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Oggi un milionario delle criptovalute, tedesco, ha acquistato “Comedian“, l’opera d’arte firmata da Cattelan che consiste in una banana (vera) attaccata al muro con del banalissimo scotch. L’ha pagata 6,2 milioni di dollari: Justin Sun, fondatore della piattaforma Tron, intende mangiare la creazione dell’artista padovano “come parte di questa unica esperienza artistica, onorandone il ruolo sia nella storia dell’arte che nella cultura pop”. La banana è stata acquistata al mercato per 35 centesimi di dollari nell’Upper East Side. Ovviamente deve essere sostituita regolarmente. Il paradosso è che l’opera di Cattelan nasceva proprio come denuncia e satira sulle speculazione del mercato dell’arte. “Non è solo un’opera d’arte,” ha detto Sun a Sotheby’s: “Comedian è un fenomeno culturale che collega i mondi dell’arte, dei meme e della comunità delle criptovalute e che ispirerà ulteriori discussioni in futuro”. Qui sotto il commento di Vittorio Sgarbi. Perché un signore compra Comedian per 6,2 milioni di euro? Perché le opere d’arte non sono più beni rifugio, ma beni in fuga. L’opera non deve esistere, basta sapere che è stata pensata. È una sublimazione di un percorso che rende l’opera da patrimonio, da oggetto che si rivaluta come un immobile, a una cosa che appartiene al nostro pensiero. Questo nuovo record legittima il pensiero che Cattelan si muove in termini diversi da quelli della tradizione figurativa fin qui concepita. E questa è la novità: indicare una strada nuova alla creatività, che è appunto un fatto spirituale. È un percorso che toglie materia all’arte e la fa diventare puro pensiero. Una cosa mentale. Per questo un collezionista può acquistare a quella cifra una banana, che domani sarà un’altra, e poi un’altra ancora. La mangerà? Vuol dire che siamo arrivati alla banana mobile. Vittorio Sgarbi, 21 novembre 2024 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis). L'articolo La banana di Cattelan vale 6 milioni? Parla Sgarbi: “Un bene in fuga…” proviene da Nicola Porro.

30 giugno del 1960. Data dimenticata: il governo monocolore democristiano sta in piedi solo grazie ai voti dell’MSI, il Movimento Sociale Italiano, che convoca a Genova, città insignita della medaglia d’oro alla Resistenza, il suo Congresso nazionale. La miccia prende fuoco in piazza De Ferrari, davanti al Palazzo che attualmente è sede della Regione Liguria. Le forze dell’ordine caricano più volte i manifestanti, ma soccombono; dirigenti della Celere sono picchiati e lanciati nella fontana, camionette vengono date alle fiamme, gli scontri sono violentissimi e si protraggono per ore. L’incendio da Genova si propaga a tutta l’Italia; l’8 luglio il governo guidato da Tambroni, benché abbia in Parlamento i numeri e i voti necessari per governare, cade sancendo l’esistenza di due norme non scritte nella Costituzione: la prima è relativa al divieto, che di fatto si perpetuerà per anni, di formare qualsivoglia coalizione di governo che comprenda partiti di destra, definiti sempre e comunque neo-fascisti. La seconda riguarda l’accettazione della volontà popolare espressa da piazze violente come sistema per cambiare governi. Cosa c’entra con i porti? C’entra eccome. Perché la punta di diamante delle manifestazioni del 1960 e di tante altre successive saranno proprio i portuali, nel caso di Genova, i “camalli” che in cambio di una militanza inossidabile e a una disponibilità a guidare le manifestazioni di piazza, ottengono per decenni il riconoscimento di uno status di “unicità” anche nel panorama degli altri lavoratori del Paese. Sulle banchine si sviluppano e si applicano norme anomale e originali, come il “lavoro con pioggia” che viene retribuito ai camalli con una addizionale sulla retribuzione oraria; oppure la “nave a finire” che premia con un bonus i portuali che si prestano ad allungare il turno per completare lo sbarco o imbarco delle ultime casse di merce che casualmente a fine turno sono rimaste indietro in banchina o nella stiva della nave; o ancora i “ganci bassi” che connotano quei lavoratori che all’interno delle Compagnie portuali non sono più in grado di operare in funzioni faticose fisicamente e quindi sono addetti a caricare la merce al gancio della gru solo in basso dove si fa meno fatica; anche se proprio i team dei ganci bassi alimentano i professionisti delle manifestazioni di piazza, sindacali e no. Genova negli anni diventa il simbolo di una unicità, che è poi distorsione del mercato. Chi comanda non è il vecchio e arrugginito Consorzio autonomo del porto (il Cap), ma sono i portuali della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie (Culmv), che decidono ritmi di lavoro, e di non lavoro, e che gonfiano a dismisura i loro organici sino a sfiorare quota 8000 in perfetta controtendenza con l’andamento dei traffici che continuano a calare. Ma in fondo, in fondo, anche a chi protesta e avrebbe tutti i motivi per farlo, va bene così. I portuali e l’inefficienza e inaffidabilità alla quale condannano il più importante porto d’Italia, garantiscono anche la parte più deteriore degli operatori privati che in questo sistema malato si sono scavati nicchie remunerative e che nella Compagnia Unica e nelle sue bandiere rosse sventolate in piazza trovano un eccezionale alleato per impedire ad altri, venuti da fuori, di cercare ruoli o investire nel porto di Genova. Anche se paradossalmente costituita dal Duce come Corporazione, la Culmv è per decenni il vero potere in città. Per altro Genova non è un’eccezione. A Livorno, altro porto con una Compagnia portuale numericamente potente, i portuali, alimentati anche da fondi che in molti affermano provenire direttamente dall’Unione sovietica, acquisiscono terreni, immobili popolari, centri sportivi, interi quartieri decretando anche l’affermazione di vere e proprie famiglie regnanti che si tramandano di padre in figlio il diritto a governare il porto. Non casualmente, Angelo Ravano, uno dei fondatori della logistica moderna, a chi gli chiederà il segreto del successo del suo terminal di La Spezia e dell’intero porto del levante ligure, non esiterà ad affermare: da noi in porto vengono a lavorare i primogeniti di famiglie contadine e nell’unico porto che non è controllato dalla Cgil, il lavoro in banchina è considerato un ascensore sociale e una opportunità a non spezzarsi la schiena arando i terrazzamenti agricoli di una regione terribilmente faticosa per chi deve coltivarla. La grande politica, quella romana, quella della Prima Repubblica, dei porti si disinteressa, se non per finanziare progetti mastodontici che si trasformano, ancora prima di entrare in funzione, in cattedrali nel deserto e monumenti a una programmazione “pelosa”. La memoria si sfrangia, o forse è meglio dimenticare, ma quelli che diventeranno o cercheranno di diventare i principali terminal container del Paese, Genova-Voltri e Gioia Tauro con successo, Taranto con una infornata di insuccessi, nascono per altre funzioni. Genova per ospitare le navi che trasportano carbone per le centrali e per alimentare di energia la siderurgia che si è sviluppata nel polo industriale genovese. A Gioia Tauro le banchine sono state costruite in acque profonde per servire il V Centro Siderurgico che non sarà mai costruito e che provocherà solo la distruzione di centinaia di ettari di terreno coltivati a limoni. A Taranto è tutta un’altra storia. L’inseguimento di vocazioni e funzioni, in una città che si è stretta urbanisticamente attorno alle mura dell’impianto siderurgico (e non il contrario) hanno falle da tutte le parti e certo non contribuiscono alla soluzione dei problemi gli uomini che vengono posti in sala comando. È in questa portualità corporativa, arruffona e mangia soldi che l’avvento del container produce una reazione a catena, simile a quella di una bomba a grappolo. Non scardinerà i poteri ma genererà terremoti epocali, producendo la privatizzazione dei grandi terminal, l’arrivo di operatori internazionali in grado di gestirli in una logica di mercato e di sviluppo contrapposta a quella di conservazione e difesa dei privilegi. Una rivoluzione epocale che sarà contrassegnata da veri e propri blitz ma anche dall’emergere di figure politiche che, pagando prezzi personali altissimi (basti ricordare le carcerazioni dei ministri della Marina mercantile, Calogero Mannino e Cesare Prandini, entrambi prosciolti dopo anni di galera, e ricordati, da pochi, come i protagonisti di riforme epocali) scardineranno le logiche di potere sulle banchine. O quasi. Come un prepensionamento record anche per i costi indotti, il numero dei portuali Culmv a Genova scese a circa 600 soci poer poi risalire grazie a deroghe, favori e mancata vigilanza, oltre quota mille. Un esempio fra i tanti, anche a testimonianza di un radicamento di potere politico nei porti che tutt’ora rappresenta una costante: la maggior parte dei presidenti che si succedono ai vertici prima delle Autorità portuali e quindi delle Autorità di sistema portuale alle quali il ministro Del Rio con la sua riforma affida la gestione degli organismi di programmazione, controllo e marketing di più porti, hanno radici a sinistra. Non solo perché sono nominati (inclusi quelli in carica) o confermati nel loro ruolo da ministri in maggioranza PD (il Cinque Stelle Toninelli non ha fatto in tempo a collocare qualcuno dei suoi), ma perché comunque sulla catena di comando che collega il ministero prima della Marina mercantile, poi dei Trasporti, quindi dei Trasporti e delle Infrastrutture e con rarissime eccezioni (come nel periodo di Altero Matteoli) con la macchina burocratica dello stesso dicastero, a scendere sino alle Istituzioni di governo dei porti (Autorità di Sistema Portuale) per non dimenticare il mondo del lavoro (stabilmente sotto controllo delle Compagnie portuali e della Cgil) sventola una sola bandiera. Questo breve libro di memorie sui presidenti che hanno comunque lasciato il segno nella portualità italiana consentendole di cambiare e avviare un percorso verso il recupero di efficienza e competitività, non ha tenuto conto delle matrici politiche. A fianco dei craxiani Roberto D’Alessandro e Rinaldo Magnani a Genova, figurano personaggi simbolo come Francesco Nerli, comunista della prima ora specialmente grande uomo di porto, o Paolo Costa, Sindaco di Venezia, Ministro dei Trasporti quindi Commissario europeo. Uomini che hanno creduto nel cambiamento, che hanno sostituito una gestione commerciale tipica degli empori portuali d’antan con governance industriali e manageriali, ma specialmente con tanto, tanto coraggio. 2) continua… Prossima puntata lunedì 25 novembre L'articolo Tutti i porti dei presidenti: “Isole infelici” proviene da Nicola Porro.

Soluzione venti per mille. Ma che hanno queste coppie-scoppiate vip, che dopo essersi tanto amate pigliano la calcolatrice, le mogli soprattutto, e chiedono invariabilmente 20mila euro di extra mantenimento “per i figli”? 20mila la ex signora Ferragnez, 20mila la ex signora Tottary, la Ilary che fa pubblicità mi pare a un ammorbidente, languida, sognante. Ma nella realtà dura, gli occhi due lame. Poi, fortuna, c’è sempre un giudice che non piglia la calcolatrice ma lo smartphone e trova che una è andata a prender l’aperitivo sul ghiacciaio in elicottero, l’altra “vola a New York sfoggiando un nuovo anello da 4mila dollari”, e conclude: signora, i suoi figli già vivono come a Dubai e se ne vantano pure sui social: siamo seri, per favore. Ma la serietà in queste coppie vip scoppiate, ammesso ci sia mai stata, ha lasciato il posto alla psichiatria, insomma anche i ricchi impazziscono. L’ultima degli ex Tottagnez o Tottary ha dell’angosciante: lei, Ilary, in fama di soubrette, denuncia lui Pupone, che a 50 anni finge di voler tornare a giocare, “un affare mediatico da non meno di 100 milioni”, lo denuncia per un’accusa infamante, abbandono di minore, quanto a dire averli lasciati soli in casa, una casa che è come una fortezza. Ma non erano soli, quando i poliziotti della volante arrivano, e ci arrivano in trenta secondi, trovano la governante, come nelle favole dei reami, al che lui minaccia di denunciare lei. La faccenda invade la cronaca gossip e si può capire, sono di quelle cose che tirano sempre, anche noi ne stiamo parlando, ma per dire che la follia galoppa in tutti gli strati sociali e fa paura questa totale mancanza di controllo, di buon senso. Pagine e pagine sul nulla di due privilegiati che si scannano, con vari pretesti, “resta aperta anche la causa dei Rolex”, gli orologi pregiati che, non si è mai capito bene, Ilary gli avrebbe sottratto in un turbinar di ori, di “borze”, griffate of course, di alimenti, di mantenimenti. E tutto questo è sintomatico di un atteggiamento infantile, sul volgare infantile, verso il benessere: gli orologi, le cose costose da toccare, da portarsi addosso, da esibire e un po’ per vanità e molto per sponsorizzazioni. Anche quel cantante di un gruppo giovanile, anche se ormai sono prossimi ai 40 anni, specializzato in filastrocche da Carosello, girava per il centro di Milano, la città “più vivibile d’Italia”, con lo zainetto pieno di Rolex – cose incomprensibili, preoccupanti-, e ovviamente viene rapinato. E gli va anche bene che, essendo una specie di vippetto, glielo ritrovano subito lo zainetto, “denunciando a piede libero” gli scippatori, perché in galera ormai ci vai solo se non credi al riscaldamento globale. La storia dei pupi del pupone usati, si potrebbe malignare, per rappresaglia, presunti abbandonati in un tugurio anziché, come sono, accuditi da governanti, storditi da un lusso che li condanna ad essere come i genitori, ha dello sconfortante: come abbiamo fatto a ridurci così? Per dire come ha fatto la vipperia plebea, ex commesse, giocatori, aspiranti veline, imprenditrici digitali, cantanti contro il patriarcato che fanno calendari a chiappe scoperte contro il patriarcato, a mettere insieme in pochi anni i cento, i duecento milioni che sono patrimoni giganteschi e neanche gli bastano, e più li fanno vedere e più la gente corre? Le grandi dinastie della ricostruzione democratica e consumistica più che sfoggiare il lusso lo vivevano con l’indifferenza dei nati ricchi, ma al dunque le cose serie, pesanti le tenevano nascoste, Giorgio Bocca scriveva nel ’62 che a casa Pesenti il frigorifero era lucchettato, che il grande industriale faceva pagare l’usura gomme agli amici dei figli scarrozzati dall’autista, e veniva convocato dal direttore del Giorno, Italo Pietra, su mandato del proprietario, Enrico Mattei: guarda che tu puoi arrivare da qui a qui, ma oltre no. Adesso non c’è più bisogno di fare cronaca, per dire scoprire mondi arcani, inaccessibili, adesso sono i neoricchi che te lo fanno sapere, ti cercano, magari ti pagano anche pur che tu gli faccia debito servizio. Fedeli al celebre detto, “si vendono più giornalisti che giornali”. L’alienazione di un Agnelli che viveva la vita spericolata ma tenendo presente di essere a capo di un gruppo da duecentocinquatamila dipendenti, che si muoveva come un monarca nella diplomazia feroce e ladronesca degli affari, che, per dire, teneva in pugno Torino ma la salvava, la difendeva dalle brame milanesi e mondiali, non ha niente a che spartire con gli eredi e, più in generale, con le miserie di questi qui che sono figli del loro tempo, un tempo completamente folle, deresponsabilizzato, come incapsulato, rivoltolato su se stesso. Tempo narciso e sibilante, del qui e ora, del tutto adesso, tempo di influencer che, a volerli chiamare col nome che meritano, sono parassiti sociali. Ci sono cose fuori dalla logica degli umani se una che solo per un programma televisivo incassa 700mila euro, poi le ospitate, poi le pubblicità degli ammorbidenti e dei materassi, si lamenta che vuole 20mila di extra “per i figli” perché niente basta mai, perché non c’è un limite, neanche di coscienza, neanche di ritegno “ho le spese” dicono tutte, ma se ti abitui a viaggiare con l’aereo privato, se il castello ti va stretto, con tanto di servitù, è chiaro che le spese in qualche modo fai fatica a coprirle. Ma non sono spese, sono schiaffi al Dio dei disgraziati e questo non per moralismo ma per indagare certi meccanismi che ai comuni mortali sfuggono, che risusltano incomprensibili. Sarà che siamo figli del secolo scorso, ma questa koiné delle signore ventimila euro, questo zeitgeist del soldo come misura di tutto, proibito accontentarsi, rilanciare sempre, mostrare lo sfarzo, sempre, anche coi figli piccoli, meglio se sullo sfondo dei falsi valori woke, questo constatare che perfino i politici si muovono allo stesso modo, senza nascondersi, senza scrupoli, da destra a sinistra al grido “bando ai moralismi”, che la politica si risolve non in bene comune ma in bene rifugio, no, tutto questo non riusciamo più a capirlo e non abbiamo nessuna voglia di capirlo. Max Del Papa, 21 novembre 2024 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis) L'articolo Totti-Ilary sono uno schiaffo al Dio dei disgraziati proviene da Nicola Porro.

Nell’ultima puntata della Zanzara, Giuseppe Cruciani ha espresso le sue opinioni su diverse questioni, partendo dall’intervento di Papa Francesco in un libro di Luca Casarini. “Vengo ad apprendere che il Santo Padre, Papa Bergoglio, ha scritto una prefazione in un libro dell’ex antagonista Luca Casarini. Pensate che coppia! Papa Francesco e Luca Casarini,” ha esordito il conduttore. “Bergoglio ci parla di peccato grave nel respingere i migranti e dice no a leggi più restrittive. Caro Papa Francesco, ci sono tantissimi italiani che legittimamente vogliono respingere i migranti. Non sono fascisti, non sono razzisti. Non è un peccato grave”. Cruciani ha poi affrontato il tema delle “liste di proscrizione” che, a suo dire, emergono contro chi non si allinea alla narrazione dominante sul patriarcato e il senso di colpa dell’uomo bianco occidentale. “Dopo un anno dalla morte della povera Giulia Cecchettin, ritorna il pentimento collettivo dell’uomo bianco. Chi non si accoda viene messo in una sorta di lista. E benissimo ha fatto il dottor Marco Travaglio a dire ‘non ci sto a questa lista di proscrizione’.” Infine, il conduttore di Radio24 ha commentato un episodio avvenuto a Trento, dove un gruppo di giovani di destra è stato respinto in modo violento dai cosiddetti antifa. “Dov’è il fascismo? Dov’è la violenza? Chi è estremista? Si può fare attività politica in maniera normale oggi? I veri fascisti intolleranti sono oggi dall’altra parte, quelli che si dichiarano di sinistra, quelli che si dichiarano tolleranti. Questo è il punto,” ha concluso Cruciani, manifestando la sua indignazione. L'articolo “Caro Bergoglio, non è vero!”. Cruciani catechizza il Papa sui migranti proviene da Nicola Porro.

Dopo Vladimir Putin, anche Bibi Netanyahu. La recente risoluzione da parte della Corte Penale Internazionale (CPI) di emettere mandati di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre che per alcuni vertici di Hamas, tra cui il leader noto come Deif, ha suscitato un’ampia gamma di reazioni in ambito internazionale. Tale mossa giuridica, che li accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel contesto del conflitto a Gaza, ha inserito Netanyahu, Gallant e i funzionari di Hamas in cima alla lista dei ricercati a livello mondiale. “La Camera ha ritenuto che vi siano fondati motivi per ritenere che entrambi gli individui abbiano intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità”, hanno scritto i tre giudici nel dispositivo, precisando che non c’è bisogno che Israele riconosco la giurisdizione della Corte per rendere valido il mandato di arresto. Adesso la palla passa in mano agli altri Stati. Non avendo l’Aja una sua polizia, tutto dipende da cosa faranno i singoli Paesi qualora Netanyahu dovesse presentarsi sul loro territorio. Un “dubbio” che era sorto anche col mandato di arresto a Putin dopo l’invasione dell’Ucrain. La decisione ha sollevato una tempesta di indignazione tra i ranghi del governo israeliano. Figure chiave come Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale noto per le sue posizioni di estrema destra, il presidente Isaac Herzog e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, hanno espresso profondo disappunto. Ben Gvir ha rivolto critiche aspre alla CPI, denunciandola come “profondamente antisemita” e proponendo azioni risolute in risposta. Herzog ha parlato di un “giorno nero” per la giustizia internazionale, accusando la Corte di aver voltato le spalle ai crimini perpetrati da Hamas contro Israele e di aver manipolato il sistema giuridico a favore di agende terroristiche e antisemite. Sa’ar ha evidenziato una perdita di credibilità della CPI, criticandola per essere diventata uno strumento politico contro la pace e la sicurezza in Medio Oriente. Dall’altro lato, Hamas ha accolto positivamente la decisione della CPI, considerandola un avanzamento verso la giustizia per le violenze subite dai civili a Gaza, e ha chiamato la comunità internazionale a supportare l’iniziativa di portare davanti alla giustizia i leader israeliani accusati. Il ministro degli Esteri olandese, Caspar Veldkamp, ha dichiarato che i Paesi Bassi sono pronti a rispettare l’impegno di eseguire i mandati, come parte degli obblighi dei 124 Stati membri della CPI. Questo annuncio solleva dubbi e interrogativi sulla libertà di movimento di Netanyahu e Gallant e mette in evidenza le tensioni tra le responsabilità degli stati membri della CPI e le relazioni diplomatiche internazionali. Al centro di questo dibattito, il conflitto a Gaza rimane un punto di attrito significativo, con Netanyahu che si difende affermando che le azioni di Israele rappresentano una legittima difesa contro il terrorismo di Hamas. La situazione riaccende la discussione sull’antisemitismo e sull’uso di tali accuse in contesti di critica internazionale verso Israele, complicando la questione della legittimità e dell’imparzialità della giustizia internazionale. “La decisione antisemita della Corte penale internazionale equivale al moderno processo Dreyfus, e finirà così – ha detto il premier – Israele respinge con disgusto le azioni e le accuse assurde e false contro di lui da parte della Corte Penale Internazionale, che è un organismo politico parziale e discriminatorio”. Bibi è convinto che “non c’è niente di più giusto della guerra che Israele conduce a Gaza dal 7 ottobre 2023, dopo che l’organizzazione terroristica Hamas ha lanciato un attacco contro di esso e ha compiuto il più grande massacro commesso contro il popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto”. Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis). L'articolo L’Aja fa contenta Hamas. Mandato di arresto per Netanyahu e Gallant: “Crimini di guerra” proviene da Nicola Porro.

Dopo tante, tantissime chiacchiere è arrivata la fumata bianca per i vicepresidenti della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Oltre al “nostro” Raffaele Fitto, ha ricevuto il via libera anche una delle figure più controverse del nuovo europeo: parliamo della spagnola Teresa Ribera, nominata vicepresidente esecutiva per la Transizione pulita, giusta e competitiva. Mettendo da parte le comprensibili perplessità sul titolo, parliamo di una vera e propria talebana del green, che negli ultimi anni si è contraddistinta per alcune decisioni semplicemente folli da ogni punto di vista, senza dimenticare gli ultimi fatti di cronaca. Quella della Ribera è stata infatti una nomina strappata con grande determinazione nonostante i dubbi del Ppe, che voleva inserire nella lettera di valutazione della spagnola l’impegno a dimettersi nel caso in cui “vengano mosse accuse o procedimenti legali nei suoi confronti, in relazione ai tragici eventi della Dana”. La fedelissima di Sanchez è finita al centro del dibattito spagnolo e dunque europeo per le presunte responsabilità nella tragedia delle alluvioni che hanno colpito la Comunidad autonoma lo scorso 29 ottobre e nelle quali hanno perso la vita oltre 200 persone. Per alcuni membri del Ppe come Esteban Gonzalez Pons la sua nomina sarebbe stata “immorale”, poiché “ci sono ancora dei cadaveri da recuperare da sotto il fango”. L’accusa principale è di essere venuta meno al suo ruolo di coordinatrice della risposta all’emergenza e avrebbe fallito nel mettere in campo un’adeguata prevenzione per limitare i danni. Accuse respinte al mittente da Madrid, ma tali da creare ulteriori discussioni. Partiamo dal cv. Madrilena, classe 1969, giurista, la socialista Ribera ha tre figli ed è sposata con Mariano Bacigalupo, esperto di concorrenza che fa parte della Comisión Nacional del Mercado de Valores, la Consob spagnola. Sbarca nel governo europeo dopo aver lavorato come ministra per la Transizione ecologica e per la Sfida demografica e vicepresidente del governo di Pedro Sánchez. Dal 2020, inoltre, ha ricevuto carta bianca nella gestione delle misure di rilancio dell’economia dopo la pandemia di Covid-19. La sua influenza nel partito socialista è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni, tanto da essere scelta come capolista alle elezioni europee di giugno. Ovviamente eletta, ha lasciato il suo seggio a un altro candidato poichè sicura di fare parte della Commissione europea. Prima di diventare ministra, Ribera ha diretto l’Institute for Sustainable Development and International Relations dal 2014 al 2018, mentre dal 2008 al 2011, Ribera ha ricoperto il posto di Segretario di Stato per il cambiamento climatico e la biodiversità e ha lavorato per l’Agenzia meteorologica spagnola. E ancora, in passato è stata docente all’Università autonoma di Madrid. Tutti la conoscono per le sue posizioni integraliste su dossier come clima ed energia, basti pensare alla recente dichiarazione rilasciata alla Reuters: “Agire per il clima è la migliore opportunità che abbiamo per ridurre le disuguaglianze, creare posti di lavoro e modernizzare l’economia. È la chiave per la transizione ecologica, per raggiungere la giustizia sociale tra generazioni e tra Stati”. La nomina a vicepresidente esecutiva per la Transizione pulita, giusta e competitiva – dossier che non ha senso nel mondo normale ma evidentemente sì nell’universo verde – è una vittoria per la Ribera, poichè ha anche ottenuto il portafoglio della Concorrenza con cui l’Ue controlla le fusioni industriali, l’applicazione delle norme antitrust e gli aiuti di stato. In altri termini, sarà lei ad esercitare un’influenza importante sulle politiche industriali dei Paesi membri. Ma questa non è una buona notizia, considerando l’odio viscerale per l’industria. E non è un caso che abbia già preso le distanze dalla gestione Vestager ai microfoni del Financial Times: “Per quanto riguarda il ruolo che questo portafoglio deve svolgere in questo momento, ovviamente non è esattamente lo stesso di prima, ma è qualcosa che deve evolversi e adattarsi alle circostanze”. La buona notizia è che non ha ricevuto deleghe al clima e all’energia come ipotizzato in un primo momento: la Ribera sarà infatti costretta a collaborare con i commissari olandese Hoextra (Clima) e svedese Roswall (Ambiente) entrambi del Ppe e il danese Jørgensen (Energia), che fa parte della famiglia dei socialisti. Ma è la sua dottrina a lasciare perplessità e a incutere timore. Per citare solo due interventi ideologici, da ministra spagnola ha chiuso le miniere di carbone e previsto un divieto per le auto a combustione. L’intervento sulle miniere di carbone nel nord della Spagna è significativo: ha gettato al vento 250 milioni di euro per creare posti di lavoro alternativi e incentivare il pensionamento anticipato. Una svolta green, certo, dimenticando che a rimetterci sono gli spagnoli e soprattutto che il resto del mondo – a partire dalla Cina – se ne infischia di certe sceneggiate. Un altro provvedimento contestato è la legge per il clima che prevede di vietare la produzione di automobili diesel e benzina dal 2040 e la loro circolazione dal 2050, a testimonianza della sua ossessione per le auto elettriche. Ovviamente la Ribera è contraria anche alla tecnologia nucleare, anche se ha provato a smorzare i toni: “I trattati dicono chiaramente che ogni Paese ha il diritto di fare ciò che vuole (in ambito energetico, ndr). Questo va rispettato. È vero che un quadro normativo è andato avanti, contro il mio giudizio. L’aspetto interessante è l’utilizzo delle risorse pubbliche in termini di fonti energetiche, quando esistono fonti a basso costo che offrono prezzi migliori per i consumatori. Quando si tratta di investimenti pubblici, dobbiamo essere estremamente attenti”. La poltrona è la poltrona, è comprensibile. Ma anche lei del resto fa parte di quel mondo green incoerente, fatto di interventi di facciata e scarsa concretezza. Pensiamo a quanto accaduto nel luglio del 2023, quando la socialista arrivò al vertice dei ministri europei sul clima di Valladolid in sella a una bici. Peccato che fosse seguita da quattro inquinantissime auto blindate della scorta e soprattutto che abbia percorso pedalando solo gli ultimi 200 metri del tragitto, per fare bella figura davanti alle telecamere. Franco Lodige, 21 novembre 2024 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis) L'articolo In bici, ma con l’auto di scorta. Chi è Teresa Ribera, miss Green dell’Ue che odia l’industria proviene da Nicola Porro.

Anno record per le compagnie di trasporto container che si avviano a registrare il picco più alto di utili, sorpassato solo dal primato contingente conseguito nell’era Covid. Il trasporto marittimo di container ha registrato un utile netto totale di 26,8 miliardi di dollari nel terzo trimestre, pari a un incremento del 164% su base sequenziale rispetto agli utili di 10,2 miliardi di dollari registrati nel secondo trimestre. Nel pubblicare una analisi comparativa fra vari studi, Splash 247 che analizza in particolare le statistiche di Blue Alpha Capital e di dello studio inglese Drewry. sottolinea come, rispetto al terzo trimestre dello scorso anno, l‘utile netto di questo trimestre sia balzato in avanti dell’856% raggiungendo quota 24 miliardi di dollari, rispetto ai 2,8 miliardi di dollari dell’analogo periodo del 2023 I 26,8 miliardi di dollari guadagnati sono più del doppio di quanto l’industria del trasporto marittimo di container abbia guadagnato in qualsiasi altro anno completo al di fuori dell’era Covid. E quest’anno il bilancio finale probabilmente si attesterà ben sopra il tetto dei 100 miliardi di utile, sostanzialmente distribuiti fra quattro o cinque grandi gruppi capeggiati dalla MSC di Gianluigi Aponte, che non casualmente, è impegnata in uno shopping quasi quotidiano di aziende operanti nel comparto della logistica. A soffiare nelle vele dei colossi container è stata la crisi del trasporto marittimo nel Mar Rosso nonché i volumi elevati registrati su tutte le rotte commerciali. E a favore delle compagnie giocano anche le numerose inefficienze che caratterizzano il sistema messo alla frusta dalle tensioni geo politiche. Analizzando i guadagni dei vettori globali quotati in borsa (non il numero uno MSC che non è quotata) si nota come i margini EBIT delle nove maggiori compagnie di linea quotate in borsa siano saliti al 33% dal 16% del trimestre precedente. E l’ultimo trimestre del 2024 potrebbe andare ancora meglio come testimoniano i i volumi di carico nei due principali porti degli Stati Uniti – Los Angeles e Long Beach – che hanno stabilito record storici in ottobre. L’indice composito dei container della Drewry, è sceso di 28 dollari a 3.412,89 dollari per feu (container di 40 piedi), un valore inferiore del 67% rispetto al precedente picco pandemico di 10.377 dollari del settembre 2021, ma superiore del 140% rispetto alla media di 1.420 dollari del 2019 pre-pandemia L'articolo I containers tornano a riempirsi di utili record proviene da Nicola Porro.

Fosse così sicuro di ottenere il risultato sperato, forse Giuseppe Conte non avrebbe realizzato ieri un video-appello per spingere gli iscritti al M5S a “votare per definire le battaglie” dei grillini. E soprattutto non avrebbe concesso un’intervista a Repubblica per minacciare l’addio al Movimento qualora i votanti decidessero di non sposare la sua linea “progressista”. Non se lo sognava così, l’appuntamento costituente. Dopo la vittoria in Sardegna con la “sua” Alessandra Todde, Conte si era forse illuso di poter scalare il centrosinistra e scalzare Elly Schlein dalla leadership del possibile Campo Largo, Campo Stretto, Campo morto. Gli è andata male. Non solo perché la leader del Pd è stata brava a polarizzare la scontro con Giorgia Meloni in un’ottica bipolare che, di fatto, taglia fuori Giuseppi. Ma anche perché le elezioni Europee e quelle Regionali hanno confermato tutta l’inconsistenza territoriale grillina. Lì dove l’alleanza progressista ha seguito i diktat grillini, leggi il niet a Renzi in Liguria, il centrosinistra ha incassato una madornale sconfitta. In Umbria ed Emilia Romagna, invece, Proietti e De Pascale avrebbero vinto anche senza l’apporto dei grillini. Conte rivendica di aver contribuito al successo, ma i numeri dicono altro: dal 15% delle politiche del 2022, il Movimento è passato al 9,9% delle Europee e a meno del 5% nelle Regioni. Una debacle. Colpa anche della lite tra Giuseppi e Beppe Grillo? Forse. Ma non è l’unica. L’asse tra M5S e il “Pdmenoelle” non convince un’ampia fetta di elettori i quali magari apprezzano Conte ma ricordano le storiche battaglie contro il “sistema Pd”. Per questo l’ex premier sta provando ad aggiustare il tiro, senza però auto-sconfessarsi: nessuna “alleanza organica o strutturata” con i dem “incompatibile con il nostro dna”, promette ai suoi, ma sì al “dialogo con le forze del campo progressista”. Prendere o lasciare. Da qui la “minaccia” (spacciata per “coerenza”) di lasciare il M5S in balia del caos qualora gli iscritti non dovessero approvare la sua “traiettoria” sinistra. Papale papale: “Se questa scelta di campo progressista venisse messa in discussione, il Movimento dovrà trovarsi un altro leader”. L’avvocato del popolo se la sta facendo sotto? Forse. Le votazioni si aprono oggi e nel fine settimana è prevista l’Assemblea Costituente. Gli iscritti sono 89mila e alcune delle questioni richiedono che si esprima almeno il 50%+1 degli aventi diritti al voto, pena l’invalidità del risultato. Non a caso il processo dura 4 giorni (il doppio di un’elezione normale) e la platea degli iscritti è stata scremata nelle scorse settimane eliminando chi da troppo tempo non risultava attivo sulla piattaforma. Giuseppi, magari, alla fine ce la farà. Anzi: è probabile. Ma la nervosa intervista di oggi a Repubblica lascia trapelare una certa apprensione. Alla finestra attende Chiara Appendino, contraria ad un M5S che si lasci “fagocitare” dal Pd di Elly Schlein. Anche lei speranzosa, chissà, di avere una chance. Giuseppe De Lorenzo, 21 novembre 2024 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis). L'articolo Giuseppe Conte se la sta facendo sotto proviene da Nicola Porro.

La Stampa non ci sta: gli Usa danno le mine antiuomo a Kiev. Il patto dei conservatori tra Meloni e Milei. Passa in commissione la commissione. Toc Toc ma chi è questa Ribera? Sappiamo tutti dei ministri di Trump, nulla dei nostri? Nuovo codice della strada, nn che è mi piaccia tanto. Altro che stretta sui monopattini, non fate gli ipocriti, li avete uccisi. Vabbè Conte dice le sue. Passa il salva Milano per fortuna. Il Fango di Augias su Nordio. La follia della multa al ristoratore romano che aveva messo qualche giorno prima le luminarie. Ilary ha esagerato su Toti, direi. L'articolo In Ue patetici giochini di potere: Cina e Usa ci mangeranno proviene da Nicola Porro.

Bastano due vittorie alle regionali per rinvigorire la sinistra e far sognare Elly Schlein. “Stiamo arrivando” è il messaggio della segretaria del Partito Democratico a Giorgia Meloni, non nascondendo la sua felicità per i dati di Emilia-Romagna e Umbria. I dem hanno una posizione di forza incontrovertibile nel campo largo, non ci sono dubbi, ma tutta questa contentezza pare immotivata. Forse anche lei ne è consapevole e per questo motivo ha subito rilanciato le ambizioni del Nazareno, annunciando una sorta di remake dell’estate militante – un flop senza precedenti, come testimoniato dai sondaggi – questa volta versione autunnale. Sì, perchè senza badare al buonsenso la Schlein ha annunciato di voler dare battaglia sulla sanità. “Non resteremo a guardare lo smantellamento della sanità pubblica“, la filippica della Schlein: “Proseguiremo la mobilitazione che abbiamo fatto in queste settimane sulla difesa della sanità pubblica, continueremo ad andare negli ospedali e nei luoghi di cura. La destra vuole una sanità a misura del portafoglio delle persone, non non accettiamo che il servizio sanitario nazionale venga smantellato. L’autonomia differenziata rischia di dare il colpo di grazia alla sanità pubblica”. L’obiettivo è chiaro: provare a unire la sinistra almeno su un tema, considerando che su tutti gli altri è divisa. Ovviamente dopo il j’accuse della Schlein si è scatenata un’ondata di attacchi sulla sanità, dall’assistente civico Francesco Boccia al mai domo Marco Furfaro (lo stesso che qualche tempo fa ammetteva che “in passato la sanità è stata definanziata dal centrosinistra, è stato un grande errore”). Leggi anche: “Lavoro meno, stesso stipendio”. Lo spot sinistro che puzza tanto di comunismo Schlein nel baratro. Vuole il campo largo, non sa unire manco il Pd Il Pd rimpolpa le truppe: “Prendi la tessera, ti offriamo il salame” Con che faccia? Sì, perché mobilitarsi sulla sanità appare un clamoroso autogol. Ci pensano i numeri a fare chiarezza: dal 2010 al 2019 tutti i governi, senza alcuna distinzione, hanno usato la forbice per ridurre i fondi destinati alla sanità. Non si tratta dell’osservatorio del centrodestra, ma è farina del sacco di Gimbe: tra tagli e minori entrate il Servizio Sanitario Nazionale ha perso 37,5 miliardi di euro tra il 2010 e il 2019. Qualcuno forse non ha ricordato a Elly che in quel decennio si sono alternati governi del Pd, tecnici e infine il Conte I e il Conte II. Quasi esclusivamente la sinistra. Non basta? Prendiamo in considerazione l’analisi dell’Osservatorio CPI. Secondo gli esperti, dal 2008 al 2019 il finanziamento in termini reali si è ridotto di quasi l’1 per cento l’anno. Poi con la pandemia gli stanziamenti sono cresciuti del 5,6 per cento in termini reali ma limitatamente al 2020, tornando poi a decrescere. Con buona pace del tanto decantato Roberto Speranza. Per il 2024 il governo afferma di aver messo 134 miliardi di euro e secondo l’Osservatorio CPI le stime “sembrano suggerire un rimbalzo del finanziamento in termini reali”. Entrando nel dettaglio: “Dopo il minimo raggiunto nel 2023 (dato dalla combinazione del -4,6 per cento del 2022 rispetto al 2021 e -2,9 per cento del 2023 rispetto al 2022), il finanziamento in termini reali mostra un’inversione di tendenza, crescendo (se le stime si rivelassero corrette) del 2,6 per cento nel 2024, quindi quasi compensando il calo del 2023”. E ancora: dal 2019 a oggi sul fondo sanitario ci sono 22 miliardi di euro di differenza. Cinque anni fa lo Stato spendeva 1.919 euro per ogni cittadino sulla salute, mentre oggi ne spende 2.317. Uno dei cavalli di battaglia del Pd è il calcolo della spesa sanitaria “in rapporto al Pil”, un dato che – secondo la segretaria dem – racconta meglio dei “valori assoluti” il reale finanziamento dei governi per gli ospedali. Tradotto: magari si spendono più miliardi dell’anno precedente, ma se in rapporto al Pil questo dato decresce, allora le cose non vanno bene. “I numeri che Giorgia Meloni ha dato, se me messi in rapporto al Pil, dimostrano che da quando lei è a Palazzo Chigi la spesa sanitaria sta scendendo fino ai livelli pre-pandemia e arrivando al minimo storico degli ultimi 15 anni”. Guardiamo allora ai dati “in relazione al Pil”. Sempre l’osservatorio Cpi ci spiega che sono tre le fasi in cui si può dividere la storia del finanziamento alla sanità in Italia: la prima arriva fino al 2008, con una fase di forte espansione del finanziamento; una seconda fase caratterizzata da un forte “rallentamento”, in cui gli incrementi di un miliardo all’anno “si traduce in una riduzione del finanziamento in percentuale al Pil”; e poi la terza fase, successiva alla pandemia (che fa capitolo a parte) fatta di tre anni di riduzione. A guardare il grafico proposto dall’Università Cattolica, non ci sono dubbi: il finanziamento agli ospedali in rapporto al Pil è calato sì nel 2023, ma anche negli anni 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019 e, dopo la parentesi Covid, anche nel 2021 e nel 2022. Indovinate chi era al governo durante queste legislature? Franco Lodige, 21 novembre 2024 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis) L'articolo Schlein in trincea per la sanità? I dati parlano chiaro: se la prenda col Pd proviene da Nicola Porro.