Buona giornata e naturalmente good morning privacy!

Che il porno sia pioniere del web è circostanza nota da tempo.E la storia appena rimbalzata dalle colonne di Mashable e The Verge, due testate online specializzate in tecnologia e dintorni lo conferma.Da ieri, attraverso uno store alternativo all’Apple Store del quale non faccio il nome per non fargli pubblicità, comunque uno di quelli nati grazie al Digital Market Act che ha imposto a Apple e agli altri padroni dei grandi ecosistemi digitali di aprirsi alla concorrenza, c’è un’app per l’accesso a contenuti pornografici installabile sugli Iphone di tutti gli utenti europei.Una rivoluzione che in casa Apple non piace affatto."Siamo profondamente preoccupati per i rischi per la sicurezza che le app porno hardcore di questo tipo creano per gli utenti dell'UE, in particolare i bambini.Questa app e altre simili mineranno la fiducia dei consumatori e la confidenza nel nostro ecosistema, per il quale abbiamo lavorato per più di un decennio per renderlo il migliore al mondo.Contrariamente alle false dichiarazioni rilasciate dallo sviluppatore del marketplace, certamente non approviamo questa app e non la offriremmo mai nel nostro App Store.La verità è che siamo tenuti dalla Commissione Europea a consentirne la distribuzione da parte di operatori di marketplace come x ed y – evito per il momento di fare i nomi - che potrebbero non condividere le nostre preoccupazioni per la sicurezza degli utenti", ha detto Apple in una dichiarazione a The Verge.Questione complicata, anzi, complicatissima.Apple, naturalmente, ha facile gioco nel rivendersela pro domo sua come un preoccupante effetto collaterale delle nuove regole europee sui mercati digitali.E non c’è dubbio che, nel caso di specie, l’Apple store è stato, sin qui, uno dei pochi luoghi dell’ecosistema digitale nel quale i minori erano al riparo almeno dal porno.Poi che non fossero al riparo – così come altrove - da una serie di fenomeni forse persino più preoccupanti del porno è un’altra storia.Ora lo sbarco di un’app pornografica sugli Iphone, attraverso uno store alternativo che esiste grazie alle nuove regole, fa decisamente gioco alla casa di Cupertino.Guai, però, a negare che, appunto, si tratta di un effetto collaterale delle nuove regole che, allo stesso tempo, aprono la strada o, meglio, i mercati a tante altre e diverse imprese digitali.Il porno, come è sempre accaduto nella storia di Internet e dintorni, arriva per primo e rischia di farci pentire di una scelta che, invece, ha una sua logica e una sua ragion d’essere importanti.E, allora, che fare?La risposta, in realtà, comincia a diventare monotona: bisogna riuscire a implementare in fretta soluzioni solide e equilibrate di age verification capaci di tenere i bambini fuori da app, piattaforme e servizi non adatti alla loro età benché disponibili online come negli store di applicazioni.Farlo è possibile e volere e potere.Lo vogliamo? Lo vogliono i decisori pubblici, ma lo vogliono per davvero e non solo per proteggere i bambini dal porno ma da una serie infinite di ben più serie insidie digitali?In attesa di una risposta, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

Si dice spesso che gli algoritmi sono le leggi di questo secolo.Nessuna sorpresa, dunque, se l’antico brocardo secondo il quale “fatta la legge, trovato l’inganno”, possa efficacemente essere parafrasato in un più moderno “fatto l’algoritmo, trovato l’inganno”.A confermarlo una storia che rimbalza da YouTube dove una Youtuber, stanca di perdere visualizzazioni per colpa di una quantità enorme di video generati artificialmente e pubblicati online all’unico scopo di raccogliere views e denari ha deciso di dichiarare guerra a chi li genera.La soluzione che ha elaborato per scendere in campo è ingegnosa e sembra funzionare.Tenuto conto che i suoi concorrenti per generare i video usano largamente gli script dei sottotitoli che lei – così come milioni di youtuber in carne ed ossa – inserisce nei propri contenuti ha, semplicemente, deciso di avvelenare questi script.Per farlo vi inserisce dei contenuti privi di senso, invisibili agli occhi umani – e che quindi non disturbano il suo pubblico – ma visibili dagli algoritmi e capaci di mandarli in panne.Certo la soluzione, lo racconta lei stessa, non è efficace al 100% perché esistono rimedi attraverso i quali gli algoritmi possono evitare di cadere nel tranello ma pare sufficiente a suggerire ai più di desistere facendo risultare la partita difficile da vincere.L’iniziativa di F4mi come si fa chiamare la YouTuber protagonista di questa originale battaglia da Davide contro Golia, peraltro, si inserisce nell’ambito di un autentico movimento di resistenza che va diffondendosi sul web contro i crawler delle grandi fabbriche di intelligenza artificiale che continuano a fare razzia di ogni genere di contenuto talvolta persino ignorando i comandi con i quali i gestori dei siti rappresentano la volontà di passare oltre e tenere giù le mani da dati, informazioni e contenuti pubblicati online.Una partita quella in corso da seguire con il fiato sospeso.Al contempo l’idea di F4mi fa sorgere un sospetto.E se la stessa tecnica di avvelenamento dei pozzi di approvvigionamento dei modelli algoritmici fosse adottata anche da chi rende disponibili dati, informazioni e contenuti utilizzati dagli algoritmi per risolvere problemi – con tutto il rispetto per la generazione di contenuti destinati a raccogliere visualizzazioni su YouTube – più seri?Non c’è il rischio che questi avvelenamenti a monte producano disastrose decisioni algoritmiche a valle?E, in ogni caso, non varrebbe la pena affrontare e risolvere una volta per tutte la questione?Possibile che debbano essere mercato e industria a decidere se sia normale e sostenibile, nella dimensione della concorrenza e in quella della democrazia, che pochi trasformino in asset tecno-commerciali dati, informazioni e contenuti di miliardi di persone?A questa idea proprio non convince.Ma, naturalmente, parliamone.Frattanto buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.