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Laser è un magazine di approfondimento dell’attualità politica, culturale, sociale. Interviene sulla stretta attualità di giornata, solo in casi particolari, di grande rilevanza. Dà spazio anche a tematiche di interesse pubblico o a quante vengono trascurate dai grandi media. Il taglio è storico–sociologico. I registri comprendono interviste, reportage, documentari, incontri biografici. Spazia dal locale all’internazionale, da tematiche accademiche a questioni di vita quotidiana. Presta particolare attenzione alla forma radiofonica, all’abbinamento di contenuti di sostanza con uno stile divulgativo. È il magazine di riferimento della Rete Due per réportages e documentari.

Il gambero rosso di Mazara è diventato negli anni un simbolo del made in Italy, ma il suo successo si regge sempre meno sulla pesca locale e sempre più su logiche di branding e mercato. Nato come prodotto poco valorizzato, il gambero ha conosciuto il boom negli anni ’90 grazie all’industrializzazione della pesca a strascico e all’espansione verso i fondali libici, ricchissimi di risorse. Attorno a questo crostaceo si è costruita una vera economia del lusso, sostenuta da campagne commerciali e strategie mediatiche che hanno trasformato il “gambero di Mazara” in un marchio globale più che in una reale denominazione d’origine.Nel frattempo, però, la pesca intensiva ha impoverito il Mediterraneo, mentre la chiusura delle acque libiche, i sequestri dei pescherecci, l’aumento dei costi del carburante e i vincoli europei hanno messo in crisi la marineria mazarese. Sempre più armatori denunciano un sistema non più sostenibile economicamente. Sullo sfondo emergono anche pratiche opache come i trasbordi in mare aperto: gamberi pescati da flotte nordafricane verrebbero trasferiti su pescherecci italiani e immessi sul mercato come prodotto “di Mazara”. Una dinamica difficile da controllare ma considerata da molti pescatori una forma di sopravvivenza. Il risultato è una domanda inevitabile: il gambero rosso di Mazara è ancora un’eccellenza territoriale o ormai soprattutto un’etichetta commerciale?

Cocullo è un piccolo comune in Italia centrale, dove ogni anno, agli inizi di maggio, una processione accompagna per il paese la statua di San Domenico interamente coperta di serpenti. Anche conosciuto come rito dei serpari, quella di Cocullo è una tradizione antichissima. Si pensa risalga a diverse migliaia di anni fa, ben prima dell’arrivo dei romani e che fosse dedicata alla Dea Angizia, venerata dal popolo dei Marsi.Con il passare del tempo molte cose sono cambiate nel rito ma la figura centrale è sempre quella dei serpari, persone che a partire da marzo vanno per le montagne a caccia dei serpenti da mettere sulla statua del santo. Questo documentario segue le orme di una giovane separa, Martina Marinilli camminando con lei sulle montagne, a caccia di serpenti, fino al giorno della festa, dove in paese arrivano dalle 20 alle 30 mila persone.

Cocullo è un piccolo comune in Italia centrale, dove ogni anno, agli inizi di maggio, una processione accompagna per il paese la statua di San Domenico interamente coperta di serpenti. Anche conosciuto come rito dei serpari, quella di Cocullo è una tradizione antichissima. Si pensa risalga a diverse migliaia di anni fa, ben prima dell’arrivo dei romani e che fosse dedicata alla Dea Angizia, venerata dal popolo dei Marsi.Con il passare del tempo molte cose sono cambiate nel rito ma la figura centrale è sempre quella dei serpari, persone che a partire da marzo vanno per le montagne a caccia dei serpenti da mettere sulla statua del santo. Questo documentario segue le orme di una giovane separa, Martina Marinelli camminando con lei sulle montagne, a caccia di serpenti, fino al giorno della festa, dove in paese arrivano dalle 20 alle 30 mila persone.

In un momento di estrema instabilità geopolitica, con Putin da una parte e Trump dall’altra, l’Europa deve fare delle scelte importanti. Come trovare o recuperare il suo spazio sulla scena globale? Come conciliare la ricerca di un nuovo peso geopolitico con i suoi valori tradizionali, cultura, democrazia, diritti umani? La risposta - a volte esplicita altre volte meno - è ormai chiara: di fronte alle minacce esterne l’Europa ha scelto di riarmarsi. La stessa commissione europea ha annunciato un piano da 800 miliardi di euro per la difesa militare. Questa è la priorità assoluta, tutto il resto sta passando in secondo piano.Una delle conseguenze di questa nuova politica, molto poco raccontata, è la riduzione dei fondi - a livello comunitario ma anche dei singoli stati - per i progetti di peacebuilding. Costruzione della pace, prevenzione e gestione dei conflitti armati, mediazione non vengono più considerati strumenti utili, o comunque non così utili in un momento di estrema instabilità.L’Europa deve imparare il linguaggio del potereIn realtà bisognerebbe investire in questa direzione proprio in questo momento, ma la politica europea ha fretta e vuole risultati nell’immediato.In questa puntata di “Laser” parleremo di questi temi con chi lavora quotidianamente nel settore del peacebuilding in Europa: Lorenzo Conti (di EPLO, European Peacebuilding Liaison Office), Anna Penfrat (Nonviolent Peaceforce), Bernardo Venturi (Agency for Peacebuilding).

Quanto vale una vita? È una domanda che nel mondo della farmaceutica ha una risposta precisa, espressa in franchi, euro o dollari. Una scatola di Keytruda, il farmaco oncologico più venduto al mondo, costa in Svizzera oltre quattromila franchi. Ma qual è il costo reale di produzione? Perché, in linea generale, non c’è trasparenza nella definizione dei prezzi dei farmaci? E quale ruolo giocano le lobby del settore? È il tema che affrontiamo in questa puntata di “Laser”, in cui cerchiamo di capire perché non è rispettato il principio di accesso universale alle cure e ai farmaci nel mondo e quali sono le conseguenze per chi resta escluso.Ne parliamo con Patrick Durisch di Public Eye, organizzazione non governativa (ONG) svizzera che si impegna per la giustizia globale e il rispetto dei diritti umani, che ha condotto una stima indipendente dei costi di ricerca e sviluppo del farmaco Keytruda, e con Catherine Moury, professoressa di Scienze Politiche presso la NOVA Università di Lisbona, che ha guidato progetti di ricerca internazionali sulla determinazione dei prezzi dei farmaci.

La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale (edizioni Casagrande, 2026) è il titolo dell’ultimo libro di Bruno Giussani. Giornalista - per un periodo anche corrispondente del New York Times - e imprenditore ticinese che ha riconosciuto subito le potenzialità del web negli anni Novanta, fondando il primo internet provider della svizzera italiana nel 1995. Giussani è stato a lungo curatore dei TED Talk - trasformando la manifestazione in un evento globale: oggi queste conferenze e lezioni online sono eventi seguiti da milioni di utenti e conosciuti in un tutto il mondo.Negli ultimi anni ha approfondito l’impatto delle nuove tecnologie algoritmiche sul piano politico, economico, e sociale. A questo tema ha dedicato l’anno scorso un podcast dal titolo La ménace cognitive - , e un saggio Moins d’Amérique dans nos vies, dedicato alla dipendenza europea dalle Big Tech statunitensi. Bruno Giussani in questo incontro racconta la sua passione per le nuove tecnologie, ma anche per la carta stampata e dell’importanza di frequentare le librerie, con il sottofondo di alcuni dei suoi brani preferiti.

Strada del peccato e del divertimento, la Langstrasse di Zurigo è un concentrato di estremi e proprio per questo tipica per Zurigo. Una strada che da sempre fa discutere per gli eccessi e la violenza ma dove si respira anche un’aria di libertà, a volte anarchia, di cui molti zurighesi vanno fieri. Nel bel mezzo del normalissimo caos della Langstrasse, su pochi metri quadrati, una panetteria, quasi un’istituzione a Zurigo: l’Happy Beck. produce probabilmente i migliori cornetti a Zurigo e lo fa, unicum in Svizzera, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, Natale, Pasqua e capodanno compresi. I suoi cornetti sono apprezzati dagli abitanti del quartiere esattamente come dalle signore in cerca di clienti, spacciatori o festaioli notturni. La panetteria è la lente per osservare e cogliere lo spirito della Langstrasse. Un ritratto senza filtri di una strada che sfugge a ogni definizione e dove persino un attempato signore a spasso con il suo cagnolino può rivelarsi diverso rispetto a quello che suggeriscono le apparenze...

Muzak è il marchio della prima è più importante società di musica filodiffusa che ebbe il periodo di massimo fulgore negli anni ’50 e ’60, soprattutto in USA, ma anche nel resto del mondo. Negli anni muzak è diventato sinonimo di musica di sottofondo, anzi di “musica da ascensore” (traduzione di “elevator music”), una definizione denigratoria con la quale è stato ribattezzato fin dall’inizio questo particolare tipo di musica easy listening, per lo più strumentale, che da un certo momento storico ha cominciato a essere diffusa dappertutto: negli uffici e negli hotel, nei supermercati e negli aeroporti, e a un certo punto persino nelle stalle. Negli anni ’90 c’è stato un revival del repertorio Muzak con la moda della lounge music, che ha fatto riscoprire al grande pubblico, temi, autori e sottogeneri di quel bizzarro, a volte stucchevole, altre volte sorprendentemente sperimentale filone musicale.E pensare che la musica di sottofondo, la musica funzionale, esiste da sempre. Il precursore più diretto della Muzak è però indubbiamente il francese Eric Satie, autore nel 1920 del manifesto della Musique d’ameublement, ossia la “Musica d’arredamento”. La leggenda vuole che Satie abbia avuto l’illuminazione per la sua musica d’arredamento durante un pranzo con il pittore Fernand Léger. “Muzak, una storia in sottofondo” è un viaggio avvincente a due voci, una produzione originale del duo Cappa e Drago (il produttore, regista, autore radiofonico Gaetano Cappa e lo scrittore, giornalista e autore radiofonico Marco Drago).

Donald Trump da una parte, Vladimir Putin dall’altra. La fine delle relazioni transatlantiche a ovest, l’invasione russa dell’Ucraina a est. Lo sgretolamento dell’ordine internazionale nato con la fine della Seconda Guerra Mondiale da un lato, il grande dilemma di come contenere l’aggressività di Mosca tra sanzioni e nuova corsa agli armamenti dall’altro.Nell’ultimo anno l’Europa ha visto venir meno definitivamente le poche certezze rimaste, e la sua fragilità è aumentata ulteriormente. Anche perché oltre al nuovo corso americano e alle continue minacce provenienti da Mosca gli europei devono gestire anche un complesso rapporto con la Cina. Per l’Europa si tratta di un momento difficilissimo.Ma il Vecchio Continente ha perso sul serio la centralità che ha avuto per tanti secoli? Il venir meno del peso politico, così come le difficoltà economiche, gli hanno tolto anche la centralità culturale? Pace, diritti umani, democrazia, libertà, cultura contano ancora qualcosa? E per chi? L’Europa può in qualche modo ripartire dalla dimensione culturale per ritagliarsi un posto nel mondo di domani?Questo “Laser” proverà a rispondere a queste domande. Con il rischio ovviamente di alimentarne tante altre. Ci aiutano lo storico Donald Sassoon, il filosofo Giampaolo Azzoni, il politologo Edoardo Bressanelli.

Tra il 1996 e il 2001 il regime di Alberto Fujimori ha avviato in Perù una feroce campagna per sterilizzare forzatamente oltre 300mila donne nelle zone più rurali e indigene del Paese. L’obiettivo: ridurre il più possibile la popolazione indigena e più povera del paese. Operazioni chirurgiche eseguite senza rispettare le norme igieniche che hanno avuto gravissime conseguenze per la salute delle donne, molte delle quali decedute. Tra le sopravvissute molte sono state abbandonate dai mariti e isolate dalla comunità. Il caso delle sterilizzazioni forzate in Perù oggi non è più un tabù ed è diventato il crimine emblematico del regime di Fujimori, presidente dal 1990 al 2000.Un reportage attraverso il paese sudamericano per ascoltare le testimonianze delle vittime e delle avvocate che si battono per ottenere giustizia.